I Disturbi dell’Alimentazione in età evolutiva: quali sono e come riconoscerli

Spesso l’alimentazione è un tasto dolente per i genitori, ma solo in rari casi la difficoltà a gestire il momento del pasto diventa un vero e proprio disturbo: solo quando il comportamento alimentare e la relazione che vi fa da sfondo non riescono a trovare una regolazione sufficientemente equilibrata, si rischia di veder trasformare semplici idiosincrasie in comportamenti rigidi e strutturati in reali patologie. È importante conoscere questi disturbi, per riconoscerli precocemente e, quindi, per farsene carico quanto prima. ATTENZIONE PERÒ a non farsi prendere dal panico: il confine tra situazione “normale” e “patologica” si definisce facendo attenzione all’intensità del comportamento, alla sua durata nel tempo e alle conseguenze sullo sviluppo (carenze nutrizionali, condizione di sottopeso o sovrappeso, marcata interferenza nel rapporto psicosociale).

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La prima distinzione relativamente ai disturbi alimentari è legata all’età di comparizione: prima dei 3 anni si parla di disturbi della nutrizione, solo successivamente di disturbi dell’alimentazione. In breve ecco un excursus dei principali disturbi:

  • Disturbi della nutrizione

Sono disturbi legati alla difficoltà del bambino ad avere regolarità nei pattern di alimentazione, collegati agli stati di fame e sazietà; in genere l’acquisizione di questa capacità di autoregolazione è collegata con la capacità di chi si prende cura del bambino di sintonizzarsi sui suoi bisogni e sulle sue caratteristiche fisiologiche.

1. Disturbo Alimentare dell’Autoregolazione

Il bambino non riesce a rimanere sufficientemente sveglio e/o sufficientemente calmo per essere alimentato. Si riconosce perché il bambino non aumenta di peso o presenta una perdita ponderale.

2. Disturbo Alimentare della Reciprocità tra Caregiver e Infante

I segnali evolutivi di reciprocità sociale tra bimbo e caregiver sono assenti o carenti, e impediscono una normale crescita del bambino. Mancano, in altre parole, il contatto visivo, i sorrisi, le vocalizzazioni durante l’alimentazione, che rendono relazionale il momento del pasto. Questi disturbi sono scollegati da problemi fisici o da un disturbo pervasivo dello sviluppo.

3. Anoressia Infantile

Il bimbo non è interessato al cibo e all’alimentazione, quindi si rifiuta di mangiare a sufficienza per almeno un mese, provocando uno stato di malnutrizione e perdita di peso.

4. Avversione Sensoriale per il Cibo

Il bambino si rifiuta di mangiare particolari cibi che presentano peculiari caratteristiche come sapore, odore, colore, consistenza, mostrando smorfie di disgusto e non riuscendo a masticare o deglutire.

  • Disturbi dell’alimentazione

1. Anoressia nervosa

A causa della preoccupazione per la forma o il peso del proprio corpo, il bambino tenta di dimagrire o non ingrassare evitando di mangiare o mangiando solo una quantità e una tipologia molto ristretta di alimenti.

2. Bulimia Nervosa

Ha caratteristiche simili all’anoressia, ma ad essa si aggiunge la perdita di controllo verso il cibo con conseguenti abbuffate e poi messa in atto di comportamenti per espellerlo (es. vomito)

3. Disturbo Emozionale con evitamento del Cibo

Il bambino non mangia non tanto per dimagrire, quanto perché è incastrato in uno stato emotivo che esprime attraverso il corpo; spesso il bambino soffre di ansia o depressione.

4. Alimentazione Selettiva

Il bambino selettivo presenta un peso ed un’altezza adeguati all’età e non presenta preoccupazioni per il peso o la forma del corpo, ma si alimenta di pochi tipi di cibi (5-6) rifiutando in modo selettivo quelli con determinate caratteristiche sensoriali come il gusto, l’odore o il colore. Questo problema con il cibo potrebbe interferire con la qualità della socialità con i pari in particolare in occasione di feste di compleanno, gite scolastiche e/o cene di classe.

5. Rifiuto del Cibo

A causa di un disagio emotivo, il bambino rifiuta di mangiare in specifiche situazioni (per esempio a scuola) o in presenza di determinate persone.

6. Paura o Fobia Specifica con evitamento del cibo

Il bambino con questo disturbo ha paura di deglutire o di soffocare e per questo evita certi tipi di cibi. Spesso vi è un evento che lo ha scatenato (vomito, rischio soffocamento, abuso, allergia). Quando la paura di magiare è forte il bambino perde peso visibilmente.

SE SIETE PREOCCUPATI PER L’ALIMENTAZIONE DEL VOSTRO BAMBINO, O PER UNO STATO EMOTIVO CHE LO RENDE INAPPETENTE O, AL CONTRARIO, IPERFAGICO.. NON ASPETTATE TROPPO. CHIEDETE UN CONSULTO AD UNO SPECIALISTA CHE VI AIUTI A CAPIRE SE LA SITUAZIONE SIA VERAMENTE PREOCCUPANTE ED, EVENTUALMENTE, COME GESTIRLA.

Dott.ssa Giulia Schena

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Decalogo anti-bullismo

La scuola è ricominciata da un po’, sono ricominciate le attività extra-scolastiche, sono ricominciati i vari corsi e percorsi e puntualissimi sono ricominciati anche i piccoli e grandi atti di bullismo tra bambini e ragazzi e le piccole e grandi preoccupazioni dei genitori su come gestirli.

Gestire le relazioni tra pari e comprendere quando davvero sia necessario l’intervento di un adulto, non è cosa da poco. E soprattutto non è cosa che ha un metodo fisso e sicuro alle spalle, poiché ogni caso è differente dagli altri, ogni bambino ha i suoi punti deboli, ogni situazione può deragliare in seguito a evenienze diverse.

