Cose da non dire a chi non ha figli

A volte sembra che la vita di tutti debba andare esattamente così come siamo abituati a pensarla e ad immaginarla. È una sorta di auto-convincimento, come se questo ci tenesse al riparo dall’inaspettato, come se mantenesse esattamente il giusto ordine delle cose.

Ed è così che da un certo punto in poi, si comincia a dare per scontato che una coppia dovrebbe avere un figlio. E scatta la fatidica domanda:

“Ma voi allora? Un figlio niente?”

Questa è in assoluto la prima e più importante domanda da NON fare a chi non ha figli. Perché potrebbe non desiderarli, e quindi essere stanco di dover continuamente dare una spiegazione per una scelta tanto personale e intima e, ancora di più, potrebbe essere stanco di sentirsi “strano”, “assurdo” o “insensato” per questa scelta. Ma potrebbe anche non riuscire ad averne, cercarli da tanto, averne persi, essersi sottoposto a cure pesanti ed invasive, ed essere ancora e comunque in attesa. E in questo caso questa domanda oltre che fastidiosa potrebbe essere anche molto dolorosa.

E se già si sa che la persona di fronte a noi nutre il desiderio di avere un bambino, ma per qualche motivo non riesce ad averne, ci sono altre cose che sarebbe meglio evitare di dirle:

  1. Non ditele di rilassarsi, o di non pensarci. Pretendere che una persona possa non pensare a qualcosa che per lei è così importante è assurdo, oltre ad essere una richiesta che mette l’altro in difficoltà: se si presuppone che basti rilassarsi per rimanere incinte e una donna non riesce a rimanere incinta, pare quasi sia solo colpa sua. Il rilassamento, invece, non cura l’infertilità.
  2. Rispettate la privacy: domande personali, curiosi interrogatori, consigli più o meno richiesti non sempre sono graditi (a dir la verità non lo sono quasi mai). Lasciate che sia la persona stessa a parlarne se se la sente o ad evitare l’argomento se preferisce.
  3. D’altro canto, però, rendetevi disponibili ad ascoltare: l’infertilità e le difficoltà di concepimento fanno spesso sentire terribilmente soli, perché quando si parla di figli si vorrebbero sentire solo le cose belle, e non le storie di attesa estenuante. Avere qualcuno che ascolti, ma che ascolti davvero, con partecipazione e accoglienza, può essere un toccasana.
  4. Non sottovalutare il problema e non fare dell’ironia: dire che tutto sommato essere senza figli non è poi così male, perché si può fare tardi la sera, non si viene svegliati la notte o altre simili amenità, non fa che minimizzare la sofferenza che l’altro prova, e di certo non lo fa sentire capito.

A volte bastano piccoli gesti per far sentire la propria presenza e per sollevare un po’ chi già sta combattendo una dura battaglia.

Dott.ssa Giulia Schena

________________________

Hai bisogno di informazioni? Hai dubbi, domande, curiosità? Contattami via email a psicologa.schena@gmail.com o cercami su facebook psicologaschena

Annunci

Non dire mai: “Ma è bravo: mi aiuta!”

“Ma è bravo: mi aiuta”

Quando parlo con una coppia credo che questa sia una delle frasi che più di tutte trovo fuori posto, perché pur apparendo come un complimento o comunque qualcosa di positivo, porta con sé un’idea che non giova a nessuno.

Non giova a chi sostiene che l’altro lo aiuti (tendenzialmente la parte femminile della coppia), perché lo fa apparire come un lagnoso che ha bisogno di aiuto in qualcosa che, di fatto, spetterebbe a lui, e allo stesso tempo fa apparire l’altro come il “salvatore” che gli viene in supporto, pur non essendo assolutamente tenuto a farlo (e quindi, poi, che c’è da lamentarsi se a volte non lo fa?!).

Non giova a chi se la sente dire, perché viene così relegato al ruolo di comparsa, di supporter, di figura laterale (e talvolta, collaterale). Come se vivesse una vita che, in realtà, non lo riguarda, ma in cui, quando può, aiuta.

E, in definitiva, non giova neanche alla coppia come sistema, perché crea una serie di ambiguità nei ruoli, nei compiti, nelle aspettative che ognuno ha verso l’altro.

