Quando perdi qualcuno che ami

Quando perdi qualcuno che ami,
è come se ti distruggessi anche tu.
Ti sciogli come neve al sole.
Ti fai in un milione di pezzettini che si spargono piano nell’aria.

Ti disfi,
E ti devi poi ricomporre, come una persona nuova.
Una persona che ha dentro di sé anche i pezzetti della persona che non c’è più.

È questa l’elaborazione del lutto:
Attraversare il momento in cui ci si sente solo un mucchietto di pezzi…
Raccoglierli ad uno ad uno, a fatica…
E poi scoprire che mentre cadevano, si sono mescolati con quelli di chi è venuto a mancare..
È rimetterli insieme pezzo dopo pezzo, fino a ritrovare chi hai perso dentro di te.

Dott.ssa Giulia Schena

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“Mangi o non mangi? Ti prego, mangia!” – Genitori alle prese con l’alimentazione dei figli

Quello dell’alimentazione è uno dei temi scottanti della genitorialità. Il bimbo non fa in tempo ad essere nato che già comincia l’inquisizione:

“Mangia? Ma quanto mangia?”, “Ma gli hai dato da mangiare?”, “Guarda che piange, ha fame.. Hai poco latte”, “Guarda che è troppo ciccione, mangia troppo”..

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E con una partenza di questo tipo non stupisce che spesso e (mal)volentieri il momento del pasto sia qualcosa che mette tutta la famiglia sul chi va là, creando così non pochi problemi.

Nella maggioranza dei casi i problemi sono di origine transitoria e non compromettono la crescita e la serenità dei bambini (cliccando qui , in ogni caso, potete trovare la spiegazione dei principali disturbi dell’alimentazione in età evolutiva).

Ciò che rischia di irrigidire o rendere davvero difficoltosa la relazione dei bambini con il cibo, di fatto, sono proprio le ansie e l’eccessiva apprensione dei genitori e la conseguente gestione inadeguata del momento del pasto: una normale inclinazione o una fase di sviluppo del bimbo può così trasformarsi in un reale disturbo.

Ma quale potrebbe essere una gestione funzionale della sfera alimentare dei bambini? 