Nonostante ciò, ci sono alcuni piccoli accorgimenti che si possono tenere in considerazione dapprima per evitare di far sì che il proprio figlio si comporti da bullo e che diventi una vittima, oppure quando si ha il sentore che a scuola (o nello sport) stia avvenendo tra i nostri figli e i loro compagni qualcosa che crea un clima negativo.

PRIMA: PER EVITARE CHE IL PROPRIO FIGLIO DIVENTI UN BULLO O UNA VITTIMA

  1. Dare ai propri figli strumenti per comprendere, gestire e comunicare ciò che avviene e ciò che provano : l’educazione emotiva e affettiva è uno dei più potenti mezzi di protezione dei nostri bambini.. Se sono in grado di riconoscere le loro emozioni, non hanno bisogno di esternarle in maniera inadeguata (vale sia per i bulli, che magari hanno rabbia o senso di inadeguatezza inespressi e li manifestano con dispetti o menando le mani, che per le vittime, che magari provano vergogna o solitudine e si chiudono in sé stessi o mettono in atto modalità regressive).
  2. Favorire i momenti di confronto e di rispecchiamento emotivo tra bambini/ragazzi : l’empatia e la comprensione dell’altro sono in certa misura innate (basti pensare all’esistenza dei neuroni specchio…), ma è necessario potenziarle per dare loro la giusta rilevanza e per aiutare i bambini a comprenderne l’importanza e le modalità di utilizzo. Proporre ai bambini momenti di ascolto reciproco o giochi di rispecchiamento permette loro di mettersi nei panni dell’altro e di avere un “vocabolario emotivo” sufficiente per gestire momenti difficili. Si possono proporre alle insegnanti laboratori sulle emozioni o coinvolgere i bambini in giochi che riguardino la consapevolezza emotiva nei pomeriggi che trascorrono insieme.. Parlare di emozioni può essere molto divertente!
  3. Evitare di etichettare il proprio bambino o i suoi compagni : se un bambino è “quello timido” o “quello aggressivo” o “quello che ne combina sempre una”, non potrà fare altro che adeguarsi a ciò che tutti gli dicono che sia. Vi sembra che il vostro bambino sia un pochino introverso? Cominciate a focalizzarvi su tutte le volte che lo è un po’ meno (anche solo poco poco poco) e fateglielo notare. Allo stesso modo fate per i suoi compagni: vi racconta spesso di quel compagnetto dispettoso? Cercate insieme a lui qualche dettaglio che dimostra il contrario, così che la prospettiva possa allargarsi ed essere più realistica.

DURANTE: QUANDO SI HA IL DUBBIO CHE SI STIANO INSTAURANDO DINAMICHE RELAZIONALI INADEGUATE O DISFUNZIONALI

  1. Non intervenire “a gamba tesa” nelle relazioni tra pari : evitare di dare al 100% ragione o torto a ciascun bambino, aiuterà ognuno a prendersi la sua parte di colpa o a riflettere sul fatto di avere anche lati positivi (e poterli implementare!). Invece di risolvere le situazioni spiacevoli al posto loro, è importante lasciare che i bambini le sbrighino in autonomia, sentendo di avere fiducia da parte degli adulti e sentendo di poter contare su di loro per consigli o suggerimenti sulle modalità da mettere in atto.
  2. Evitare di sminuire le situazioni o le emozioni : dire a un bambino affranto o impaurito “non piangere”, “non ci pensare”,  o “non serve a niente lamentarsi” non fa altro che peggiorare la situazione perché oltre al resto si sentirà incompreso o inadeguato o incapace di gestire qualcosa che agli altri sembra banale. Dire ad un bambino arrabbiato o frustrato “non puoi essere sempre tu che combini disastri”, “spero che la maestra non abbia qualcosa da dirmi anche oggi” o “vedi di finirla o nessuno ti vorrà più bene” non può essergli d’aiuto a gestire meglio la sua rabbia. Ascoltare, accogliere, cercare di comprendere (senza commentare/denigrare) aiuta i bambini a sentire di avere gli strumenti per far fronte alla situazione difficile.
  3. Non fomentare i litigi : a volte ci sembra proprio impossibile non dire ai nostri bambini “beh se ti picchia, picchialo pure tu”, ma questo non è una soluzione per niente. Infatti non solo non si risolverà il litigio, che anzi aumenterà di proporzione, ma metterà anche i bambini in confusione su cosa sia lecito fare e cosa no. Se io sono triste perché un bambino mi ha fatto un dispetto e i miei genitori mi dicono di fare altrettanto, non mi sento capito nella mia tristezza, non mi sento adeguato nel mio istinto di non rispondere a tono, e non riesco a capire quando sia giusto questo atteggiamento e quando no (d’altronde “non si picchia” e “non ci si prende in giro” sono regole base.. Ma se sono così derogabili, che sicurezza mi danno?)

