Cose da non dire a chi non ha figli

A volte sembra che la vita di tutti debba andare esattamente così come siamo abituati a pensarla e ad immaginarla. È una sorta di auto-convincimento, come se questo ci tenesse al riparo dall’inaspettato, come se mantenesse esattamente il giusto ordine delle cose.

Ed è così che da un certo punto in poi, si comincia a dare per scontato che una coppia dovrebbe avere un figlio. E scatta la fatidica domanda:

“Ma voi allora? Un figlio niente?”

Questa è in assoluto la prima e più importante domanda da NON fare a chi non ha figli. Perché potrebbe non desiderarli, e quindi essere stanco di dover continuamente dare una spiegazione per una scelta tanto personale e intima e, ancora di più, potrebbe essere stanco di sentirsi “strano”, “assurdo” o “insensato” per questa scelta. Ma potrebbe anche non riuscire ad averne, cercarli da tanto, averne persi, essersi sottoposto a cure pesanti ed invasive, ed essere ancora e comunque in attesa. E in questo caso questa domanda oltre che fastidiosa potrebbe essere anche molto dolorosa.

E se già si sa che la persona di fronte a noi nutre il desiderio di avere un bambino, ma per qualche motivo non riesce ad averne, ci sono altre cose che sarebbe meglio evitare di dirle:

  1. Non ditele di rilassarsi, o di non pensarci. Pretendere che una persona possa non pensare a qualcosa che per lei è così importante è assurdo, oltre ad essere una richiesta che mette l’altro in difficoltà: se si presuppone che basti rilassarsi per rimanere incinte e una donna non riesce a rimanere incinta, pare quasi sia solo colpa sua. Il rilassamento, invece, non cura l’infertilità.
  2. Rispettate la privacy: domande personali, curiosi interrogatori, consigli più o meno richiesti non sempre sono graditi (a dir la verità non lo sono quasi mai). Lasciate che sia la persona stessa a parlarne se se la sente o ad evitare l’argomento se preferisce.
  3. D’altro canto, però, rendetevi disponibili ad ascoltare: l’infertilità e le difficoltà di concepimento fanno spesso sentire terribilmente soli, perché quando si parla di figli si vorrebbero sentire solo le cose belle, e non le storie di attesa estenuante. Avere qualcuno che ascolti, ma che ascolti davvero, con partecipazione e accoglienza, può essere un toccasana.
  4. Non sottovalutare il problema e non fare dell’ironia: dire che tutto sommato essere senza figli non è poi così male, perché si può fare tardi la sera, non si viene svegliati la notte o altre simili amenità, non fa che minimizzare la sofferenza che l’altro prova, e di certo non lo fa sentire capito.

A volte bastano piccoli gesti per far sentire la propria presenza e per sollevare un po’ chi già sta combattendo una dura battaglia.

Dott.ssa Giulia Schena

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Non dire mai: “Ma è bravo: mi aiuta!”

“Ma è bravo: mi aiuta”

Quando parlo con una coppia credo che questa sia una delle frasi che più di tutte trovo fuori posto, perché pur apparendo come un complimento o comunque qualcosa di positivo, porta con sé un’idea che non giova a nessuno.

Non giova a chi sostiene che l’altro lo aiuti (tendenzialmente la parte femminile della coppia), perché lo fa apparire come un lagnoso che ha bisogno di aiuto in qualcosa che, di fatto, spetterebbe a lui, e allo stesso tempo fa apparire l’altro come il “salvatore” che gli viene in supporto, pur non essendo assolutamente tenuto a farlo (e quindi, poi, che c’è da lamentarsi se a volte non lo fa?!).

Non giova a chi se la sente dire, perché viene così relegato al ruolo di comparsa, di supporter, di figura laterale (e talvolta, collaterale). Come se vivesse una vita che, in realtà, non lo riguarda, ma in cui, quando può, aiuta.

E, in definitiva, non giova neanche alla coppia come sistema, perché crea una serie di ambiguità nei ruoli, nei compiti, nelle aspettative che ognuno ha verso l’altro.

Quando si condivide la vita i compiti sono di entrambi; ognuno ci mette del suo, ci si dividono gioie e dolori più o meno equamente e nessuno è “bravo” perché aiuta l’altro: aiutare l’altro nelle incombenze quotidiane che riguardano la coppia o la famiglia è un dovere che ci si prende entrambi quando si decide di costruire qualcosa assieme.

Tra l’altro, spesso, dire che l’altro è bravo perché aiuta è il preludio di una qualche critica o lamentela, ovvero di un malcontento che si cerca di mascherare a sé stessi o all’altro per evitare discussioni. Evitando così, però, anche la possibilità di risolvere ciò che non va.

“Siamo bravi : abbiamo costruito un nostro equilibrio!”

Non è forse meglio dire così? O almeno tentare di lavorarci per ottenerlo?

Dott.ssa Giulia Schena

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Quando il batticuore si sopisce

“Dottoressa io non lo so cosa sia successo, pare che non ci sia più niente.. boh forse stiamo insieme per abitudine.. ma così che senso ha?”

Capita più o meno così: due persone si incontrano, si piacciono, decidono di stare insieme. Ci sono tra loro occhi a cuoricino, farfalle nello stomaco, e un batticuore che sembra non fermarsi mai. È tutto un pensarsi, un chiamarsi, un mancarsi.

Poi il tempo passa, la storia evolve, i pensieri variano. Ci sono nuove preoccupazioni, nuovi impegni. E ogni tanto ci si ferma, e ci si accorge che qualcosa è cambiato. Ma si fa una gran fatica a capire il perché, e ci si aggroviglia in svariati pensieri, che altro non fanno se non aumentare il senso di frustrazione e la fatica ad accettare questa nuova relazione.

Credo che sia colpa dei film. O forse dei libri. O forse delle storie che ci raccontiamo. È colpa della fregatura che ci diamo da soli quando pensiamo che tutto possa essere per sempre allegro e scoppiettante.

L’innamoramento è una fase. E d’altronde non potrebbe essere altrimenti: pensate anche solo fisicamente come sarebbe faticoso sostenere tutta l’eccitazione, tutto il turbinio di emozioni, tutte le fantasticherie del periodo in cui tutto è sbriluccicoso.

