Quando perdi qualcuno che ami

Quando perdi qualcuno che ami,
è come se ti distruggessi anche tu.
Ti sciogli come neve al sole.
Ti fai in un milione di pezzettini che si spargono piano nell’aria.

Ti disfi,
E ti devi poi ricomporre, come una persona nuova.
Una persona che ha dentro di sé anche i pezzetti della persona che non c’è più.

È questa l’elaborazione del lutto:
Attraversare il momento in cui ci si sente solo un mucchietto di pezzi…
Raccoglierli ad uno ad uno, a fatica…
E poi scoprire che mentre cadevano, si sono mescolati con quelli di chi è venuto a mancare..
È rimetterli insieme pezzo dopo pezzo, fino a ritrovare chi hai perso dentro di te.

Dott.ssa Giulia Schena

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Essere imperfetti… O essere unici?

“Dottoressa mio figlio è nato con una piccola malformazione.. Non è nulla di grave o insormontabile, ma io sono molto preoccupata.. Perché il mondo là fuori sa essere molto cattivo, e io non voglio che lui possa essere preso in giro o che questa sua imperfezione possa essere per lui una debolezza… Vorrei solo che mio figlio potesse essere sereno.. Come posso aiutarlo?”

“Sai, forse il primo passo per evitare che questa cosa possa essere un peso per lui, è quello che potete fare voi come genitori: tutti noi abbiamo paura che i nostri figli possano soffrire, ma se impariamo a leggere le piccole imperfezioni non come diversità, ma come caratteristiche, come piccoli dettagli di particolarità, come rarità che impreziosiscono l’essere unici, sarà più facile per i nostri bambini non preoccuparsi di come sono..
Se cerchiamo i modi per cambiarli, o per camuffare le loro particolarità, penseranno di doversi vergognare..
Ma se tu come madre cerchi di vivere la sua diversità come una normalità, o addirittura come una bellezza nella sua unicità, lui potrà imparare ad apprezzarla e nessuno lo prenderà in giro, perché anche se lo facessero sarebbe così sereno da farselo scivolare addosso.
Amalo, anche e soprattutto nella sua imperfezione, e lui si amerà. E sarà felice.”

Aveva le lacrime agli occhi quella madre.
Credo pensasse a quanto è orgogliosa del suo bambino, a quanto lo trova bellissimo, a quanto per lei sia perfetto, nonostante tutto.
E forse ha pensato che anche lui potrà vedersi così perfetto, se solo lei non avrà paura di fargli sentire quanto vale.

Dott.ssa Giulia Schena

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Lutto perinatale: comprendilo, accoglilo.

Quel “mi dispiace non c’è battito”,
o quel pianto mancato in sala parto,
o quel fortissimo formicolio alle braccia tristemente vuote,
lasciano lì imbambolati e impotenti a chiedersi come sarà possibile andare avanti.
Ma poi avanti ci si va, e si è costretti a vivere giorno dopo giorno senza qualcosa che non si sa cosa sarebbe potuto essere, senza qualcuno che non si sa cosa avrebbe potuto vivere;
e si resta lì, imbambolati e impotenti, a chiedersi se sia possibile tornare indietro.
Ma quello, no, non è possibile.

E allora si va avanti, e avanti, e avanti,
e si cerca la forza per affrontare l’assenza che è piena di una presenza invisibile.
Ci si chiede “perché?”, ci si chiede “e se..?”, ci si chiede “e poi?”.
E ad un certo punto, forse, si può trovare uno spazio dentro il proprio cuore per tutte queste domande, per tutto questo dolore, per tutto questo amore.

È un lungo viaggio nella disperazione e nella desolazione.
E la comprensione e l’accoglienza altrui possono essere una mano tesa nel buio, che aiuta a mettere un piede davanti all’altro.
Per questo è importante che il lutto perinatale non sia più un tabù: perché ad un genitore che sta lì imbambolato e impotente, serve sapere almeno di non essere solo.

Dott.ssa Giulia Schena

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La pazienza delle mamme

Le mamme ci provano ad avere sempre la situazione sotto controllo. Ci provano di continuo, ve l’assicuro.
Ma poi ci sono quei momenti. Dei momenti in cui tutto è davvero troppo.

Troppi impegni, troppi consigli non richiesti, troppe richieste, troppi capricci, troppi litigi, troppi bisogni, troppa stanchezza, troppa fatica, troppo poco tempo.
Troppo.
Troppo.
Troppo.

E allora la pazienza finisce.
E le mamme urlano, oppure piangono, oppure sbagliano, oppure crollano.
E poi si sentono delle fallite. E guardandosi intorno sembra loro di vedere solo altre mamme che non crollano mai.