DOPO: QUANDO SI SA CHE È AVVENUTO UN EPISODIO DI BULLISMO

  1. Denigrare apertamente e completamente il gesto, ma non farlo con la persona che l’ha compiuto : se si collega in maniera indissolubile quello che è stato fatto a quello che è la persona che l’ha fatto, sarà molto difficile aiutare quel bambino a cambiare.. E questo non va solo a discapito del “bullo”, ma anche di tutti quelli che gli stanno intorno: se lui rimane “il bullo” di riflesso ci saranno sempre delle “vittime”.
  2. Allearsi tra adulti di riferimento e non creare fazioni : come genitori può essere molto difficile non puntare il dito contro il bambino che ha fatto un dispetto a nostro figlio e, ancora di più, contro i suoi genitori. Ma quando si sta per farlo sarebbe bene fermarsi un secondo e mettersi nei panni di quei genitori: “cosa farei io se fosse stato mio figlio a combinare questa cosa e tutti dicessero che è colpa mia?”.  Di fronte ad atti di bullismo la buona prassi non dovrebbe essere trovare di chi sia la colpa (anche perché in genere non c’è mai una sola colpa o un solo fattore causale), quanto piuttosto scardinare la dinamica negativa che si è creata. Se anche tra adulti cominciamo a litigare o a incolparci, l’esempio che diamo non è esattamente quello che vorremmo che arrivasse ai nostri figli.
  3. Creare le condizioni affinché il “bullo” ripari al proprio errore, piuttosto che venga punito : togliere giocattoli o privilegi, mettere in disparte, estromettere dalle attività comunitarie non insegnerà al bambino ad essere più empatico e non gli insegnerà a relazionarsi con gli altri; inoltre non farà sentire meglio il bambino “vittima”. Piuttosto farà sentire il “bullo” arrabbiato, incompreso e giudicato e la “vittima” vendicativa, ma pur sempre offesa. Si può invece trovare il modo affinché chi ha provocato una sofferenza cerchi di comprenderla, si metta al livello del bambino che ha offeso, si trovi a dover riflettere sulle emozioni altrui.
  4. Se il bullo e/o la vittima dimostrano di è provare disagio o di vivere male questa situazione, meglio non sorvolare ma farsene carico : verbalizzare ciò che si percepisce, cercare un dialogo o cercare il supporto di un esperto o una persona esterna alla situazione che possa essere d’aiuto a rivedere i significati implicati nella situazione e le emozioni che ne sono derivate.. Anche la situazione peggiore ha la potenzialità di far imparare qualcosa o di far sentire all’altezza delle cose, aumentando il senso di adeguatezza e l’autostima, ma per farlo occorre che non venga dato per scontato che si debba superare in quattro e quattr’otto e darle l’importanza che merita (e che ha agli occhi dei bambini)

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Il bullismo rovina la vita di tutti quelli che vi si trovano coinvolti: i bulli e le vittime sono tutti sulla stessa barca da questo punti di vista. Non lasciargli spazio è importante: non si deve aspettare di esservi immersi fino al collo per fare qualcosa… L’educazione emotiva inizia dal primo giorno di vita.

Dott.ssa Giulia Schena

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Scuola: a ognuno la sua sfida!!!

È settembre.

C’è uno scricciolino di un anno o poco meno che, in braccio alla sua mamma, varca il cancello di una casa graaande grande, con tanti bimbi dentro.
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In poco tempo dovrà imparare che la sua mamma può andare via per un po’, ma poi torna e gli vuole bene quanto e più di prima.

C’è una bambinetta di tre anni suppergiù con un grembiulino rosa e una borsina con su ricamato il suo nome, che, per mano al suo papà, entra nell’atrio di uno strano edificio, con i disegni alle pareti e, anche qui, tanti bimbi dentro.
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In poco tempo dovrà imparare che si sta bene con i propri compagni, che si possono fare tanti giochi e imparare tante cose e che, comunque vada, alla sera si torna a casa con mamma e papà e si può raccontare tutto tuttissimo, senza temere che nel frattempo loro l’abbiano dimenticata.

C’è un signorino di sei anni, all’incirca, che indossa un grembiule blu, uguale a tutti i suoi compagni, e uno zainone più grande di lui, che accanto alla sua mamma o al suo papà, entra in una strana stanza, piena di banchetti tutti vicini e con una grande lavagna attaccata alla parete, e con pochi disegni e pochi giocattoli colorati nei dintorni; anche qui, però, ci sono tanti bimbi dentro.
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In poco tempo dovrà imparare che bisogna stare composti, che c’è un tempo per giocare e uno per stare attenti alla lezione, che anche se a volte è noioso e faticoso, imparare cose nuove è una cosa bella, perché poi si può esplorare meglio il mondo, confrontarsi con gli amici, e non farsi prendere per il naso da chi racconta cose che non hanno granché senso. E anche per lui, in ogni caso, torneranno i genitori, e potrà condividere con loro quello che ha imparato, a volte anche insegnare loro qualcosa… E dovrà combattere per i compiti e litigare per qualche brutto voto, ma comunque questo non minerà l’affetto dentro la loro relazione.

C’è una ragazzetta, di undici anni o giù di lì, che ormai si sente grande, vestita alla moda (o almeno spera), con uno zaino figo (o almeno spera), che lascia chi l’ha accompagnata sul cancello (o meglio ancora “resta in macchina, che non ti vedano, vah”) e fingendo un passo sicuro (quando in realtà le tremano le gambe) entra in questo stabile un poco austero, cercando con gli occhi un viso conosciuto, per poter condividere quest’ansia e quest’emozione di partire con una nuova avventura.
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In poco tempo dovrà imparare che gli insegnanti possono essere impietosi e fastidiosi e noiosi e pedanti, ma che è importante saper trattenere la propria esuberanza, riuscire ad essere seri almeno un po’, impegnarsi in quello che si fa per ottenere dei risultati. E dovrà imparare, ancora più di prima, che con i compagni non è sempre facile andare d’accordo, che è bello essere accettati, ma anche essere sé stessi, che i primi amori possono sfiorire e che “i grandi” non sono il nemico.
Poi anche lei tornerà a casa, e forse non avrà molta voglia di parlare coi genitori, si chiuderà in camera dietro al muro dei suoi auricolari, magari risponderà male quando le chiederanno come va… Ma, in fondo in fondo, saprà di avere ancora bisogno di loro, se solo loro sapranno stare al loro posto e concederle il tempo e lo spazio per diventare grande, e per sbagliare anche.