Passato l’innamoramento subentra l’amore. Subentra se lo si lascia entrare. Se non si ha paura di accettare anche la fatica di stare insieme conoscendo pregi e difetti invece dell’attesa di scoprirsi ancora un po’; se si accetta la pacatezza di un momento di pace sul divano invece della frenesia del fare cose e costruire ricordi; se si accetta la dolcezza di un bacio dato di fretta prima di uscire la mattina invece della passione dei baci al chiaro di luna quando non ci si vuole salutare e si strappa un altro minuto al tempo.

Stare insieme nel tempo significa passare dal sentirsi sulle montagne russe, al sentirsi a casa. Semplicemente, a casa.

“L’amore non è un falò nell’anima, ma piuttosto un focolare che ci tiene caldi e al sicuro, coccolandoci mentre ci addormentiamo.”

A volte è molto difficile accettarlo. A volte c’è bisogno di una mano, per capire come ritrovare un equilibrio in questo luogo calmo dove prima c’era la tempesta. A volte non è nemmeno possibile, perché magari davvero tutto si è esaurito (e allora, continuare a stare insieme sperando che così faccia meno male, scava nell’anima creando una voragine).

Ma quando ci si riesce. Beh, allora la fatica fatta è valsa la pena.

Dott.ssa Giulia Schena

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“Ci separiamo” – Quando 1+1 diventa tutto diviso

Immaginate di andare in vacanza. Una vacanza bellissima: rilassante, entusiasmante, divertente; una vacanza in cui magari c’è stata anche qualche seccatura, ma tutto era così bello ed eravate così felici di essere in vacanza, che tutto sommato gli intoppi sono scivolati via lisci.

Ora immaginatevi nel viaggio di ritorno da questa vacanza, portando con voi tanti bei ricordi, nuove esperienze, e pensando che ricorderete per sempre questo periodo come meraviglioso.

Ora immaginate di arrivare a casa, ancora allegri e felici, notare qualcosa di strano e.. Scoprire che mentre eravate via, qualcuno è entrato in casa vostra e vi ha rubato o rotto ciò che era vostro. In un secondo tutto cambia. E da questo momento in poi ogni volta che ripenserete a quella vacanza vi si accenderà la rabbia e l’odio per quello che è successo al vostro ritorno e mai più ripenserete con gioia, ma solo con un gran senso di frustrazione e con la voglia di trovare una colpa a qualcuno (a chi ha voluto partire? A chi non ha voluto tornare in anticipo? A chi non ha chiuso bene casa?…).

Ecco quello che spesso accade quando si giunge alla sofferta decisione di separarsi: tutti i bei momenti, tutto ciò che di buono c’è stato nella relazione, tutto ciò che si è imparato negli anni.. Tutto viene spinto a forza dietro ad una cortina di rabbia, frustrazione e recriminazioni.

Si entra così in un circolo vizioso di colpevolizzazioni, di malcontento, di tristezza generale, in cui tutti perdono perché nessuno costruisce una prospettiva futura essendo tutti troppo impegnati a demolire il passato, anche ciò che di buono c’è stato nel passato.

Una separazione dovrebbe poter essere un nuovo inizio: ci si lascia perché non si sta più bene insieme (e può capitare per svariati motivi) e perché si è infelici, quindi, in teoria, si fa per cercare una nuova felicità. A questo punto, comunque sia andata, ci si è arrivati in due, quindi non è colpa di nessuno, oppure è colpa di tutti, e fermarsi a sviscerare momento su momento tutto quello che non ha funzionato ha l’unico scopo di ferirsi a vicenda e l’unico effetto di consumare preziose energie fisiche e psichiche, di cui ci sarebbe un gran bisogno per poter ricominciare a fare progetti in un momento in cui una parte della propria vita si sta sgretolando. Ne vale la pena?

La cosa più difficile, ma probabilmente più utile, sarebbe riuscire a fermarsi un attimo, far sedimentare la delusione, il senso si smarrimento e il senso di fallimento, e poi voltarsi al passato e chiedersi:

Che cosa mi posso portare via di buono da quello che è stato?

E poi mettere per un secondo da parte la rabbia e la voglia di vendetta o di rivalsa, guardarsi ancora per un momento negli occhi, e scusarsi reciprocamente per ciò che ognuno ha sbagliato e ringraziarsi reciprocamente per ciò che ci si è vicendevolmente dati.

Separarsi bene si può, ed è la base sulla quale si può costruire un nuovo futuro fatto ancora di serenità.

Dott.ssa Giulia Schena

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Come spiegarsi l’inspiegabile dell’amore

Ci sono relazioni di lunga durata in cui nel tempo si sono accumulati piccoli fastidi, sensazioni sgradevoli, dubbi. Ognuno sa di aver messo nella relazione ciò che aveva, ciò che poteva. Ognuno, però, sente di non essere stato ricambiato.

“Dottoressa, è una vita che andiamo avanti.. Io gli/le ho dato tutto.. Tutto. E mai un riconoscimento, mai un grazie. E ci fosse stata una volta in cui lui/lei ha fatto il primo passo.. E ora ha anche il coraggio di dire che è lui/lei ad essere stanco. Ha il coraggio di voler far passare l’idea che sia stato lui/lei a soffrire. Ma le pare possibile?!?”

Quella che rimbomba tra queste parole è sempre la stessa domanda: “Ma mi ha mai amato? Come può dire che mi ama se mi ha fatto stare così male? Come può non essersi reso conto che io stavo facendo di tutto per tenere in piedi questa relazione senza essere mai ricambiato?!”
E lo volete sapere qual è la cosa paradossale? È che queste stesse identiche cose potrebbero essere dette da entrambi i coniugi: entrambi si sentono traditi, sviliti, poco apprezzati. Entrambi sostengono di aver amato oltre ogni limite, ed entrambi sostengono che l’altro non lo abbia colto.

E come è possibile? Se entrambi si sono amati, se entrambi hanno dato tutto, come si può essere arrivati a questo punto?

“C’era una volta una persona che amava tantissimo la cioccolata. La amava talmente tanto che condividerla con gli altri era una sofferenza e una grande prova d’amore. Quella persona ne incontrò un’altra, di cui si innamorò profondamente e decise di voler condividere con lei tutta la cioccolata del mondo perché per lei valeva la pena di privarsi anche del cioccolato. Naturalmente, non le disse mai di che grosso impegno fosse donarle il cioccolato, anzi lo fece sembrare qualcosa di assolutamente naturale.