Quando si condivide la vita i compiti sono di entrambi; ognuno ci mette del suo, ci si dividono gioie e dolori più o meno equamente e nessuno è “bravo” perché aiuta l’altro: aiutare l’altro nelle incombenze quotidiane che riguardano la coppia o la famiglia è un dovere che ci si prende entrambi quando si decide di costruire qualcosa assieme.

Tra l’altro, spesso, dire che l’altro è bravo perché aiuta è il preludio di una qualche critica o lamentela, ovvero di un malcontento che si cerca di mascherare a sé stessi o all’altro per evitare discussioni. Evitando così, però, anche la possibilità di risolvere ciò che non va.

“Siamo bravi : abbiamo costruito un nostro equilibrio!”

Non è forse meglio dire così? O almeno tentare di lavorarci per ottenerlo?

Dott.ssa Giulia Schena

________________________

Hai bisogno di informazioni? Hai dubbi, domande, curiosità? Contattami via email a psicologa.schena@gmail.com o cercami su facebook psicologaschena

Quando il batticuore si sopisce

“Dottoressa io non lo so cosa sia successo, pare che non ci sia più niente.. boh forse stiamo insieme per abitudine.. ma così che senso ha?”

Capita più o meno così: due persone si incontrano, si piacciono, decidono di stare insieme. Ci sono tra loro occhi a cuoricino, farfalle nello stomaco, e un batticuore che sembra non fermarsi mai. È tutto un pensarsi, un chiamarsi, un mancarsi.

Poi il tempo passa, la storia evolve, i pensieri variano. Ci sono nuove preoccupazioni, nuovi impegni. E ogni tanto ci si ferma, e ci si accorge che qualcosa è cambiato. Ma si fa una gran fatica a capire il perché, e ci si aggroviglia in svariati pensieri, che altro non fanno se non aumentare il senso di frustrazione e la fatica ad accettare questa nuova relazione.

Credo che sia colpa dei film. O forse dei libri. O forse delle storie che ci raccontiamo. È colpa della fregatura che ci diamo da soli quando pensiamo che tutto possa essere per sempre allegro e scoppiettante.

L’innamoramento è una fase. E d’altronde non potrebbe essere altrimenti: pensate anche solo fisicamente come sarebbe faticoso sostenere tutta l’eccitazione, tutto il turbinio di emozioni, tutte le fantasticherie del periodo in cui tutto è sbriluccicoso.

Passato l’innamoramento subentra l’amore. Subentra se lo si lascia entrare. Se non si ha paura di accettare anche la fatica di stare insieme conoscendo pregi e difetti invece dell’attesa di scoprirsi ancora un po’; se si accetta la pacatezza di un momento di pace sul divano invece della frenesia del fare cose e costruire ricordi; se si accetta la dolcezza di un bacio dato di fretta prima di uscire la mattina invece della passione dei baci al chiaro di luna quando non ci si vuole salutare e si strappa un altro minuto al tempo.

Stare insieme nel tempo significa passare dal sentirsi sulle montagne russe, al sentirsi a casa. Semplicemente, a casa.

“L’amore non è un falò nell’anima, ma piuttosto un focolare che ci tiene caldi e al sicuro, coccolandoci mentre ci addormentiamo.”

A volte è molto difficile accettarlo. A volte c’è bisogno di una mano, per capire come ritrovare un equilibrio in questo luogo calmo dove prima c’era la tempesta. A volte non è nemmeno possibile, perché magari davvero tutto si è esaurito (e allora, continuare a stare insieme sperando che così faccia meno male, scava nell’anima creando una voragine).

Ma quando ci si riesce. Beh, allora la fatica fatta è valsa la pena.

Dott.ssa Giulia Schena

________________________

Hai bisogno di informazioni? Hai dubbi, domande, curiosità? Contattami via email a psicologa.schena@gmail.com o cercami su facebook psicologaschena

“Ci separiamo” – Quando 1+1 diventa tutto diviso

Immaginate di andare in vacanza. Una vacanza bellissima: rilassante, entusiasmante, divertente; una vacanza in cui magari c’è stata anche qualche seccatura, ma tutto era così bello ed eravate così felici di essere in vacanza, che tutto sommato gli intoppi sono scivolati via lisci.