  • Qualche nozione:
  1. Prima di allarmarsi/innervosirsi/insistere di fronte ad un bambino che non mangia o che mangia poco, assicurarsi che non vi siano problemi medici alla base di questo comportamento: un mal di gola, un’otite, un po’ di nausea possono essere motivo di rifiuto alimentare.. Ma se i genitori ne fanno una tragedia invece che risolversi con il recupero della salute, il comportamento potrebbe diventare strutturato e persistente. 
  2. Attenzione all’ipersensibilità sensoriale: alcuni bambini possono faticare ad accettare cibi di una certa consistenza o di una certa temperatura (troppo caldi/troppo freddi) a causa della presenza di una sensibilità tattile  più spiccata.. Eventualmente basta evitare tali consistenze senza irrigidirsi su pretese che creano dissapori, scontri e incomprensioni.
  3. Tra i 18 e i 20 mesi di vita inizia una fase definita “neofobia“: da quel momento fino ai 3-5 anni i bambini possono essere restii ad accettare cibi sconosciuti o presentati loro in forme sconosciute (ad esempio l’uovo sodo a bambini abituati a mangiare l’uovo strapazzato).. Questa è una fase adattiva, che nell’ambito della sopravvivenza della specie ha il significato di proteggere i piccoli da alimenti potenzialmente velenosi. Nulla di preoccupante, quindi: basterà continuare a presentare loro i cibi “incriminati” senza imposizioni e senza drammi.. Piano piano acquisiranno fiducia.
  • Qualche dritta:
  1. I primi a cambiare dobbiamo essere noi: i bambini seguono l’esempio degli adulti dei quali si fidano e ai quali si affidano.. Una buona educazione alimentare parte dalle abitudini familiari: per questo mangiare tutti insieme, condividere gli stessi alimenti e rendere positivo il momento del pasto, è il primo passo per vivere con serenità l’alimentazione.
  2. Il cibo non va usato come strumento di potere: è bene che non divenga né un ricatto (“se mangi tutto ti compro il giocattolo”, “se non mangi non puoi guardare la TV”), né un’intimidazione (“se non mangi arriva il lupo…!”). Inoltre è importante che non si mescolino aspetti affettivi ed educativi legati all’alimentazione (“se non mangi la mamma piange”, “i bambini bravi mangiano tutto”).
  3. Come in tutto il resto, non c’è un modo giusto o un modo sbagliato di educare i bambini al momento del pasto: ogni famiglia può decidere le proprie regole purché siano chiare, condivise e, soprattutto, che tengano conto delle capacità e delle possibilità dei propri bambini a seconda della loro età (ad esempio è fuori luogo aspettarsi che un bambino di due anni stia seduto composto a tavola senza sporcarsi e facendo beatamente conversazione per più di 15 minuti). Mamma e papà hanno, anche in questo ambito, l’importante ruolo di gestire la situazione, decidendo insieme e sostenendosi a vicenda (e quindi chi si sente più sereno nella gestione dell’alimentazione, è bene si faccia avanti nel dirimere le piccole o grandi tragedie che si possono instaurare a causa delle apprensioni dell’altro, senza criticarlo o giudicarlo: ognuno fa il meglio che può e se si è in due, un motivo c’è). In ogni caso ricordate che concedere tutto e non concedere niente si equivalgono e sono entrambi, a modo loro, comportamenti che creano confusione e che non permettono di far emergere i confini sicuri di cui i bambini hanno tanto bisogno.
  4. Essere genitori che danno fiducia al proprio bambino e al suo istinto, gli permetterà di gestire l’alimentazione in maniera serena, con la naturalezza tipica di tutti i bisogni primari: a meno che non ci siano motivi collaterali, biologici o emotivi, che gli impediscono di farlo, ogni bambino sa regolarsi in maniera autonoma, soprattutto se sente intorno a sé un ambiente che lo sostiene e crede in questa sua innata capacità.
  5. Mettetevi in ascolto del vostro bambino: se le sue abitudini alimentari cambiano, cercate di capire se vi sta comunicando un disagio o se è cambiato qualcosa nella sua vita. Il benessere emotivo ha un grande peso sui comportamenti dei bambini ed è importante tenerne conto, cercando di accogliere le emozioni piuttosto che impuntarsi o evitarle.

Un ultimo, importante, consiglio è quello di vivere in maniera più serena possibile il momento del pasto e non far mai venir meno l’aspetto conviviale dello stare a tavola insieme e del condividere il cibo (quindi, ad esempio, meglio chiacchierare e fare un po’ di caos mentre si mangia, piuttosto che ipnotizzarsi davanti alla TV).

Dott.ssa Giulia Schena

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I Disturbi dell’Alimentazione in età evolutiva: quali sono e come riconoscerli

Spesso l’alimentazione è un tasto dolente per i genitori, ma solo in rari casi la difficoltà a gestire il momento del pasto diventa un vero e proprio disturbo: solo quando il comportamento alimentare e la relazione che vi fa da sfondo non riescono a trovare una regolazione sufficientemente equilibrata, si rischia di veder trasformare semplici idiosincrasie in comportamenti rigidi e strutturati in reali patologie. È importante conoscere questi disturbi, per riconoscerli precocemente e, quindi, per farsene carico quanto prima. ATTENZIONE PERÒ a non farsi prendere dal panico: il confine tra situazione “normale” e “patologica” si definisce facendo attenzione all’intensità del comportamento, alla sua durata nel tempo e alle conseguenze sullo sviluppo (carenze nutrizionali, condizione di sottopeso o sovrappeso, marcata interferenza nel rapporto psicosociale).