C’è un ragazzone, di pressapoco quattordici anni, cresciuto tutto d’un colpo nell’ultima estate, che si trascina svogliato fino alla fermata del bus, con il suo zaino un po’ strappato e un po’ “decorato” dalle scritte con l’indelebile nero o con gli uniposca. I suoi li ha salutati, forse, uscendo di casa con un grugno o con un “ciao mà, ciao pà”. Sta andando in questo nuovo istituto, che in teoria si è scelto lui, ma vallo a capire se era davvero quello che voleva, e si prepara a tanti adulti che gli vorranno inculcare in testa idee mentre lui lo sa già come va il mondo e mica lo possono pigliare per il c*lo.
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Ma dovrà imparare, possibilmente in poco tempo, ma l’importante sarebbe impararlo, che non ha sempre ragione lui e che a volte il confronto con chi la pensa diversamente è costruttivo; dovrà imparare che la vita è anche fatica e sbattimento, ma tutto sommato ne vale la pena. E, probabilmente, sarà più facile impararlo se in tutte le tappe precedenti è stato fatto un buon lavoro.
E anche per lui, comunque vada, a casa ci saranno due loschi figuri ad aspettarlo, coi quali non farà altro che discutere e litigare, coi quali ogni confronto sarà uno scontro, coi quali ci sarà tanto da tirare la corda, ma se ognuno farà la propria parte rimarrà sempre la possibilità di sostenersi l’un l’altro.

E ci sono, poi, dietro a tutte queste creature, dei genitori, delle mamme e dei papà, che ad ogni nuova avventura tremano un po’. Un po’ per la paura che qualcosa possa non andare nel verso giusto, un po’ per la gioia di vedere i loro bambini diventare man mano grandi, un po’ per la nostalgia di pensarli quando erano piccini e non avevano bisogno d’altro se non di loro.
Ecco, credo che l’avventura della scuola, di ogni ordine e grado, sia un’avventura soprattutto per i genitori. Sono loro, per primi, che devono riuscire a gestire questi passaggi a uno a uno, con la giusta dose di presenza e la giusta dose di aspettativa; facendo arrivare ai figli sia la propria disponibilità in caso di bisogno, che la voglia di lasciarli crescere autonomi, secondo le loro capacità ed inclinazioni; facendo capire ai figli che hanno fiducia nella scuola e fiducia in loro, che non si aspettano che siano perfetti e che l’importante è dare il massimo, indipendentemente da quello che si ottiene.
Per i genitori di bambini piccoli la parte più difficile è sicuramente “lasciarli andare”, accettare che staranno bene anche lontani da sé, concedere loro la propria sicurezza, per stimolare la loro. Solo così i bimbi potranno lanciarsi serenamente alla scoperta di questo nuovo mondo.
Per i genitori di ragazzi più grandi, invece, la parte più difficile è “lasciare che tornino”, diversi, cambiati, testardi, autonomi, con le loro idee e il loro modo di fare, evitando le lotte di potere perché siano proprio come li si vorrebbe.
Solo così loro potranno permettersi la loro parte di sana ribellione, senza perdere il confine sicuro (seppur sempre più ampio) che il contesto familiare può fornire.

E allora, con calma e buona volontà, buon inizio scuola a tutti quanti!
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Dott.ssa Giulia Schena

Dalla parte dei ragazzi

Quando i bambini crescono e arrivano all’età di 10-11 anni e cominciano ad essere meno fanciulli e più ragazzini, inizia un periodo in cui, anno dopo anno, diventa sempre più difficile capirli e capire le loro scelte, le loro passioni, i loro interessi.
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Da che mondo e mondo, più ci si allontana dai 15 anni, più guardando gli adolescenti ci sembrano strani, irrispettosi, pazzi, senza valori. È un’equazione direttamente proporzionale: più invecchi e più non capisci che diavolo possano avere nella testa. E soprattutto, più invecchi e più pensi che “ai miei tempi non eravamo così”.
Eppure, ognuno di noi se si ferma un attimo a pensarci seriamente e senza pregiudizi, ricorderà che quando aveva tra gli 11 e i 18 anni, genitori, insegnanti e adulti in genere avevano un sacco di cose da ridire sul nostro modo di vestire, di parlare, di stare insieme e tutto quello che per noi era interessante e appassionante era per loro futile, stupido e insensato.
Ve lo ricordate?
Se vi concentrate un attimo, vi ricordate quando cercavate il senso della vita dentro alle canzoni che i vostri genitori odiavano? Vi ricordate quando i primi jukebox, le prime TV, le prime radio, i primi cellulari, le prime fotocamere… sembravano agli adulti delle diavolerie destinate a scomparire, che non avevano altro significato se non quello di far perdere tempo ai ragazzini.

Ecco, se vi siete impegnati e avete fatto questo salto nel passato, ora avrete un sorriso un po’ malinconico stampato sul viso e sarete un po’ più pronti a seguire il mio ragionamento.

I ragazzini di oggi passano il tempo tra smartphone, social network e video su YouTube. Sembrano alienati, privi di aspettative e di sogni reali, persi dietro a storie troppo belle per essere vere e sempre alla ricerca di una felicità transitoria ed effimera come può essere il successo di uno youtuber visto con gli occhi di un adulto.
Ma prima di giudicare e di sputare sentenze, forse conviene farsi una domanda: perché?
La risposta non è facile e non è univoca, ma qualche riflessione è possibile:
– Innanzitutto gli adolescenti devono trovare il modo di allontanarsi dai loro genitori, di passare dall’essere pulcini sotto l’ala protettiva di mamma e papà, all’essere aquilotti che guardano fuori dal nido per valutare come imparare a volare. Certamente cercare passioni ed interessi che di sicuro non possano essere condivisi con i loro genitori, è un buon modo per cominciare a prendere le distanze. Mica per niente ogni generazione ha la sua innovazione in fatto di tendenze.
– In secondo luogo le aspirazioni che i nostri ragazzi hanno per il futuro risentono inevitabilmente di quello che noi stessi abbiamo trasmesso loro. Ad oggi, il messaggio che fare successo ed essere al centro dell’attenzione sia l’unico modo per realizzarsi è piuttosto imperante a tutti i livelli. Quante volte si sente dire che “non ci sono speranze per i giovani d’oggi”, ” non c’è lavoro”, “il futuro è sempre più nero”?! Non voglio dire che tutto questo non sia realistico, ma se non altro è eccessivo. E sicuramente non spinge a darsi da fare, perché tanto “è tutto già scritto”. E allora meglio sparare ca**ate su YouTube, che magari sfondi e diventi ricco. Con che merito non lo so, ma l’importante è diventarlo.
– Ultimo, ma non meno importante, i ragazzi in alcuni casi sono ben più lungimiranti degli adulti e professioni che a noi possono sembrare campate in aria, in realtà sono quelle che faranno la storia nel futuro.