Ora immaginatevi nel viaggio di ritorno da questa vacanza, portando con voi tanti bei ricordi, nuove esperienze, e pensando che ricorderete per sempre questo periodo come meraviglioso.

Ora immaginate di arrivare a casa, ancora allegri e felici, notare qualcosa di strano e.. Scoprire che mentre eravate via, qualcuno è entrato in casa vostra e vi ha rubato o rotto ciò che era vostro. In un secondo tutto cambia. E da questo momento in poi ogni volta che ripenserete a quella vacanza vi si accenderà la rabbia e l’odio per quello che è successo al vostro ritorno e mai più ripenserete con gioia, ma solo con un gran senso di frustrazione e con la voglia di trovare una colpa a qualcuno (a chi ha voluto partire? A chi non ha voluto tornare in anticipo? A chi non ha chiuso bene casa?…).

Ecco quello che spesso accade quando si giunge alla sofferta decisione di separarsi: tutti i bei momenti, tutto ciò che di buono c’è stato nella relazione, tutto ciò che si è imparato negli anni.. Tutto viene spinto a forza dietro ad una cortina di rabbia, frustrazione e recriminazioni.

Si entra così in un circolo vizioso di colpevolizzazioni, di malcontento, di tristezza generale, in cui tutti perdono perché nessuno costruisce una prospettiva futura essendo tutti troppo impegnati a demolire il passato, anche ciò che di buono c’è stato nel passato.

Una separazione dovrebbe poter essere un nuovo inizio: ci si lascia perché non si sta più bene insieme (e può capitare per svariati motivi) e perché si è infelici, quindi, in teoria, si fa per cercare una nuova felicità. A questo punto, comunque sia andata, ci si è arrivati in due, quindi non è colpa di nessuno, oppure è colpa di tutti, e fermarsi a sviscerare momento su momento tutto quello che non ha funzionato ha l’unico scopo di ferirsi a vicenda e l’unico effetto di consumare preziose energie fisiche e psichiche, di cui ci sarebbe un gran bisogno per poter ricominciare a fare progetti in un momento in cui una parte della propria vita si sta sgretolando. Ne vale la pena?

La cosa più difficile, ma probabilmente più utile, sarebbe riuscire a fermarsi un attimo, far sedimentare la delusione, il senso si smarrimento e il senso di fallimento, e poi voltarsi al passato e chiedersi:

Che cosa mi posso portare via di buono da quello che è stato?

E poi mettere per un secondo da parte la rabbia e la voglia di vendetta o di rivalsa, guardarsi ancora per un momento negli occhi, e scusarsi reciprocamente per ciò che ognuno ha sbagliato e ringraziarsi reciprocamente per ciò che ci si è vicendevolmente dati.

Separarsi bene si può, ed è la base sulla quale si può costruire un nuovo futuro fatto ancora di serenità.

Dott.ssa Giulia Schena

________________________

Hai bisogno di informazioni? Hai dubbi, domande, curiosità? Contattami via email a psicologa.schena@gmail.com o cercami su facebook psicologaschena

Come spiegarsi l’inspiegabile dell’amore

Ci sono relazioni di lunga durata in cui nel tempo si sono accumulati piccoli fastidi, sensazioni sgradevoli, dubbi. Ognuno sa di aver messo nella relazione ciò che aveva, ciò che poteva. Ognuno, però, sente di non essere stato ricambiato.

“Dottoressa, è una vita che andiamo avanti.. Io gli/le ho dato tutto.. Tutto. E mai un riconoscimento, mai un grazie. E ci fosse stata una volta in cui lui/lei ha fatto il primo passo.. E ora ha anche il coraggio di dire che è lui/lei ad essere stanco. Ha il coraggio di voler far passare l’idea che sia stato lui/lei a soffrire. Ma le pare possibile?!?”

Quella che rimbomba tra queste parole è sempre la stessa domanda: “Ma mi ha mai amato? Come può dire che mi ama se mi ha fatto stare così male? Come può non essersi reso conto che io stavo facendo di tutto per tenere in piedi questa relazione senza essere mai ricambiato?!”
E lo volete sapere qual è la cosa paradossale? È che queste stesse identiche cose potrebbero essere dette da entrambi i coniugi: entrambi si sentono traditi, sviliti, poco apprezzati. Entrambi sostengono di aver amato oltre ogni limite, ed entrambi sostengono che l’altro non lo abbia colto.