C’era una volta una persona allergica al cioccolato. Lo odiava così tanto da essere infastidita anche solo dal suo odore. Non capiva come si potesse amare una cosa tanto odiosa e ricevere cioccolato in dono era qualcosa di profondamente offensivo e insopportabile. Un giorno incontrò un’altra persona e se ne innamorò talmente profondamente da accettare in qualche modo di avere a che fare con il cioccolato, dato che l’altro sembrava non esserne così schifato. Naturalmente non gli disse mai di quanto odiasse il cioccolato, perché non voleva sembrare strana e, tutto sommato, per l’altro sembrava una cosa talmente naturale che farla scemare non doveva essere complicato.

C’era una volta una coppia: l’uno continuava a regalare cioccolatini, l’altra continuava a detestarli. Il primo dopo il primo cioccolatino, vedendola insoddisfatta, decise di aumentare la dose, e ancora, e ancora. Ma lei era sempre insoddisfatta, e lui cominciava ad essere stanco, a sentirsi incompreso e a chiedersi come potesse lei non essere mai contenta se davvero lo amava. E lei, dal canto suo, si chiedeva come potesse lui continuare imperterrito ad affrontarla così se davvero la amava, e come poteva non apprezzare il fatto che lei comunque sopportasse le sue idiosincrasie.”

Spesso succede che entrambi si porta il proprio sé, la propria storia, le proprie capacità dentro la relazione, dando tutto il possibile, ma dimenticandosi di spiegarsi, di comunicare, di dirsi “questo mi piace”, “questo no”, “questo mi fa sentire così”, “questo mi fa sentire cosà”, e di chiedersi “a te cosa piace?”, “come ti fa sentire questo?”.. E nel tempo sentimenti inespressi, piccole e grandi incomprensioni, si accumulano a far sembrare ognuno lontano e distaccato, e a far sentire ognuno stanco e disperato.
La prossima volta che il/la vostro/a partner fa per l’ennesima volta qualcosa che vi fa imbestialire, fermatevi. Non tacete per quieto vivere, nè arrabbiatevi per cambiare le cose. Fermatevi. Chiedetevi se quello non è il suo cioccolatino per voi che odiate il cioccolato. Spiegate come vi fa sentire, chiedete come lo fa sentire. Fermatevi. Non lasciate la cosa sfuggire via, ma usatela come un propulsore di comprensione, come un motore di cambiamento.

Dott.ssa Giulia Schena

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6 cose che rovinano le relazioni di coppia (e i modi per evitarle)

Spesso si pensa che l’amore sia una cosa facile, immediata. E ci si arrovella nel chiedersi come sia possibile che la nostra relazione non funzioni, se sentiamo che l’amore c’è. Forse è l’altro che non ci ama? O forse siamo noi a non essere in grado di dare amore? Ebbene, no. Il fatto è un altro. L’amore non è facile. O meglio, le relazioni amorose non sono facili.

Le relazioni di coppia sono sempre difficili. C’è bisogno di comunicazione, di ascolto, di supporto. E c’è bisogno di realismo: di essere onesti a dirsi quando c’è qualcosa che non ci convince più del tutto. E in quel momento c’è bisogno di buonsenso, di calma, di comprensione: c’è bisogno di non arrabbiarsi di fronte alla difficoltà che l’altro ci confessa e c’è bisogno di apprezzare l’impegno. E poi c’è bisogno di fermarsi, di guardarsi, di capire dove si è arrivati e dove si sta andando; e bisogna farlo finché si è in tempo, prima che crolli quel minimo di equilibrio di cui c’è bisogno per non crollare. Essere una coppia è difficile, è come stare in equilibrio su un pregiato filo di seta.

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E in tutto questo marasma ci sono 6 cose che spesso e volentieri (anzi, direi malvolentieri!!) si insinuano nella serenità di una coppia, mettendo caos, creando dubbi, facendo sì che silenziosamente crollino i progetti.

1. Le cose non dette: ci sono cose, milioni di cose, che si pensano, ma non si dicono. E non si dicono perché si pensa che siano futili, o che l’altro non voglia saperle, o che creerebbero disguidi. Ma intanto quelle cose navigano dentro la testa, creano percorsi infiniti e danno vita a dei film mentali che potrebbero essere dei veri e proprio kolossal: immaginiamo quello che potremmo tranquillamente appurare se solo dicessimo con semplicità ciò che pensiamo.

 Non ci sono cose giuste o cose sbagliate da dirsi, in una relazione: ci sono i propri  pensieri, i propri punti di vista, le proprie sensazioni, che possono essere condivisi,  spiegati, confrontati.

 Ci sono cose che non diciamo con il timore di ferire l’altro, ma anche questo non ha  senso. Piuttosto conviene pensare ad un modo più soft per dirle e poi prepararsi a  gestire le conseguenze.

Parlare è sempre meglio che rimuginare.

2. Le richieste non fatte: è inevitabile che dal proprio partner ci si aspettino delle cose; ci si aspettano cose concrete (pagare le bollette, pulire casa, fare questa o quella commissione) e cose più astratte (un abbraccio, un commento su qualcosa, l’iniziativa nell’intimità). Ma spesso si decide di non dare voce a queste aspettative, rimanendo in attesa che l’altro le colga senza che gliele diciamo, nonostante esse nel frattempo scavino nel profondo e creino vortici di fastidi, delusioni, frustrazioni.

É importante essere consapevoli del fatto che se non si chiede una cosa, non è legittimo aspettarsi che questa venga fatta. Può capitare, a volte, che il partner ci conosca così bene da fare alcune cose che desideriamo prima ancora che gliele facciamo sapere, ma questa non è (e non può essere) la prassi.

Imparare a chiedere quello che ci si aspetta permette di riempire i vuoti lasciati dai silenzi e di non lasciare spazio alle incomprensioni, ai musi lunghi senza apparente ragione e alle recriminazioni postume (ovvero usare le cose non chieste, e quindi non fatte, durante i litigi come “arma” per dimostrare che l’altro è in errore). Imparare a chiedere, inoltre, fa sì che l’altro possa risponderci, che possa darci le sue ragioni se per caso qualche volta non ci può accontentare e che insieme possiamo negoziare come gestire le cose da fare.