Io credo che quello che, come adulti possiamo fare è fermarci un attimo.
Fermarci a capire che significato abbia per i nostri ragazzi quello che fanno.
Fermarci a pensare a come eravamo noi e a quanto ci scocciavano gli adulti alla loro età.
Fermarci a pensare come possiamo coinvolgere i ragazzi in qualcosa con un po’ più di spessore, senza risultare invadenti e senza bloccare la strada che inevitabilmente e positivamente li allontana da noi.

E dopo esserci fermati, aver riflettuto, esserci per un attimo messi nei loro panni.. Possiamo tornare a criticarli. D’altronde è questo il compito degli adulti (ma magari lo faremo in modo un po’ più assennato e costruttivo, stando almeno un po’ dalla loro parte e favorendo così la loro realizzazione).

Dott.ssa Giulia Schena

“Aiutami a dire addio” – Spiegare la morte ai bambini

Si è soliti pensare che i bambini non abbiano pensieri e preoccupazioni e che non possano comprendere gli “affari da grandi”.
Per questo motivo in genere si lasciano bambini e ragazzi all’oscuro di quanto di negativo accade in famiglia, con l’idea di non doverli sobbarcare di sofferenze e afflizioni. Litigi, separazioni, problemi economici e lutti così non alle orecchie dei bambini.
Ma in realtà, benché questo possa apparire incredibile, pur non arrivando alle orecchie dei piccoli di casa, le notizie sconfortanti arrivano loro tramite gli occhi, la pelle, il fiuto.
I bambini percepiscono che qualcosa non va, ma non essendone messi al corrente dagli adulti di cui si fidano, rimangono nel dubbio, nell’incomprensione. Pur non capendo bene cosa succeda, sentono di non poter chiedere perché vedono gli sguardi sfuggenti dei genitori, la loro tristezza; quando provano a fare qualche domanda ricevono risposte evasive, imprecise e li spingono ancora di più a chiudersi nella loro incertezza, cercando di darsi delle risposte autonomamente.
Purtroppo non avendo informazioni non possono fare altro che fare congetture e costruirsi una loro verità, che, ahimè, non può che basarsi sulle facce sconsolate, ansiose e/o arrabbiate di chi vedono intorno a loro. Inoltre notando di essere gli unici a non essere messi al corrente di quello che sta succedendo, spesso sono portati a pensare di centrare qualcosa con lo stato di tristezza di chi lo circonda.

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Ecco perché è importante, invece, spiegare ai bambini quello che accade, di bello e di brutto, e dar loro la possibilità di esprimere sentimenti sia di felicità che di tristezza, senza preoccuparsi di minare così la loro spensieratezza.
È bene partire sempre dal presupposto che i bambini percepiscono e capiscono molto più di quanto noi adulti possiamo pensare, e che, quindi, spiegare loro ciò che accade, ovviamente con modalità e termini adatti alla loro età e al loro livello di sviluppo, è qualcosa che dobbiamo loro, in segno di amore, di fiducia e di condivisione.

Uno dei temi più spesso nascosti ai bambini è quello della morte.
La perdita di una persona cara (ma a volte anche quella di un animale di famiglia) è un momento molto doloroso perché mette inevitabilmente di fronte alla caducità della vita, impone di fermarsi a pensare a ciò che c’era e che non c’è più, con i relativi rimpianti e rimorsi, e fa perdere per un lasso di tempo più o meno lungo (a seconda della gravità del lutto e della possibilità di affrontarlo adeguatamente) la voglia di fare progetti per il futuro perché tutto sembra inutile, dato che abbiamo la dimostrazione netta che, presto o tardi, finirà.
È evidente che sarebbe bello poter evitare a qualcuno questa sofferenza, soprattutto quando si tratta di bambini e di ragazzi, ma questo non è possibile: la morte fa parte della vita; la perdita, il senso di mancanza, la separazione sono presenti fin da subito nella realtà di ogni persona che viene al mondo. E più si riesce ad affrontarla con serenità e tranquillità, più sarà facile strada facendo non farsi atterrare dalle battaglie e dalle perdite che la vita imporrà di affrontare.
E il modo migliore per imparare a riconoscere la morte come un passaggio doloroso, ma naturale e inevitabile, è quello di poterlo conoscere ed affrontare sin da bambini, con il sostegno e il calore familiare intorno.