E come è possibile? Se entrambi si sono amati, se entrambi hanno dato tutto, come si può essere arrivati a questo punto?

“C’era una volta una persona che amava tantissimo la cioccolata. La amava talmente tanto che condividerla con gli altri era una sofferenza e una grande prova d’amore. Quella persona ne incontrò un’altra, di cui si innamorò profondamente e decise di voler condividere con lei tutta la cioccolata del mondo perché per lei valeva la pena di privarsi anche del cioccolato. Naturalmente, non le disse mai di che grosso impegno fosse donarle il cioccolato, anzi lo fece sembrare qualcosa di assolutamente naturale.

C’era una volta una persona allergica al cioccolato. Lo odiava così tanto da essere infastidita anche solo dal suo odore. Non capiva come si potesse amare una cosa tanto odiosa e ricevere cioccolato in dono era qualcosa di profondamente offensivo e insopportabile. Un giorno incontrò un’altra persona e se ne innamorò talmente profondamente da accettare in qualche modo di avere a che fare con il cioccolato, dato che l’altro sembrava non esserne così schifato. Naturalmente non gli disse mai di quanto odiasse il cioccolato, perché non voleva sembrare strana e, tutto sommato, per l’altro sembrava una cosa talmente naturale che farla scemare non doveva essere complicato.

C’era una volta una coppia: l’uno continuava a regalare cioccolatini, l’altra continuava a detestarli. Il primo dopo il primo cioccolatino, vedendola insoddisfatta, decise di aumentare la dose, e ancora, e ancora. Ma lei era sempre insoddisfatta, e lui cominciava ad essere stanco, a sentirsi incompreso e a chiedersi come potesse lei non essere mai contenta se davvero lo amava. E lei, dal canto suo, si chiedeva come potesse lui continuare imperterrito ad affrontarla così se davvero la amava, e come poteva non apprezzare il fatto che lei comunque sopportasse le sue idiosincrasie.”

Spesso succede che entrambi si porta il proprio sé, la propria storia, le proprie capacità dentro la relazione, dando tutto il possibile, ma dimenticandosi di spiegarsi, di comunicare, di dirsi “questo mi piace”, “questo no”, “questo mi fa sentire così”, “questo mi fa sentire cosà”, e di chiedersi “a te cosa piace?”, “come ti fa sentire questo?”.. E nel tempo sentimenti inespressi, piccole e grandi incomprensioni, si accumulano a far sembrare ognuno lontano e distaccato, e a far sentire ognuno stanco e disperato.
La prossima volta che il/la vostro/a partner fa per l’ennesima volta qualcosa che vi fa imbestialire, fermatevi. Non tacete per quieto vivere, nè arrabbiatevi per cambiare le cose. Fermatevi. Chiedetevi se quello non è il suo cioccolatino per voi che odiate il cioccolato. Spiegate come vi fa sentire, chiedete come lo fa sentire. Fermatevi. Non lasciate la cosa sfuggire via, ma usatela come un propulsore di comprensione, come un motore di cambiamento.

Dott.ssa Giulia Schena

_________________________

Hai bisogno di informazioni? Hai dubbi, domande, curiosità? Contattami via email a psicologa.schena@gmail.com o cercami su facebook psicologaschena

6 cose che rovinano le relazioni di coppia (e i modi per evitarle)

Spesso si pensa che l’amore sia una cosa facile, immediata. E ci si arrovella nel chiedersi come sia possibile che la nostra relazione non funzioni, se sentiamo che l’amore c’è. Forse è l’altro che non ci ama? O forse siamo noi a non essere in grado di dare amore? Ebbene, no. Il fatto è un altro. L’amore non è facile. O meglio, le relazioni amorose non sono facili.

Le relazioni di coppia sono sempre difficili. C’è bisogno di comunicazione, di ascolto, di supporto. E c’è bisogno di realismo: di essere onesti a dirsi quando c’è qualcosa che non ci convince più del tutto. E in quel momento c’è bisogno di buonsenso, di calma, di comprensione: c’è bisogno di non arrabbiarsi di fronte alla difficoltà che l’altro ci confessa e c’è bisogno di apprezzare l’impegno. E poi c’è bisogno di fermarsi, di guardarsi, di capire dove si è arrivati e dove si sta andando; e bisogna farlo finché si è in tempo, prima che crolli quel minimo di equilibrio di cui c’è bisogno per non crollare. Essere una coppia è difficile, è come stare in equilibrio su un pregiato filo di seta.