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La prima distinzione relativamente ai disturbi alimentari è legata all’età di comparizione: prima dei 3 anni si parla di disturbi della nutrizione, solo successivamente di disturbi dell’alimentazione. In breve ecco un excursus dei principali disturbi:

  • Disturbi della nutrizione

Sono disturbi legati alla difficoltà del bambino ad avere regolarità nei pattern di alimentazione, collegati agli stati di fame e sazietà; in genere l’acquisizione di questa capacità di autoregolazione è collegata con la capacità di chi si prende cura del bambino di sintonizzarsi sui suoi bisogni e sulle sue caratteristiche fisiologiche.

1. Disturbo Alimentare dell’Autoregolazione

Il bambino non riesce a rimanere sufficientemente sveglio e/o sufficientemente calmo per essere alimentato. Si riconosce perché il bambino non aumenta di peso o presenta una perdita ponderale.

2. Disturbo Alimentare della Reciprocità tra Caregiver e Infante

I segnali evolutivi di reciprocità sociale tra bimbo e caregiver sono assenti o carenti, e impediscono una normale crescita del bambino. Mancano, in altre parole, il contatto visivo, i sorrisi, le vocalizzazioni durante l’alimentazione, che rendono relazionale il momento del pasto. Questi disturbi sono scollegati da problemi fisici o da un disturbo pervasivo dello sviluppo.

3. Anoressia Infantile

Il bimbo non è interessato al cibo e all’alimentazione, quindi si rifiuta di mangiare a sufficienza per almeno un mese, provocando uno stato di malnutrizione e perdita di peso.

4. Avversione Sensoriale per il Cibo

Il bambino si rifiuta di mangiare particolari cibi che presentano peculiari caratteristiche come sapore, odore, colore, consistenza, mostrando smorfie di disgusto e non riuscendo a masticare o deglutire.

  • Disturbi dell’alimentazione

1. Anoressia nervosa

A causa della preoccupazione per la forma o il peso del proprio corpo, il bambino tenta di dimagrire o non ingrassare evitando di mangiare o mangiando solo una quantità e una tipologia molto ristretta di alimenti.

2. Bulimia Nervosa

Ha caratteristiche simili all’anoressia, ma ad essa si aggiunge la perdita di controllo verso il cibo con conseguenti abbuffate e poi messa in atto di comportamenti per espellerlo (es. vomito)

3. Disturbo Emozionale con evitamento del Cibo

Il bambino non mangia non tanto per dimagrire, quanto perché è incastrato in uno stato emotivo che esprime attraverso il corpo; spesso il bambino soffre di ansia o depressione.

4. Alimentazione Selettiva

Il bambino selettivo presenta un peso ed un’altezza adeguati all’età e non presenta preoccupazioni per il peso o la forma del corpo, ma si alimenta di pochi tipi di cibi (5-6) rifiutando in modo selettivo quelli con determinate caratteristiche sensoriali come il gusto, l’odore o il colore. Questo problema con il cibo potrebbe interferire con la qualità della socialità con i pari in particolare in occasione di feste di compleanno, gite scolastiche e/o cene di classe.

5. Rifiuto del Cibo

A causa di un disagio emotivo, il bambino rifiuta di mangiare in specifiche situazioni (per esempio a scuola) o in presenza di determinate persone.

6. Paura o Fobia Specifica con evitamento del cibo

Il bambino con questo disturbo ha paura di deglutire o di soffocare e per questo evita certi tipi di cibi. Spesso vi è un evento che lo ha scatenato (vomito, rischio soffocamento, abuso, allergia). Quando la paura di magiare è forte il bambino perde peso visibilmente.

SE SIETE PREOCCUPATI PER L’ALIMENTAZIONE DEL VOSTRO BAMBINO, O PER UNO STATO EMOTIVO CHE LO RENDE INAPPETENTE O, AL CONTRARIO, IPERFAGICO.. NON ASPETTATE TROPPO. CHIEDETE UN CONSULTO AD UNO SPECIALISTA CHE VI AIUTI A CAPIRE SE LA SITUAZIONE SIA VERAMENTE PREOCCUPANTE ED, EVENTUALMENTE, COME GESTIRLA.

Dott.ssa Giulia Schena

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“Il mio bambino è un bugiardo” – Che fare di fronte alle bugie dei bambini?