A seconda dell’età sarà possibile spiegare al bambino ciò che è successo in modo diverso, e aiutarlo ad esprimere ciò che sente secondo le modalità più congeniali al suo carattere, al suo temperamento e alla sua età.
I bambini molto piccoli devono essere rassicurati che non saranno abbandonati, che chi rimane si prenderà cura di loro e che non devono dimenticare chi non c’è più, ma possono parlarne e pensarci se vogliono.
Verso i 4-5 anni i bambini cominciano a capire che la morte è un evento irreversibile ed universale e possono avere paura che accada anche a loro o ai loro genitori, quindi si devono accogliere i loro timori, spiegare come è avvenuta la morte di colui che è venuto a mancare e essere pronti ed aperto alle loro domande.
Ancora fin verso i 10 anni i bambini possono temere di centrare qualcosa con la perdita di chi è morto, magari perché ci hanno litigato o perché hanno pensato di essere arrabbiati e non volerlo più vedere. Vanno quindi rassicurati e va spiegato loro che non c’entrano e che non hanno colpe, ma che possono esprimere il loro rammarico parlandone o, magari, scrivendo una lettera a chi hanno perso.
Nel periodo dell’adolescenza, i ragazzini vivono un momento particolare, in cui vorrebbero essere indipendenti, ma ancora non lo sono. Rifiutano l’autorità, ma hanno ancora tanto bisogno di ascolto e comprensione. Non ci si deve far “ingannare” da modi bruschi o da risposte dure, ma si deve rimanere a disposizione e lasciare sempre aperto il canale comunicativo.

Il gioco può essere un modo per il bambino o il ragazzo per esteriorizzare la tristezza o per esprimere ciò che sente: non si dovrebbe limitare la possibilità del bambino o del ragazzo a giocare come desidera, anche se agli adulti sembrano modalità inadeguate o regressive. Piuttosto si può soffermarsi a cercare di capire che significato ha quel gioco per lui e sostenerlo se sembra necessario.

Non ci sono modi migliori o peggiori di parlare della morte con i bambini, poiché ogni famiglia ha le proprie relazioni, i propri valori, le proprie idee, ai quali attingere per far fronte anche ad un momento così difficile.
Ci sono però delle idee generali da tenere presenti per riuscire a comunicare in maniera adeguata in un momento tanto delicato con i piccoli di casa:
– I bambini vanno informati in maniera semplice e chiara di ciò che è accaduto. Si può utilizzare una fiaba per spiegare meglio o per dare spazio ai sentimenti, ma non vanno inventate storie: i bambini e gli adolescenti devono sapere la verità, nient’altro che la verità, il prima possibile, da qualcuno al quale sono legati e di cui si fidano.
– L’ espressione delle emozioni va incoraggiata, offrendo anche ascolto, presenza e accettazione senza giudizi o consigli.
– Non si deve rinunciare alle regole e ai limiti che abitualmente si pongono al bambino in occasione di un momento di lutto: le regole e le abitudine sono una rassicurazione per i più piccoli ed è importante che non si perdano in un momento tanto delicato.
– I bambini devono poter ricordare e commemorare la persona morta; devono poter partecipare alle cerimonie funebri e quelle in onore del defunto. Le cerimonie sono importanti riti di passaggio ed esserne estromessi rende più vulnerabili dall’impossibilità di elaborare il lutto e di sentirsi in pace con la situazione.

Oltre a queste indicazioni generali su cosa sia bene fare, è importante tenere sempre presente cosa sia meglio NON dire ai bambini quando qualcuno muore:
– Utilizzare spiegazioni “magiche” pur apparendo una soluzione più “semplice” è spesso controproducente, innanzitutto perché non fornisce una spiegazione chiara, realistica e onesta di ciò che è avvenuto, e secondariamente perché possono creare confusione. Ad esempio se si dice che “Gesù è venuto a prendere la nonna” o che “lo zio è partito con gli angeli”, il bambino può chiedersi come mai Gesù porti via le persone e pensare che ci si debba chiudere in casa per evitarlo, oppure può chiedere che gli angeli portino anche lui da qualche parte;
– Utilizzare perifrasi allo stesso modo crea un’idea aleatoria e imprecisa di quello che è accaduto, lasciando sempre il bambino ai suoi dubbi. Ad esempio se si dice che qualcuno “ci ha lasciato” o che “lo abbiamo perso”, il bambino può chiedersi come mai quella persona abbia deciso di lasciarlo oppure pensare che chi si è perso vada cercato;
– Anche una volta spiegato al bambino quello che è successo, non gli si deve dire che si sa quello che sta provando, perché ognuno vive le proprie specifiche reazioni ed emozioni. Piuttosto è bene rendersi disponibili ad ascoltare quello che prova ed accogliere i suoi punti di vista e le sue sensazioni;
– In ogni caso non è mai bene dire al bambino cosa debba fare, a meno che non sia lui a chiederlo. Dare la possibilità ad ognuno di reagire come sente di volerlo fare, è un segno di rispetto e di accoglienza.

Ognuno, grandi e piccoli, vive il lutto a modo proprio, ed è importante che questo sia permesso a tutti. Ma essere vicini e sostenersi in un momento così delicato è altrettanto importante, offrendosi a vicenda ascolto senza giudizi e affetto senza pretese.
Da adulti è importante che diamo spazio alle sensazioni dei più piccoli, senza precludere loro di poterle vivere solo perché a noi sembrano troppo forti o troppo ingombranti.
Solo mantenendo una vicinanza e un’onestà reciproche, ognuno potrà esprimersi e sentirsi compreso e sicuro allo stesso tempo.
Se ci si trova in difficoltà nel gestire le proprie emozioni, o nel confrontarsi con i propri figli nel momento del lutto, si può chiedere aiuto a qualcuno di fiducia o a un professionista, per evitare che la tristezza e la sofferenza si insinuino nei pensieri e nelle relazioni più in profondità di quanto sia sopportabile.
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Nel momento del lutto tutti vanno accolti, seppur nel dolore, per avere tutti la possibilità di vedere insieme una nuova alba.

Dott.ssa Giulia Schena

Smartphone e Adolescenti… È possibile una relazione sicura?