Attenzione, però, chiedere non vuol dire pretendere, significa invece esprimere un bisogno, abbinandoci le proprie motivazioni e sapendo accettare quelle dell’altro.

3. I sentimenti inespressi: quante volte ci si trova a pensare “tanto lui/lei non mi capirebbe?”, quante volte si pensa che un proprio sentimento o una propria emozione siano una banalità o un’ovvietà? E allora non si dice che quel dato comportamento ci provoca rabbia, non si dice che quell’assenza ha fatto provare tristezza, così come non si dicono tanti “ti amo” o tanti “mi sei mancato/a”.

Comunicarsi i sentimenti consente di metterli nero su bianco, rendendoli evidenti e potendoli così affrontare per quello che sono e non per quello che si pensa l’altro pensi che dovremmo pensare che siano.

Accogliere i sentimenti dell’altro quando ce li comunichiamo consente di conoscersi meglio, di sentirsi compresi, di creare un’area di intimità in cui si possono serenamente far entrare anche le emozioni negative con la tranquillità di poterle affrontare (e quindi di poterle archiviare, invece di seppellirle pronte a riesplodere al minimo cenno di difficoltà).

Le emozioni e i sentimenti non sono mai sbagliati e mai banali, sono quanto di più profondo proviamo e quanto di più intimo possiamo concedere ad un partner.

4. Il leggersi nel pensiero (o pensare di farlo): “tanto lo so che lui/lei mi risponderebbe così!” è una delle frasi più pericolose in una relazione di coppia. Pensare di sapere già cosa pensa/vuole/crede/farà l’altro implica il non essere interessati a chiedere il suo parere e il non verificare come realmente potrebbe reagire. In questo modo non può instaurarsi un dialogo, non può esserci un confronto e, quindi, anche laddove sarebbero possibili (e auspicabili) non ci saranno cambiamenti.

Inoltre questo modo di pensare può far sì che si instauri un meccanismo comunemente definito “profezia che si autoavvera”: se io sono convinto che tu ti comporti in un certo modo e mi aspetto da te un certo atteggiamento, è molto probabile che sarà proprio quello che riceverò. Così, piano piano, di profezia in profezia, di reazione in reazione, si crea uno schema rigido in cui effettivamente azioni e reazioni sono sempre le stesse, sempre prevedibili, sempre a confermare quelle attese distorte che hanno provocato l’instaurarsi del circolo vizioso.

A meno che non siamo dei medium, non possiamo sapere cosa pensino gli altri. Chiedere, confrontarsi, ascoltare invece funziona sempre.

5. Il focalizzarsi sulle cose negative: ci sono dei periodi un cui tutto sembra andare storto; e lo stress aumenta; e il senso di fastidio aumenta; e il bisogno di controllo aumenta; e la sensazione di poter controllare le cose diminuisce inesorabilmente. In quei periodi tutto sembra essere un vortice di sfortune, sembra impossibile che qualcosa vada per il verso giusto. E così si comincia a contare tutte le cose che quotidianamente non funzionano, a partire, inevitabilmente, dalla propria relazione. Questo avviene per una naturale tendenza a considerare “casa” come un “porto sicuro”, e quindi se anche tutto il resto sta andando a scatafascio, la relazione in famiglia DEVE andare bene. Il problema è che per una questione di economia cognitiva siamo portati a focalizzarci solo sulle cose che principalmente ci riguardano in un certo periodo della nostra vita (avete presente quando ci si sposa e sembra che tutti si stiano sposando? quando si è in attesa e tutte sembrano essere incinte? ecco…). E quindi: periodo nero, vedo tutto nero, a casa pretendo che sia tutto roseo, ma inevitabilmente vado alla ricerca dei dettagli che mi confermino che non c’è nulla da fare e questo periodo è davvero TUTTO NERO.

Focalizzarsi sulle cose che non vanno, però, crea malumori e dissapori che rendono sempre più tesa l’atmosfera familiare, fino a farci pensare che il nostro partner sia una delle cause di questo periodo catastrofico e di questo nostro sentirci sempre stanchi, stressati, inadeguati. Immaginatevi tutto questo in maniera biunivoca (io lo penso di te, tu lo pensi di me): inevitabilmente il nostro rapporto si deteriora e cominciamo a non fare altro che notare i difetti del nostro compagno/a.

Focalizzarsi sulle cose che non funzionano non fa che peggiorare la situazione, perpetuando la percezione che tutto vada male e facendo stare sempre peggio. Riuscire a trovare almeno qualcosa di positivo può aiutare a cambiare prospettiva.

6. Il non concedersi un complimento: tanto quanto si fa presto a notare i difetti e gli errori, trovando mille modi per rimproverarli e per pretenderne la correzione, allo stesso modo si fa una gran fatica a prendere in considerazione i pregi, le cose fatte per bene, i piccoli accorgimenti e i piccoli tentativi di venirsi incontro. Farsi un complimento e dirsi grazie sembra essere banale, ovvio. Si tende a dare per scontato che l’altro faccia qualche sacrificio per noi e sottolineare di aver notato quel qualcosa di buono che è stato fatto sembra essere qualcosa di inutile. Accogliersi e dimostrarsi gratitudine anche per le cose più ordinarie, invece, è importante. Farsi un complimento ogni volta che è possibile non solo ci spinge a notare con più attenzione i dettagli che funzionano nella nostra relazione, ma spingono anche l’altro ad avere più voglia di fare qualcosa che ci faccia piacere.

Pensate a quanto sia bello sentirsi dire “bravo”, quanto sia soddisfacente sapere che ci si è impegnati per un risultato che anche gli altri vedono. E pensate quanto sia ancora più bello quando ci viene riconosciuto qualcosa che non ci eravamo nemmeno accorti di aver fatto o che noi per primi avevamo dato per scontato (ad esempio lavare i piatti, portare fuori la spazzatura, fare un sorriso).

Sentirsi apprezzati fa venir voglia di apprezzare, e apprezzare fa star bene in una relazione.

Sono sei piccole cose, quasi banali forse, ma nella maggior parte dei casi bastano queste a rimettere in piedi una relazione che barcolla.