Cara mamma che hai perso la pazienza, sappi che capita ad ogni singola mamma.
Non sei sola.
Non sei sbagliata.
Non sei meno brava.

Prenditi un momento.
Chiedi una mano.

E ricorda che l’amore di una madre è infinito, ma la sua pazienza no.
E tuo figlio lo sa. E non pretende nulla di diverso.

Dott.ssa Giulia Schena

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Cose da non dire a chi non ha figli

A volte sembra che la vita di tutti debba andare esattamente così come siamo abituati a pensarla e ad immaginarla. È una sorta di auto-convincimento, come se questo ci tenesse al riparo dall’inaspettato, come se mantenesse esattamente il giusto ordine delle cose.

Ed è così che da un certo punto in poi, si comincia a dare per scontato che una coppia dovrebbe avere un figlio. E scatta la fatidica domanda:

“Ma voi allora? Un figlio niente?”

Questa è in assoluto la prima e più importante domanda da NON fare a chi non ha figli. Perché potrebbe non desiderarli, e quindi essere stanco di dover continuamente dare una spiegazione per una scelta tanto personale e intima e, ancora di più, potrebbe essere stanco di sentirsi “strano”, “assurdo” o “insensato” per questa scelta. Ma potrebbe anche non riuscire ad averne, cercarli da tanto, averne persi, essersi sottoposto a cure pesanti ed invasive, ed essere ancora e comunque in attesa. E in questo caso questa domanda oltre che fastidiosa potrebbe essere anche molto dolorosa.

E se già si sa che la persona di fronte a noi nutre il desiderio di avere un bambino, ma per qualche motivo non riesce ad averne, ci sono altre cose che sarebbe meglio evitare di dirle:

  1. Non ditele di rilassarsi, o di non pensarci. Pretendere che una persona possa non pensare a qualcosa che per lei è così importante è assurdo, oltre ad essere una richiesta che mette l’altro in difficoltà: se si presuppone che basti rilassarsi per rimanere incinte e una donna non riesce a rimanere incinta, pare quasi sia solo colpa sua. Il rilassamento, invece, non cura l’infertilità.
  2. Rispettate la privacy: domande personali, curiosi interrogatori, consigli più o meno richiesti non sempre sono graditi (a dir la verità non lo sono quasi mai). Lasciate che sia la persona stessa a parlarne se se la sente o ad evitare l’argomento se preferisce.
  3. D’altro canto, però, rendetevi disponibili ad ascoltare: l’infertilità e le difficoltà di concepimento fanno spesso sentire terribilmente soli, perché quando si parla di figli si vorrebbero sentire solo le cose belle, e non le storie di attesa estenuante. Avere qualcuno che ascolti, ma che ascolti davvero, con partecipazione e accoglienza, può essere un toccasana.
  4. Non sottovalutare il problema e non fare dell’ironia: dire che tutto sommato essere senza figli non è poi così male, perché si può fare tardi la sera, non si viene svegliati la notte o altre simili amenità, non fa che minimizzare la sofferenza che l’altro prova, e di certo non lo fa sentire capito.

A volte bastano piccoli gesti per far sentire la propria presenza e per sollevare un po’ chi già sta combattendo una dura battaglia.

Dott.ssa Giulia Schena

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Non dire mai: “Ma è bravo: mi aiuta!”

“Ma è bravo: mi aiuta”

Quando parlo con una coppia credo che questa sia una delle frasi che più di tutte trovo fuori posto, perché pur apparendo come un complimento o comunque qualcosa di positivo, porta con sé un’idea che non giova a nessuno.

Non giova a chi sostiene che l’altro lo aiuti (tendenzialmente la parte femminile della coppia), perché lo fa apparire come un lagnoso che ha bisogno di aiuto in qualcosa che, di fatto, spetterebbe a lui, e allo stesso tempo fa apparire l’altro come il “salvatore” che gli viene in supporto, pur non essendo assolutamente tenuto a farlo (e quindi, poi, che c’è da lamentarsi se a volte non lo fa?!).

Non giova a chi se la sente dire, perché viene così relegato al ruolo di comparsa, di supporter, di figura laterale (e talvolta, collaterale). Come se vivesse una vita che, in realtà, non lo riguarda, ma in cui, quando può, aiuta.

E, in definitiva, non giova neanche alla coppia come sistema, perché crea una serie di ambiguità nei ruoli, nei compiti, nelle aspettative che ognuno ha verso l’altro.