“Ma mammaaaaa/papàààà!! Ce l’hanno tutti!”, è così che spesso comincia la travagliata storia della relazione tra ragazzi e smartphone.
Una relazione forte, stretta, indispensabile.. Spesso, fin troppo forte, stretta, indispensabile.
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Una relazione che i genitori faticano a comprendere e gestire, ma che allo stesso tempo non vogliono impedire, un po’ perché vogliono evitare continue lotte e un po’ perché, tutto sommato, “che male c’è?!”. Ed è vero: non c’è nulla di male. La nostra società corre ormai anche sui binari della tecnologia, del cyberspazio e delle app che risolvono qualunque problema.
Però (eh sì, c’è un però), proprio perché in un oggetto così piccolo ci sta un mondo così grande, è importante che ci sia un buon livello di consapevolezza di ciò che si può e non si può fare. E, ahimè, a 11 anni (ma nemmeno a 16, spesso) questa consapevolezza non c’è. E non perché i ragazzini siano stupidi, ma perché a quell’età vivono naturalmente una fase in cui hanno il bisogno di un controllo dagli adulti. Un controllo sereno, discreto, non eccessivo, ma comunque un controllo. E ne hanno bisogno perché con la pubertà e la preadolescenza vengono catapultati in un mondo nuovo, che non conoscono, ricco di stimoli da imparare a gestire; e in quel mondo nuovo loro si sentono già grandi, invulnerabili, sentono di poter sperimentare tutte le possibilità senza rischi, perché “non può certo capitare a me…!”. Fosse per loro si lancerebbero in quel mondo nuovo senza remore e senza timori, con la curiosità è l’entusiasmo dei bambini che erano, ma con molte delle possibilità e delle abilità degli adulti che saranno.
È chiaro, dunque, che tra quel bambino e quell’adulto che per un po’ convivono in un solo corpo, è necessaria un po’ di mediazione.

Lo smartphone, più che mai, rende immediatamente disponibile tutto. Si può conoscere, esplorare, conversare, vedere, ascoltare, scrivere, comunicare, sperimentare. Si ha letteralmente il mondo nelle proprie mani.
È un po’ come quando nei film d’azione degli scienziati super geniali stanno inventando una cosa di una portata gigantesca e si chiedono “ma cosa succederebbe se questo finisse nelle mani sbagliate?!?” (e poi, puntualmente, succede).

Data questa premessa è evidente che, per evitare rischi inutili (e anche per aiutare i nostri figli ad affrontare la crescita), per far sì che i ragazzi e le ragazze utilizzino adeguatamente uno smartphone non basta acquistarlo per loro e metterlo tra le loro mani. È necessario, invece, che alla base di quel dono vi siano delle regole, un controllo e, soprattutto una relazione ricca di comunicazione e di consapevolezza.
Le principali problematiche che si frappongono tra i genitori e il buon uso dello smartphone da parte dei loro figli sono tre:
– La scarsa abilità nell’uso dei nuovi media, che impedisce di capire il loro funzionamento e di esercitare un minimo di controllo, ma che rende anche molto vulnerabili alla possibilità di farsi fregare dai ragazzi;
– L’ idea che lo smartphone sia un oggetto dovuto e assolutamente indispensabile per i ragazzi, che fa sì che loro stessi sentano di averne il pieno e unico controllo e che pensino che nessuno possa dissentire su questo;
– Il pensiero che “mio figlio/mia figlia è un/a bravo/a ragazzo/a, quindi è impossibile che faccia/gli capiti qualcosa di male”. Questo pensiero è scorretto non tanto perché i nostri figli non siano “bravi ragazzi”, quanto perché è nella normalità della fase del ciclo di vita che stanno attraversando che abbiano bisogno di essere tenuti sotto controllo e che abbiano un’innata capacità di mettersi nei guai (probabilmente seguono il principio che recita che “sbagliando si impara”).

Inoltre, spesso, gli adulti (che non sono nati nell’era digitale e, nonostante gli sforzi, conoscono i media solo parzialmente) non sono completamente consapevoli di quali siano effettivamente i problemi e le possibili trappole che ormeggiano nel mare della rete. Eccone alcuni:
– Ricerca di informazioni su aspetti importanti della vita sociale e relazionale (ad esempio sulla sessualità) e reperimento di materiale che non fornisce risposte realistiche, quanto piuttosto stereotipate e poco attinenti alla realtà. A questo proposito è evidente quanto la comunicazione e l’apertura siano importanti, per far sì che a ogni dubbio e a ogni informazione “strana” reperita, corrisponda la possibilità di confrontarsi con persone reali, possibilmente adulte e consapevoli.
– Cyberbullismo che si configura come la possibilità di mettere in difficoltà ed imbarazzo gli altri, rimanendo emotivamente (grazie al mancato confronto diretto con la persona offesa e con i risultati immediati delle proprie azioni) e fisicamente (grazie al possibile anonimato) protetti. Solo favorendo riflessioni sulle emozioni e sugli effetti di ciò che si dice e si fa, si possono aiutare i ragazzi a gestire meglio le relazioni virtuali.
– Sexting, ossia scambio di messaggi e comunicazioni a sfondo sessuale in chat e nel web, senza rendersi conto che questa pratica rende vulnerabili a possibili ripercussioni oggi o nel futuro.
– Dipendenza da smartphone, che fa sì che il proprio telefono cellulare sia vissuto come un’estensione di sé e un attributo essenziale per il benessere, portando a difficoltà relazionali e individuali (ad esempio disturbi del sonno, ansia, isolamento…).

Leggendo queste possibilità vi viene da pensare che siano remote e lontane dalla vostra personale vita quotidiana? Purtroppo invece sono tutte realtà sempre più presenti nella nostra società. E ignorarle non è la soluzione.