Dott.ssa Giulia Schena

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L’amore non basta perché una coppia non si separi

Una stanza in uno studio di psicoterapia o di mediazione familiare. Due persone, mediamente imbarazzate, mediamente confuse, estremamente sulla difensiva. Si raccontano e si rimbalzano colpe, responsabilità e rancori. Si vede che qualcosa c’è tra quei due, si vede che il sentimento non è svanito come per magia, eppure non c’è emozione positiva che riesca a fare capolino tra le tante accuse reciproche.

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Cos’è successo? Come mai queste due persone non si riconoscono più? Com’è possibile che due persone che hanno trascorso insieme parte della loro vita (a volte lunghi anni o addirittura decenni!) ora non riescano a sopportarsi nemmeno per un minuto senza innervosirsi? Eppure c’è stato un tempo in cui quelle due persone hanno fatto progetti, hanno costruito una storia, hanno riposto speranze l’uno nell’altra e allora com’è che ora non hanno altro da chiedersi, se non come hanno potuto stare assieme?

Spesso quando si arriva a questo punto di fronte a me ci sono due persone stanche, esasperate, che non riescono a capire come sia possibile che l’altro non capisca, che si sentono tradite, usate, fregate. Ed è quasi paradossale perché entrambi sono arrabbiati, entrambi pensano di aver dato tutto senza ricevere niente in cambio, entrambi, ahimé, pensano che non ci sia più nulla da fare, perché l’altro non è chi credevano che fosse. A volte è vero; è inevitabile: ci sono storie che finiscono, persone che cambiano, vite che prendono pieghe inaspettate. E in questi casi separarsi è la scelta più saggia che si possa fare, perché anche se in un primo momento può essere dura, poi ne vale la pena e spesso anche i due membri della coppia, dopo la separazione, riescono ad andare più d’accordo, a ricordare con il sorriso i bei tempi andati e a gioire per la nuova vita dell’altro. Ma altre volte è avvilente, perché se solo quei due davanti a me riuscissero ad uscire per un solo momento dal proprio punto di vista, se solo allargassero di un misero millimetro la loro visuale, se solo riuscissero a mettere da parte una briciola del loro risentimento, riuscirebbero forse a vedere che non c’è colpa, che non c’è stata volontà di ferire, che non è tutto perso e irrecuperabile. Questi sono i casi in cui è evidente che rimane l’amore, amore spesso mascherato da odio; questi sono i casi in cui dopo un’eventuale separazione ci si fa la guerra, in nome di quell’amore mascherato da odio che non si sopporta di provare ancora.

Ma com’è che si arriva a questo punto?

Partiamo dall’inizio: ci si incontra, si vede nell’altro tutto quello di cui si pensa di avere bisogno, ci si innamora e nella meravigliosa illusione di un sentimento così potente si riescono a cogliere solo i segnali che dimostrano che proprio lui (o proprio lei) sia quello che risolverà tutti i propri problemi. Poi il tempo passa, i piccoli difetti cominciano a venire a galla, ognuno ha le proprie idiosincrasie e, inevitabilmente, si scontrano con quelle dell’altro. Di fatto ad un certo punto… SBAM! Si sbatte contro l’evidenza che non è tutto perfetto e che le cose vanno gestite, sopportate, supportate, altrimenti deragliano.

Comincia così il processo di disillusione che può portare ad un rapporto più maturo, più accomodante nei confronti dei pregi e dei difetti, più consapevole del fatto che l’altro non può certo salvarci la vita, quello, al massimo, lo potremo fare insieme, l’uno con l’altro. Oppure può portare alla delusione, all’idea che l’altro non sia stato sincero, che non sia stato onesto, che abbia messo in mostra una mercanzia che non possedeva e che abbia volutamente fatto sì che venisse visto il paradiso dove in realtà c’era solo una melmosa palude.

Il fatto è questo: amarsi non basta a far funzionare un rapporto. Non è sufficiente provare qualcosa per l’altro, non è sufficiente condividere la vita giorno per giorno: per far funzionare un rapporto ci vuole un po’ di impegno, ci vuole presenza, ci vuole attenzione.

Il problema, invece, spesso è questo: ognuno si lascia trasportare dalle incombenze della vita, pensando che l’altro debba essere in grado di cogliere i piccoli segnali di bisogno seminati per strada e i piccoli segnali di affetto lasciati nel vento. Ma, inevitabilmente, essendo ognuno concentrato su di sé e sulle proprie attese, nessuno dei due coglie i segnali dell’altro e nessuno dei due vi risponde. Entrambi ci si trova scontentati, entrambi a pensare che “io la mia parte l’ho fatta, i segnali li ho lasciati, è l’altro che non fa la propria” ed è lì che parte la giostra delle rimostranze, delle ripicche, del risentimento. È lì che partono le discussioni sulle piccole cavolate della vita quotidiana. E discussione, su discussione, su discussione. E piccolo grattacapo, su piccolo grattacapo, su piccolo grattacapo. E sensazione di ingiustizia, su sensazione di ingiustizia, su sensazione di ingiustizia. Si crea un muro, anzi una montagna. Tutto questo per non fermarsi a dirsi:

“Ehi tu.. ma non li hai visti i miei segnali?”

“Io?!? E tu non hai visto i miei?!”

“Caspita eravamo così concentrati sui nostri che ci siamo persi per strada! Evidentemente abbiamo entrambi bisogno di essere visti, ed entrambi dobbiamo impegnarci di più a vedere l’altro.”

Insomma, in poche parole, il disguido è questo: ci si dà per scontati. Reciprocamente. Nessun carnefice e nessuna vittima: entrambi non si riesce a voltare lo sguardo verso l’altro.

Credete non sia vero? Osservatevi. Siete davvero presenti per il vostro partner? Lo siete DAVVERO? Non in maniera superficiale, non per abitudine, ma presenti VERAMENTE, con l’intenzione di esserci, con l’interesse di farlo. Riuscite ad ascoltare quello che vi racconta (ascoltare, non sentire)? Riuscite a cogliere le sue sensazioni, le sue emozioni? Riuscite a dire apertamente le vostre (apertamente, non con piccoli segnali lasciati qua e là)?

Riuscite a guardare il vostro compagno/la vostra compagna pensando che vi interessi, pensando di voler ogni giorno scoprire chi sia e come si senta, pensando di non aver mai finito di imparare a conoscerlo/a?