Immagine

E in tutto questo marasma ci sono 6 cose che spesso e volentieri (anzi, direi malvolentieri!!) si insinuano nella serenità di una coppia, mettendo caos, creando dubbi, facendo sì che silenziosamente crollino i progetti.

1. Le cose non dette: ci sono cose, milioni di cose, che si pensano, ma non si dicono. E non si dicono perché si pensa che siano futili, o che l’altro non voglia saperle, o che creerebbero disguidi. Ma intanto quelle cose navigano dentro la testa, creano percorsi infiniti e danno vita a dei film mentali che potrebbero essere dei veri e proprio kolossal: immaginiamo quello che potremmo tranquillamente appurare se solo dicessimo con semplicità ciò che pensiamo.

 Non ci sono cose giuste o cose sbagliate da dirsi, in una relazione: ci sono i propri  pensieri, i propri punti di vista, le proprie sensazioni, che possono essere condivisi,  spiegati, confrontati.

 Ci sono cose che non diciamo con il timore di ferire l’altro, ma anche questo non ha  senso. Piuttosto conviene pensare ad un modo più soft per dirle e poi prepararsi a  gestire le conseguenze.

Parlare è sempre meglio che rimuginare.

2. Le richieste non fatte: è inevitabile che dal proprio partner ci si aspettino delle cose; ci si aspettano cose concrete (pagare le bollette, pulire casa, fare questa o quella commissione) e cose più astratte (un abbraccio, un commento su qualcosa, l’iniziativa nell’intimità). Ma spesso si decide di non dare voce a queste aspettative, rimanendo in attesa che l’altro le colga senza che gliele diciamo, nonostante esse nel frattempo scavino nel profondo e creino vortici di fastidi, delusioni, frustrazioni.

É importante essere consapevoli del fatto che se non si chiede una cosa, non è legittimo aspettarsi che questa venga fatta. Può capitare, a volte, che il partner ci conosca così bene da fare alcune cose che desideriamo prima ancora che gliele facciamo sapere, ma questa non è (e non può essere) la prassi.

Imparare a chiedere quello che ci si aspetta permette di riempire i vuoti lasciati dai silenzi e di non lasciare spazio alle incomprensioni, ai musi lunghi senza apparente ragione e alle recriminazioni postume (ovvero usare le cose non chieste, e quindi non fatte, durante i litigi come “arma” per dimostrare che l’altro è in errore). Imparare a chiedere, inoltre, fa sì che l’altro possa risponderci, che possa darci le sue ragioni se per caso qualche volta non ci può accontentare e che insieme possiamo negoziare come gestire le cose da fare.

Attenzione, però, chiedere non vuol dire pretendere, significa invece esprimere un bisogno, abbinandoci le proprie motivazioni e sapendo accettare quelle dell’altro.

3. I sentimenti inespressi: quante volte ci si trova a pensare “tanto lui/lei non mi capirebbe?”, quante volte si pensa che un proprio sentimento o una propria emozione siano una banalità o un’ovvietà? E allora non si dice che quel dato comportamento ci provoca rabbia, non si dice che quell’assenza ha fatto provare tristezza, così come non si dicono tanti “ti amo” o tanti “mi sei mancato/a”.

Comunicarsi i sentimenti consente di metterli nero su bianco, rendendoli evidenti e potendoli così affrontare per quello che sono e non per quello che si pensa l’altro pensi che dovremmo pensare che siano.

Accogliere i sentimenti dell’altro quando ce li comunichiamo consente di conoscersi meglio, di sentirsi compresi, di creare un’area di intimità in cui si possono serenamente far entrare anche le emozioni negative con la tranquillità di poterle affrontare (e quindi di poterle archiviare, invece di seppellirle pronte a riesplodere al minimo cenno di difficoltà).

Le emozioni e i sentimenti non sono mai sbagliati e mai banali, sono quanto di più profondo proviamo e quanto di più intimo possiamo concedere ad un partner.