Lo smartphone, così come tutti i nuovi media che giorno dopo giorno riempiono sempre di più le nostre vite, è uno strumento utile ed interessante e non esiste alcun motivo per evitare a priori di dare la possibilità ai ragazzi di utilizzarlo. Quindi la soluzione alle problematiche che possono insorgere attraverso l’uso smodato di questo strumento non è certo quello di impedire ai ragazzi di averne uno.
Una buona prassi, invece, sarebbe quella di favorire una conoscenza, un controllo e una comunicazione all’altezza della portata della potenza dello smartphone.

Ecco, ad esempio, un elenco di regole create dai genitori di un tredicenne, quando gli hanno regalato l’iPhone.

1. Il telefono è mio. L’ho comprato io. L’ho pagato io. In sostanza te lo sto prestando. Sono la migliore o no?
2. Saprò sempre la password.
3. Se suona, rispondi. È un telefono. Di’ “ciao”, sii educato. Non provare mai a ignorare una telefonata se sullo schermo vedi scritto “Mamma” o “Papà”. MAI.
4. Consegna prontamente il telefono a uno dei tuoi genitori alle ore 19.30 dei giorni di scuola e alle ore 21.00 nei fine settimana. Verrà spento per la notte e riacceso alle 7.30 del mattino. Se c’è un momento in cui non ti verrebbe da chiamare qualcuno sul suo telefono fisso perché temi che potrebbero rispondere i suoi genitori, allora non chiamare o non scrivere messaggi. Dai retta all’istinto e rispetta le altre famiglie, come noi vorremmo essere rispettati.
5. Il telefono non viene a scuola con te. Parlaci un po’ con le persone a cui normalmente mandi messaggi. Fa parte delle cose che si devono imparare nella vita. *Sui giorni in cui esci prima da scuola o i giorni di gita è necessaria una valutazione caso per caso.
6. Se il telefono cade nella tazza del water, va in pezzi cadendo a terra o svanisce nel nulla, sei responsabile del costo di sostituzione o riparazione. Taglia l’erba, fai il babysitter, metti da parte i soldi che ti regalano al compleanno. Se succede devi essere pronto.
7. Non usare la tecnologia per mentire, deridere o ingannare un altro essere umano. Non farti coinvolgere in conversazioni che possono fare del male a qualcun altro. Sii un buon amico e non ti mettere nei guai.
8. Non scrivere in un messaggio o una mail qualcosa che non diresti di persona.
9. Non scrivere in un messaggio o in una mail qualcosa che non diresti in presenza dei tuoi genitori. Cerca di censurarti, stacci attento.
10. Niente porno. Cerca sul web contenuti di cui parleresti anche con me. Se hai domande rispetto a qualsiasi cosa, chiedi a una persona – preferibilmente a me o a papà.
11. Spegnilo, rendilo silenzioso, mettilo via quando sei in pubblico. Specialmente al ristorante, al cinema e mentre parli con un altro essere umano. Non sei una persona maleducata, non permettere all’iPhone di trasformarti.
12. Non inviare e non chiedere foto delle tue parti intime o di quelle di qualcun altro. Non ridere. Un giorno sarai tentato di farlo, a dispetto della tua intelligenza. È rischioso e potrebbe rovinare la tua vita al liceo, all’università, della tua età adulta. Il cyberspazio è vasto e più potente di te. Ed è difficile far sparire le cose da questo spazio, inclusa una cattiva reputazione.
13. Non fare miliardi di foto e video. Non c’è bisogno di documentare tutto. Vivi le tue esperienze, rimarranno nella tua memoria per sempre.
14. Lascia il telefono a casa, qualche volta, e sentiti sicuro di questa decisione. Non è vivo e non è una tua estensione. Impara a fare senza. Sii più grande e potente della PDPQ, la paura di perdersi qualcosa.
15. Scarica musica nuova o classica o diversa da quella che ascoltano milioni di tuoi coetanei. La tua generazione ha un accesso alla musica senza precedenti nella storia. Approfittane, espandi i tuoi orizzonti.
16. Gioca a qualche gioco di parole o di logica che stimoli la tua mente, ogni tanto.
17. Tieni gli occhi aperti. Guarda cosa succede intorno a te. Guarda fuori dalla finestra. Ascolta il canto degli uccellini. Fai una passeggiata, parla con uno sconosciuto, fai lavorare la tua immaginazione senza Google.
18. Farai qualche casino. Ti ritirerò il telefono. Ci metteremo seduti e ne parleremo. Ricominceremo da capo. Io e te continuiamo a imparare cose nuove, giorno per giorno. Io sono dalla tua parte, sono nella tua squadra. Siamo insieme in questo.

(Per l’articolo originale cliccate qui)

È chiaro che questo è solo un esempio e che ogni famiglia può creare il proprio decalogo, a misura delle proprie credenze, dei propri valori e delle proprie abitudini. Inoltre è possibile valutare la derogabilità delle singole regole in dati momenti o per precise motivazioni.

Certo è che mettere gli accordi per iscritto e chiedere a tutti di condividerli e firmarli (magari dopo essersi confrontati sull’accordo sulle regole stesse), permette di evitare spiacevoli qui pro quo e di far sì che ognuno si prenda le proprie responsabilità, sentendosi sempre in prima linea nella gestione dello smartphone, ma anche delle possibili ripercussioni in caso di scorrettezze e, soprattutto, nella gestione della relazione all’interno della quale hanno preso vita gli accordi.

Come genitori, insomma, è fondamentale essere realisti e consapevoli, ma anche essere aperti alle novità, pur rimanendo autorevoli da un lato e disponibili al confronto dall’altro.
Ecco che, in questo modo, sarà possibile che i ragazzi sfruttino al meglio le potenzialità che i nuovi media offrono, facendo magari qualche scivolone (che non si può negare a nessuno!!), ma coperti dalla sicurezza di conoscere un po’ meglio i rischi e le possibili soluzioni.
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Dott.ssa Giulia Schena