L’amore non basta, dicevo. Ci vuole un po’ di impegno. Ma non pensate che servano grandi gesti, tempi inenarrabili, soldi a palate. No, bastano 5 minuti. 5 minuti del vostro tempo giornaliero. 5 minuti in cui fermarvi, guardarvi, raccontarvi, ascoltarvi. 5 minuti in cui condividere quello che sentite, come vi sentite. 5 minuti in cui dirvi le cose che ancora vi fanno stare bene, ma anche per affrontare apertamente e senza malizia quello che vi ha ferito, quello che non avete compreso. 5 minuti senza accuse, senza sgridate, solo con la schiettezza dei propri sentimenti. 5 minuti per costruire giorno per giorno il rapporto, per costruire ponti invece di muri. 5 minuti per riconoscervi costantemente invece di trovarvi ad affrontare in un solo momento tutte le cose che avete seppellito per anni e invece di trovarvi ormai soli davanti al muro che pensate abbia costruito l’altro, mentre lo avete costruito assieme.

Non è facile all’inizio. Ma provate a concedervi reciprocamente questi 5 minuti: una volta cominciato, non vorrete fermarvi più.

Dott.ssa Giulia Schena

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I figli si fanno in due

“Io non ce la faccio dottoressa: il lavoro, i bambini, le attività extrascolastiche, la casa.. Non sono abbastanza, mi vedo ogni giorno fallire nell’impresa. Eppure pensavo di farcela, quando abbiamo deciso di avere un figlio credevo sarei riuscita a fare tutto, sono sempre stata un vulcano.. Non pensavo di fallire proprio in questo. Mi sento in colpa, non riesco ad essere abbastanza né al lavoro, né come mamma. Come posso fare?”

Questo discorso, più o meno in questi termini, l’ho sentito un milione di volte. Forse anche qualcuna in più. Mamme sull’orlo di una crisi, che non si sentono adeguate, che lottano ogni giorno contro il tempo e contro i sensi di colpa. Raccontano la loro vita sul filo del rasoio, correndo come pazze e lasciando sempre qualcosa di incompiuto, per forza.

Nei loro racconti, però, manca sempre una cosa: manca sempre la figura del padre. E quando chiedi “mi scusi, ma cosa ne pensa il suo compagno?” ti guardano stranite: “Cosa vuole, lui ha da lavorare…”. A volte continuano: “È anche bravo, sa? Quando può mi aiuta.. La sera è presente, cambia pannolini, legge favole”, altre sospirano sconsolate: “Non è da lui fare il mammo.. Lavora tutto il giorno e poi arriva a casa e si aspetta la cena pronta. Però non ci fa mancare niente”.

E allora inviti lui e senti il suo parere. In genere suona più o meno così: “Lavoro tutto il giorno, non posso stare dietro a tutte le cose dei bambini.. E poi loro vogliono la mamma. Ci ho provato delle volte a metterli a nanna io, ma non sono in grado.. Piangono, chiamano lei. Con me non ci stanno più di un tot.. Poi comunque lei ha preso il part time apposta, per riuscire a seguirli. D’altronde hanno un rapporto molto stretto.. I primo tempi stavano sempre insieme, mentre io ero al lavoro.”

Sembra impossibile venirne fuori: madri in crisi, padri (a detta loro) incapaci e oberati di lavoro. Madri che riducono aspettative e impegni fuori casa, padri che non ci provano nemmeno. Madri che corrono, padri pure, ma in modo diverso.

Un tempo la divisione era questa: madre a casa a gestire i figli, padre fuori al lavoro a portare a casa la pagnotta.

Oggi la divisione è più o meno questa: madre con il dono dell’ubiquità un po’ a casa e un po’ al lavoro, padre al lavoro a portare a casa l’altra metà della pagnotta.

Deve esserci sfuggito un passaggio. Quella volta, quando a scuola ci hanno insegnato le divisioni e le percentuali, dobbiamo aver capito male. Perché se casa+lavoro fa il 100% dell’impegno quotidiano, quando si è in due si dovrebbe avere un 50% ciascuno. Quindi ad esempio:

A uno casa (50%), all’altro lavoro (50%).

E se non si può fare una divisione tanto semplice? Se il 50% del lavoro si divide in due? Beh, dovrebbe risultare più o meno così:

A uno 25% casa e 25% lavoro, all’altro… Idem.

Ma l’evoluzione della cosa ha subito un qualche intoppo e dopo aver diviso a metà il 50% del lavoro, ci si è fermati. E fino a nuovo ordine sembra che l’altro impegno, quello di casa, debba rimanere a chi ce lo aveva prima.

Se c’è da sacrificare una carriera, quindi, si sacrifica quella della mamma. Se c’è da sacrificare una sanità mentale idem.

Ma le mamme, così, si riempiono di sensi di colpa e di inadeguatezza (che non fanno bene né a loro, né alla loro relazione con i figli) e di frustrazione e rabbia (che non fanno bene né a loro, né alla loro relazione con il partner).

E i papà non sono certo immuni; loro fanno il pieno di senso di incapacità genitoriale (che non fa bene né a loro, né alla loro relazione con i figli) e di rabbia e rancore verso la rabbia della compagna (che non fa bene né a loro, né alla loro relazione con la partner).

Non vince nessuno. Tutti si lamentano. Tutti stanno male.

Ma perché si arriva a questo punto? 

Se siete mamme starete pensando: 

Perché lui non fa la sua parte e non si accorge nemmeno di quanto sono stanca

Se siete papà starete pensando:

Eccola l’ennesima che dà la colpa a me.. Ma cosa diamine dovrei fare di diverso?!

La colpa non è in realtà né dei papà né delle mamme, o meglio è di entrambi. È una colpa culturale.

Quando nasce un bambino si dà per scontato che sia la mamma a doversene occupare (esattamente come quando la divisione casa-lavoro era 50% e 50%). A nessuno viene in mente che entrambi i genitori possono (e devono) fare la loro parte. A nessuno viene in mente che i papà siano tanto bravi quanto le mamme ad accudire i figli, se solo si lasciano fare. A nessuno viene in mente che il lavoro di una donna è tanto importante quanto quello di un uomo, e quindi sono ugualmente sacrificabili (e, pensateci, così verrebbero anche meno alcune delle differenze tra uomini e donne nel mondo del lavoro: perché assumere l’uno o l’altra non cambierebbe granché visto che entrambi prima o poi potrebbero sottrarre del tempo al lavoro per fare i genitori).