Quando si condivide la vita i compiti sono di entrambi; ognuno ci mette del suo, ci si dividono gioie e dolori più o meno equamente e nessuno è “bravo” perché aiuta l’altro: aiutare l’altro nelle incombenze quotidiane che riguardano la coppia o la famiglia è un dovere che ci si prende entrambi quando si decide di costruire qualcosa assieme.

Tra l’altro, spesso, dire che l’altro è bravo perché aiuta è il preludio di una qualche critica o lamentela, ovvero di un malcontento che si cerca di mascherare a sé stessi o all’altro per evitare discussioni. Evitando così, però, anche la possibilità di risolvere ciò che non va.

“Siamo bravi : abbiamo costruito un nostro equilibrio!”

Non è forse meglio dire così? O almeno tentare di lavorarci per ottenerlo?

Dott.ssa Giulia Schena

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Bimbi al museo

Quando hai un bambino ci sono cose che sembrano difficilissime, pressoché impossibili. Una tra queste è portarli al museo. E anche se si vorrebbe tanto avvicinarli alla cultura e ad attività che abbiano un contenuto istruttivo, ci si trova a pensare che non ci si riuscirebbe mai, che sono “troppo piccoli”, che “ci sarà un tempo per tutto”.

In realtà, come per tutte le altre cose, prima si comincia ad avvicinare i bimbi ad una certa cosa e ad un certo atteggiamento, più è probabile che questi evolvano con loro: non c’è un’età in cui magicamente i bambini sono “pronti” per fare cose che noi tendiamo a pensare che siano “da grandi”, in ogni caso quando si comincia a fare qualcosa di nuovo, bisogna prenderci la mano… Ed è più facile insegnare ad un bimbo piccolo a “prenderci la mano” piuttosto che convincere un bambino più grande, con abitudini e modalità già radicate, a cambiare visione delle cose.

Qualche dritta per portare i bimbi al museo senza farla diventare un’esperienza drammatica:

  • Portateli fin da piccoli, piccolissimi: già in passeggino (o in fascia) possono accompagnarci a vedere delle mostre e abituarsi all’atmosfera del museo. In questo modo anche quando si muoveranno da soli, avranno un’infarinatura di ciò che un museo è
  • Quando portate bimbi un pochino più grandi (e potenzialmente difficili da gestire, per la loro curiosità ed esuberanza), cominciate da mostre su tematiche che li interessino e che li coinvolgano. Ci sono musei bellissimi ed interattivi che possono essere ottimi punti di partenza.
  • Parlate con i bimbi di ciò che visiterete prima di andarci: instillate in loro la curiosità e la voglia di scoprire che sono ottimi motori per la loro attenzione.
  • Quando li “preparate” parlando di ciò che vedrete in anticipo, possibilmente non fate loro paternali (“non si dovrà correre” “non urlare” “si deve andare con ordine”…), ma piuttosto puntate sul lato divertente… Fatelo immaginare anche direttamente a loro così lo avranno già mentalizzato e sarà più facile che lo vivano.
  • Se ne avete l’occasione organizzate in anticipo attività da fare nei giorni seguenti la mostra su ciò che è stato visto (ad esempio: riprodurre qualcosa di visto con i LEGO o con un disegno, o leggere un libro sull’artista, o cercare cose simili su Internet… Insomma un’attività qualsiasi che sia di suo gradimento).. In questo modo i bimbi sapranno che la visita non è fine a sé stessa.
  • Non pretendete attenzione di ore e ore, almeno le prime volte, e non aspettatevi che siano attratti dai dettagli che attraggono voi: allacciatevi e fatevi trasportare dalla loro curiosità e dai loro occhi non convenzionali.
  • Decidete insieme cosa fare se ad un certo punto si sentono affaticati prima di aver finito il giro (ad esempio rimandare la fine della visita ad un altro giorno? O fermarsi per un po’ a fare altro? O uscire a prendere una boccata d’aria? …. Accogliete le loro proposte, anche se a voi sembrano assurde/banali purché siano fattibili).
  • Non fissatevi sulla necessità di tenere un comportamento da “piccolo lord”, ma puntate sul minimo indispensabile: ad esempio se vogliono sedersi per terra ad osservare un’opera di fatto non è un comportamento eccessivamente disturbante, quindi lasciate che lo facciano… Sentendosi accolti anche in cose “strane”, saranno più ben disposti ad ascoltare le poche regole imprescindibili.

Ultima, ma più importante, regola:

DIVERTITEVI INSIEME.

Dott.ssa Giulia Schena

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Articolo scritto su richiesta di FarCultura e comparso sulla pagina Facebook FarCultura in data 11/03/2018