4. Il leggersi nel pensiero (o pensare di farlo): “tanto lo so che lui/lei mi risponderebbe così!” è una delle frasi più pericolose in una relazione di coppia. Pensare di sapere già cosa pensa/vuole/crede/farà l’altro implica il non essere interessati a chiedere il suo parere e il non verificare come realmente potrebbe reagire. In questo modo non può instaurarsi un dialogo, non può esserci un confronto e, quindi, anche laddove sarebbero possibili (e auspicabili) non ci saranno cambiamenti.

Inoltre questo modo di pensare può far sì che si instauri un meccanismo comunemente definito “profezia che si autoavvera”: se io sono convinto che tu ti comporti in un certo modo e mi aspetto da te un certo atteggiamento, è molto probabile che sarà proprio quello che riceverò. Così, piano piano, di profezia in profezia, di reazione in reazione, si crea uno schema rigido in cui effettivamente azioni e reazioni sono sempre le stesse, sempre prevedibili, sempre a confermare quelle attese distorte che hanno provocato l’instaurarsi del circolo vizioso.

A meno che non siamo dei medium, non possiamo sapere cosa pensino gli altri. Chiedere, confrontarsi, ascoltare invece funziona sempre.

5. Il focalizzarsi sulle cose negative: ci sono dei periodi un cui tutto sembra andare storto; e lo stress aumenta; e il senso di fastidio aumenta; e il bisogno di controllo aumenta; e la sensazione di poter controllare le cose diminuisce inesorabilmente. In quei periodi tutto sembra essere un vortice di sfortune, sembra impossibile che qualcosa vada per il verso giusto. E così si comincia a contare tutte le cose che quotidianamente non funzionano, a partire, inevitabilmente, dalla propria relazione. Questo avviene per una naturale tendenza a considerare “casa” come un “porto sicuro”, e quindi se anche tutto il resto sta andando a scatafascio, la relazione in famiglia DEVE andare bene. Il problema è che per una questione di economia cognitiva siamo portati a focalizzarci solo sulle cose che principalmente ci riguardano in un certo periodo della nostra vita (avete presente quando ci si sposa e sembra che tutti si stiano sposando? quando si è in attesa e tutte sembrano essere incinte? ecco…). E quindi: periodo nero, vedo tutto nero, a casa pretendo che sia tutto roseo, ma inevitabilmente vado alla ricerca dei dettagli che mi confermino che non c’è nulla da fare e questo periodo è davvero TUTTO NERO.

Focalizzarsi sulle cose che non vanno, però, crea malumori e dissapori che rendono sempre più tesa l’atmosfera familiare, fino a farci pensare che il nostro partner sia una delle cause di questo periodo catastrofico e di questo nostro sentirci sempre stanchi, stressati, inadeguati. Immaginatevi tutto questo in maniera biunivoca (io lo penso di te, tu lo pensi di me): inevitabilmente il nostro rapporto si deteriora e cominciamo a non fare altro che notare i difetti del nostro compagno/a.

Focalizzarsi sulle cose che non funzionano non fa che peggiorare la situazione, perpetuando la percezione che tutto vada male e facendo stare sempre peggio. Riuscire a trovare almeno qualcosa di positivo può aiutare a cambiare prospettiva.

6. Il non concedersi un complimento: tanto quanto si fa presto a notare i difetti e gli errori, trovando mille modi per rimproverarli e per pretenderne la correzione, allo stesso modo si fa una gran fatica a prendere in considerazione i pregi, le cose fatte per bene, i piccoli accorgimenti e i piccoli tentativi di venirsi incontro. Farsi un complimento e dirsi grazie sembra essere banale, ovvio. Si tende a dare per scontato che l’altro faccia qualche sacrificio per noi e sottolineare di aver notato quel qualcosa di buono che è stato fatto sembra essere qualcosa di inutile. Accogliersi e dimostrarsi gratitudine anche per le cose più ordinarie, invece, è importante. Farsi un complimento ogni volta che è possibile non solo ci spinge a notare con più attenzione i dettagli che funzionano nella nostra relazione, ma spingono anche l’altro ad avere più voglia di fare qualcosa che ci faccia piacere.