I figli si fanno in due e c’è un buon motivo: c’è bisogno di due teste, quattro braccia, quattro occhi, due cuori per tirarli su. (Lode a chi riesce a farlo da sola/o, siete dei super eroi!!)

Ma a nessuna mamma (o a molto poche) viene in mente di dire: i permessi di maternità/paternità li prendiamo un po’ per ciascuno, così nessuno si perde troppo da nessuna delle due parti e ognuno fa la sua parte in entrambi gli ambiti. A nessuna mamma (o a molto poche) viene in mente di dire al compagno: questa cosa di casa/del bambino la gestisci tu, come vuoi tu, non come farei io, ma come vuoi fare tu. E a nessun papà (o a molto pochi) viene in mente di rivendicare un posto che poi, a poco a poco, scivola via, con il loro rammarico. E a nessun papà (o a molto pochi) viene in mente di dire che se a volte tacciano le compagne di esserci solo per i figli non è per gelosia, ma perché perdono il loro ruolo e la loro identità (sia quella di compagno che quella di padre).

Poche sono, da entrambe le parti, le richieste e gli accordi espliciti. Tutti e due ci si aspetta che l’altro capisca, così come per magia. E alla fine, stanchi ed incompresi, ci si manda a quel paese.

I figli si fanno in due, non ci sono (o non dovrebbero esserci) madri supersoniche, né padri incompetenti: c’è (o dovrebbe esserci) il mettersi alla prova, il sostenersi e il dirsi apertamente ciò che si pensa per gestire meglio le cose da fare, prima che i sentimenti negativi siano talmente tanti che arrivano a tappare occhi e orecchie (facendo vedere così solo quello che non va).

Il succo del discorso è:

Mamma, non sei un’incapace se non riesci a fare tutto. Sei umana.

Papà, non sei obbligato a lasciar fare alla tua compagna. Sei adeguato.

Voi due, insieme, potete comunicare, organizzare, programmare e gestire tutto in due, con più serenità. Fidatevi, potete riuscirci.

Dott.ssa Giulia Schena

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Ma la colpa… di chi è?!?

Un litigio tra marito e moglie; un’incomprensione con i suoceri; una baruffa tra fratelli.. Cose che capitano spesso, un po’ a tutti. A volte si risolvono in un attimo, altre volte si accumulano, finché non sfociano in una famiglia in crisi.

“Dottoressa, ma capisce?! Mi dica lei se non ho ragione! Mi dica lei se non è colpa sua!!”

Ed eccoli là, puntuali come orologi svizzeri, arrivano ben presto i rancori e le recriminazioni. Arriva la rabbia di vedersi impegnati a risolvere, mentre sembra che gli altri non facciano nulla, non cambino mai. E parte la gara alle colpe:

“Sei stato tu a cominciare”; “ma quella volta tu….!!!”; “come fai a non capire?!”; “sei sempre il solito/la solita!!”. Accuse e controaccuse che non finiscono più.
E se ascolti l’uno, è palese che l’altro abbia sbagliato. E se ascolti l’altro, è evidente che il primo non si sia comportato bene. E allora come fare? Come capire chi ha torto e chi ha ragione? Come capire chi deve decidersi a cambiare per risolvere la crisi?

Ecco, diciamolo subito, chiaro e tondo: la colpa non è di nessuno o, se proprio dobbiamo trovare un colpevole, è di tutti. D’altronde nessuno interagisce da solo, con sé stesso; e ad ogni azione corrisponde una reazione, che scatena un’altra reazione e così via; e tendenzialmente in una relazione uno fa (o cerca di fare) quello che gli sembra giusto, che gli sembra migliore, solo che le sue azioni poi vengono viste ed interpretate da un altro, che ha una testa e un punto di vista diversi. 

Ma allora come uscirne? Qualcuno dovrà pur avere ragione, e quindi l’altro avrà torto. E invece no. Se io ho ragione non vuol dire che tu abbia torto. Ragione e torto sono un po’ come la “normalità”: cambiano sempre, non hanno un significato preciso e non ha nemmeno tanto senso focalizzarcisi troppo. Perché poi, poniamo il caso di arrivare a definire che io ho ragione: cosa me ne faccio?!! E se tu hai agito pensando di essere nel giusto, anche se ad un certo punto accetti di aver sbagliato, come puoi cambiare così tanto il tuo modus operandi?!

Proviamo a cambiare l’ottica: non mi interessa più sapere chi abbia torto e chi abbia ragione. Non mi interessa più giocare al gioco delle colpe. Vorrei provare a capire il significato dei comportamenti di chi hi di fronte, partendo dal presupposto che ciò che fa non lo fa per farmi male. E vorrei provare a fargli capire il mio punto di vista, partendo dal presupposto che non è quello giusto, ma che è il mio e che se nella relazione è un pochino più chiaro, sarà più facile per l’altro essermi empatico. Quest’ultimo passaggio è molto importante, perché se io dò per scontato che il mio modo di vedere sia quello giusto, mi verrà da chiedermi come sia possibile che l’altro non lo capisca, pur senza spiegarlo. E invece dar voce ai propri sentimenti e alle proprie prospettive è l’unico modo affinché siano evidenti. E accettando che non siano quelle giuste, ma semplicemente le nostre, sarà più semplice dare uno sguardo a quelle altrui.

E così di fronte ad una crisi nella relazione (qualsiasi relazione), se non occupiamo energie e tempo a cercare chi debba cambiare perché è quello che sbaglia, possiamo prenderci la briga di cercare di capire come mai l’altro abbia agito proprio così, e come mai noi abbiamo reagito proprio cosà, e che significato abbiano i nostri comportamenti e cosa potremmo cambiare per stare meglio e per sentirci tutti più accolti nella relazione.

Forse sembra complesso, ma non vi sembra che lo sia molto di più impegnarsi a cercare un colpevole che non c’è? E farsi del male criticandosi sempre a vicenda? E chiudersi in un circolo vizioso che non finisce mai e che, dai e dai, diventa una rigida gabbia dalla quale nessuno esce illeso?