Pensate a quanto sia bello sentirsi dire “bravo”, quanto sia soddisfacente sapere che ci si è impegnati per un risultato che anche gli altri vedono. E pensate quanto sia ancora più bello quando ci viene riconosciuto qualcosa che non ci eravamo nemmeno accorti di aver fatto o che noi per primi avevamo dato per scontato (ad esempio lavare i piatti, portare fuori la spazzatura, fare un sorriso).

Sentirsi apprezzati fa venir voglia di apprezzare, e apprezzare fa star bene in una relazione.

Sono sei piccole cose, quasi banali forse, ma nella maggior parte dei casi bastano queste a rimettere in piedi una relazione che barcolla.

Dott.ssa Giulia Schena

_______________________

Hai bisogno di informazioni? Hai dubbi, domande, curiosità? Contattami via email a psicologa.schena@gmail.com o cercami su facebook psicologaschena

L’amore non basta perché una coppia non si separi

Una stanza in uno studio di psicoterapia o di mediazione familiare. Due persone, mediamente imbarazzate, mediamente confuse, estremamente sulla difensiva. Si raccontano e si rimbalzano colpe, responsabilità e rancori. Si vede che qualcosa c’è tra quei due, si vede che il sentimento non è svanito come per magia, eppure non c’è emozione positiva che riesca a fare capolino tra le tante accuse reciproche.

cuore-spezzato-2

Cos’è successo? Come mai queste due persone non si riconoscono più? Com’è possibile che due persone che hanno trascorso insieme parte della loro vita (a volte lunghi anni o addirittura decenni!) ora non riescano a sopportarsi nemmeno per un minuto senza innervosirsi? Eppure c’è stato un tempo in cui quelle due persone hanno fatto progetti, hanno costruito una storia, hanno riposto speranze l’uno nell’altra e allora com’è che ora non hanno altro da chiedersi, se non come hanno potuto stare assieme?

Spesso quando si arriva a questo punto di fronte a me ci sono due persone stanche, esasperate, che non riescono a capire come sia possibile che l’altro non capisca, che si sentono tradite, usate, fregate. Ed è quasi paradossale perché entrambi sono arrabbiati, entrambi pensano di aver dato tutto senza ricevere niente in cambio, entrambi, ahimé, pensano che non ci sia più nulla da fare, perché l’altro non è chi credevano che fosse. A volte è vero; è inevitabile: ci sono storie che finiscono, persone che cambiano, vite che prendono pieghe inaspettate. E in questi casi separarsi è la scelta più saggia che si possa fare, perché anche se in un primo momento può essere dura, poi ne vale la pena e spesso anche i due membri della coppia, dopo la separazione, riescono ad andare più d’accordo, a ricordare con il sorriso i bei tempi andati e a gioire per la nuova vita dell’altro. Ma altre volte è avvilente, perché se solo quei due davanti a me riuscissero ad uscire per un solo momento dal proprio punto di vista, se solo allargassero di un misero millimetro la loro visuale, se solo riuscissero a mettere da parte una briciola del loro risentimento, riuscirebbero forse a vedere che non c’è colpa, che non c’è stata volontà di ferire, che non è tutto perso e irrecuperabile. Questi sono i casi in cui è evidente che rimane l’amore, amore spesso mascherato da odio; questi sono i casi in cui dopo un’eventuale separazione ci si fa la guerra, in nome di quell’amore mascherato da odio che non si sopporta di provare ancora.

Ma com’è che si arriva a questo punto?

Partiamo dall’inizio: ci si incontra, si vede nell’altro tutto quello di cui si pensa di avere bisogno, ci si innamora e nella meravigliosa illusione di un sentimento così potente si riescono a cogliere solo i segnali che dimostrano che proprio lui (o proprio lei) sia quello che risolverà tutti i propri problemi. Poi il tempo passa, i piccoli difetti cominciano a venire a galla, ognuno ha le proprie idiosincrasie e, inevitabilmente, si scontrano con quelle dell’altro. Di fatto ad un certo punto… SBAM! Si sbatte contro l’evidenza che non è tutto perfetto e che le cose vanno gestite, sopportate, supportate, altrimenti deragliano.