Dott.ssa Giulia Schena

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La coppia dopo un lutto perinatale

Ad attendere un figlio, di solito, si è in due. In due lo si è concepito, in due si è scoperta la sua esistenza, in due si è cominciato a fantasticare. Ognuno dei due, però, vive questa attesa a modo suo, con le proprie aspettative, con il suo modo di investire sui cambiamenti fisici, emotivi, sociali, organizzativi che un figlio porta con sé.

Quando quel figlio, inaspettatamente e dolorosamente, si spegne nel grembo della sua mamma o manifesta malformazioni tali da indurre la coppia a scegliere di interrompere la gravidanza, a vivere il lutto per la sua perdita si è, sempre e comunque, in due.

Nella coppia, però, la sofferenza e l’elaborazione del lutto spesso si manifesta in maniera molto differente tra i due partner e questo può avere un forte impatto sull’organizzazione della coppia e sull’evoluzione del rapporto.

La perdita di un figlio, infatti, può portare ad una maggiore intimità, a maggiore condivisione e ad un avvicinamento tra i due partner, che si sentono forti del proprio legame e che cercano ognuno il supporto dell’altro, offrendo il proprio allo stesso tempo. In altri casi, però, il risvolto di questo evento doloroso è il contrario: la coppia si fa meno solida, tra i due si instaura una maggiore lontananza emotiva e fisica, ognuno fatica a percepire l’altro come un sostegno e, spesso, ci si recriminano le differenti reazioni e ci si trova a non riconoscersi più, a litigare sempre più spesso e, a volte, a separarsi definitivamente. In queste situazioni, al dolore per la perdita e per lo svanire dei progetti genitoriali, si somma quello per lo sgretolarsi della vita di coppia e delle prospettive fino a quel momento costruite insieme.

Innanzitutto è importante considerare che il fatto di vivere diversamente il lutto è assolutamente normale, sia perché ognuno ha le proprie modalità di esprimere il dolore, sia perché i vissuti in questo particolare tipo di lutto sono generalmente molto differenti: la donna ha un legame fisico, viscerale con il bambino, lo ha portato dentro di sé, lo ha partorito, ha percepito il proprio corpo cambiare con lui e per lui; l’uomo, invece, ha potuto vivere la propria transizione alla paternità solo mentalmente, attraverso i sogni e le aspettative, e ha potuto conoscere quel bambino solo attraverso la madre, quindi spesso si sente meno autorizzato a soffrire per la sua perdita. Inoltre la nostra cultura tende a spingere a pensare che un uomo crei un reale legame con il proprio figlio solo dopo la nascita e questo pensiero ha un forte impatto sia sulle percezioni dei padri (che spesso evitano un eccessivo coinvolgimento emotivo, per non sentirsi “strani” o “assurdi”), sia su quelle delle madri (che spesso credono che il proprio partner non sia legato quanto loro al bambino che hanno in grembo e, di conseguenza, leggono “automaticamente” i suoi comportamenti in virtù di questo pensiero).

Si deve anche tenere presente il fatto che tendenzialmente gli uomini cercano di non far trasparire i propri sentimenti, soprattutto se sono forti ed intesi, per evitare di mostrare una debolezza. Nondimeno anche chi sta intorno alla coppia spesso non si prende la briga di chiedere al padre come si senta dopo aver perso il proprio bambino, dando per scontato che le sue manifestazioni emotive siano esigue e di minore importanza rispetto a quelle della compagna. Il padre spesso si tuffa nel lavoro o in attività pratiche, facendo così pensare alla compagna di non essere sofferente, di aver già dimenticato, di non provare interesse e nostalgia per il bambino che non c’è più. Spesso, anzi, sono i papà stessi a negare la sofferenza, a prenderne le distanze e ad imporsi di non pensarci… Ma è molto difficile che queste reazioni, estremo tentativo di difendersi dal dolore, vengano correttamente interpretate come tali.

Gli uomini, dunque, possono mostrarsi o disinteressati (scatenando l’odio e il rancore delle proprie compagne) o solerti e oltremodo disponibili nell’essere di aiuto e di sostegno alle donne al loro fianco (le quali possono così dimenticare di badare al dolore che anche i loro partner provano).

La cosa migliore sarebbe che ognuno si sentisse libero di esprimere il proprio dolore come meglio crede e sente, agendolo e vivendolo senza “paletti” e senza dover sottostare a nessuna “regola predefinita”: in questo modo ognuno avrebbe i suoi momenti per sostenere e quelli per essere sostenuto, così come i momenti per poter vivere in solitudine le proprie emozioni, senza il rischio di apparire distaccato.

Ci vuole molta tolleranza, pazienza e fiducia per evitare una rottura. È importante che nessuno giudichi l’altro, che non ci si trovi a pensare che lui/lei sta sbagliando nelle sue reazioni solo perché sono diverse dalle proprie e che, comunque vada, si trovino dei momenti e degli spazi di condivisione, in cui, semplicemente, raccontarsi reciprocamente, senza aspettarsi le valutazioni, i consigli o i pareri dell’altro, ma cercando solo di offrirsi ascolto ed accoglienza.

Quando la coppia si rende conto che il rancore, le differenze, la gestione della situazione sta creando un allontanamento e delle fratture troppo grandi, è bene prendere in considerazione la possibilità di farsi dare una mano: cercare un terzo punto di vista, un modo diverso di leggersi e di accogliersi può essere molto utile ad attenuare le divergenze. Questo aspetto è molto importante, anche perché va considerato il fatto che, talvolta, i litigi e le recriminazioni sono solo un modo per sfogare il dolore e per evitare di concentrarsi sul vissuto di perdita: questo può anche mettere a repentaglio una sana elaborazione del lutto, che rimane nascosto dietro alla questione della relazione di coppia.

A volte, nonostante tutti gli sforzi, è comunque possibile che la coppia si divida, perché l’esperienza traumatica della perdita di un figlio può effettivamente cambiare le premesse e le prospettive di una persona, rendendole incompatibili con quelle del partner. Anche in questo caso, però, sarebbe bene non abbandonarsi all’odio e al risentimento: ognuno ha la propria storia, il proprio modo di reagire, le proprie risorse per affrontare i momenti difficili… E se in un momento così complesso non vi è corrispondenza tra le possibilità dei due partner, non è una colpa, né una volontà di ferire. È importante concedersi di vedere le cose semplicemente per quello che sono: ce l’abbiamo messa tutta, ma è andata così.

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Dott.ssa Giulia Schena

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