Comincia così il processo di disillusione che può portare ad un rapporto più maturo, più accomodante nei confronti dei pregi e dei difetti, più consapevole del fatto che l’altro non può certo salvarci la vita, quello, al massimo, lo potremo fare insieme, l’uno con l’altro. Oppure può portare alla delusione, all’idea che l’altro non sia stato sincero, che non sia stato onesto, che abbia messo in mostra una mercanzia che non possedeva e che abbia volutamente fatto sì che venisse visto il paradiso dove in realtà c’era solo una melmosa palude.

Il fatto è questo: amarsi non basta a far funzionare un rapporto. Non è sufficiente provare qualcosa per l’altro, non è sufficiente condividere la vita giorno per giorno: per far funzionare un rapporto ci vuole un po’ di impegno, ci vuole presenza, ci vuole attenzione.

Il problema, invece, spesso è questo: ognuno si lascia trasportare dalle incombenze della vita, pensando che l’altro debba essere in grado di cogliere i piccoli segnali di bisogno seminati per strada e i piccoli segnali di affetto lasciati nel vento. Ma, inevitabilmente, essendo ognuno concentrato su di sé e sulle proprie attese, nessuno dei due coglie i segnali dell’altro e nessuno dei due vi risponde. Entrambi ci si trova scontentati, entrambi a pensare che “io la mia parte l’ho fatta, i segnali li ho lasciati, è l’altro che non fa la propria” ed è lì che parte la giostra delle rimostranze, delle ripicche, del risentimento. È lì che partono le discussioni sulle piccole cavolate della vita quotidiana. E discussione, su discussione, su discussione. E piccolo grattacapo, su piccolo grattacapo, su piccolo grattacapo. E sensazione di ingiustizia, su sensazione di ingiustizia, su sensazione di ingiustizia. Si crea un muro, anzi una montagna. Tutto questo per non fermarsi a dirsi:

“Ehi tu.. ma non li hai visti i miei segnali?”

“Io?!? E tu non hai visto i miei?!”

“Caspita eravamo così concentrati sui nostri che ci siamo persi per strada! Evidentemente abbiamo entrambi bisogno di essere visti, ed entrambi dobbiamo impegnarci di più a vedere l’altro.”

Insomma, in poche parole, il disguido è questo: ci si dà per scontati. Reciprocamente. Nessun carnefice e nessuna vittima: entrambi non si riesce a voltare lo sguardo verso l’altro.

Credete non sia vero? Osservatevi. Siete davvero presenti per il vostro partner? Lo siete DAVVERO? Non in maniera superficiale, non per abitudine, ma presenti VERAMENTE, con l’intenzione di esserci, con l’interesse di farlo. Riuscite ad ascoltare quello che vi racconta (ascoltare, non sentire)? Riuscite a cogliere le sue sensazioni, le sue emozioni? Riuscite a dire apertamente le vostre (apertamente, non con piccoli segnali lasciati qua e là)?

Riuscite a guardare il vostro compagno/la vostra compagna pensando che vi interessi, pensando di voler ogni giorno scoprire chi sia e come si senta, pensando di non aver mai finito di imparare a conoscerlo/a?

L’amore non basta, dicevo. Ci vuole un po’ di impegno. Ma non pensate che servano grandi gesti, tempi inenarrabili, soldi a palate. No, bastano 5 minuti. 5 minuti del vostro tempo giornaliero. 5 minuti in cui fermarvi, guardarvi, raccontarvi, ascoltarvi. 5 minuti in cui condividere quello che sentite, come vi sentite. 5 minuti in cui dirvi le cose che ancora vi fanno stare bene, ma anche per affrontare apertamente e senza malizia quello che vi ha ferito, quello che non avete compreso. 5 minuti senza accuse, senza sgridate, solo con la schiettezza dei propri sentimenti. 5 minuti per costruire giorno per giorno il rapporto, per costruire ponti invece di muri. 5 minuti per riconoscervi costantemente invece di trovarvi ad affrontare in un solo momento tutte le cose che avete seppellito per anni e invece di trovarvi ormai soli davanti al muro che pensate abbia costruito l’altro, mentre lo avete costruito assieme.

Non è facile all’inizio. Ma provate a concedervi reciprocamente questi 5 minuti: una volta cominciato, non vorrete fermarvi più.

Dott.ssa Giulia Schena

_________

Info? Domande? Curiosità? Scrivimi a psicologa.schena@gmail.com o cercami su facebook psicologaschena