“Mio figlio mente, mente continuamente, dottoressa. Su qualsiasi cosa, anche quando non ce ne sarebbe bisogno, anche quando è palese che ciò che dice sia una bugia. Non sappiamo più come fare.. Lo sgridiamo, gli facciamo capire che non può prenderci per il naso, ma basta poco e siamo punto e a capo.”

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Sono tanti (quasi tutti) i genitori che devono fare i conti con le piccole o grandi bugie dei bambini. E spesso cominciano a presentarsi quando i bimbi sono ancora piccolini, verso i 4-5 anni, e mai ci si aspetterebbe da loro la malizia di raccontare una frottola. Nella maggior parte dei casi sono bugie strabilianti, facili da beccare, e così i genitori si innervosiscono, cercano di far passare questa “cattiva abitudine” e si sentono frustrati e minati nelle loro capacità educative.

Dunque, partiamo col fare un po’ di chiarezza: le bugie dei bambini non sono qualcosa di drammatico o da demonizzare. Bisogna tenere conto che fino all’adolescenza le bugie dei figli non sono esattamente come le intendiamo noi, infatti:

  • Spesso quella malizia che si pensa che i bambini così piccoli non dovrebbero avere, in effetti non ce l’hanno e non mentono per far dispiacere o in maniera deliberata. Fino a una certa età (indicativamente fino a 6-7 anni) il pensiero dei bambini è “magico”: i piccoli faticano a cogliere che gli altri possono avere un punto di vista diverso dal proprio, faticano a capire che non i loro bisogni e i loro desideri non sono il centro dell’universo, faticano a distinguere tra le loro emozioni e ciò che realmente accade, faticano a discriminare tra la realtà interna e quella esterna, tra la fantasia e l’obiettività. Le bugie, dunque, non sono propriamente bugie, ma solo coloriture personali della realtà vissuta, o scivoloni sull’associazione tra diversi episodi vissuti in momenti differenti che nella mente si mischiano insieme (e così si giungono a sentire storie di maestre cattive che insegnano le parolacce, quando in realtà, magari, la maestra ha sgridato, il bambino ci è rimasto male – ed ecco emergere la maestra cattiva, perché in quel momento lui l’ha percepita così – e successivamente un compagno ha detto una parolaccia, suscitando ilarità e/o un’altra sgridata – ed ecco il collegamento tra gli episodi).
  • I bambini un po’ più grandicelli cominciano a capire che i genitori non possono leggere nel loro pensiero e che non sono sempre al corrente di qualunque cosa accada loro. In questo caso le piccole bugie sono, effettivamente, più intenzionali, ma sempre scollegate da quella malizia che noi adulti tendiamo a vederci: i bambini scoprono piano piano che i loro pensieri non sono sotto il controllo dei grandi e nell’entusiasmo di questa scoperta usano delle “bugie di prova”, che hanno lo scopo di testare i confini della loro autonomia. In altri casi le bugie servono a compiacere gli altri o a sentirsi importanti… Diciamo che è la concretizzazione dell’ “occhio non vede, cuore non duole”.

Se tutto questo non fosse sufficiente per evitare di fare un dramma quando i piccoli di casa raccontano qualche fandonia, ci sono almeno due buoni motivi per prendere la cosa con più serenità:

  1. Sgridare i bambini e cercare di imporre loro un’obiettività che ancora non possiedono e non possono possedere è inutile, poiché anche impegnandosi non potranno capire. La parte fantastica o fantasiosa della storia, invece, può essere utilizzata in maniera positiva: può infatti essere d’aiuto a conoscere e a comprendere meglio il vissuto del bambino, le sue reazioni, le sue emozioni, i suoi sentimenti.
  2. Di fronte a una sgridata o alla tensione dei genitori per qualcosa che nel bambino non nasce come “cattivo”, lui si troverà a dover pesare la situazione secondo un nuovo metro di giudizio, facendo diventare le bugie improvvisamente come qualcosa di interessante (se attiva così tanto i grandi, si possono utilizzare più spesso quando si cerca attenzione o quando si vogliono elicitare reazioni di un certo tipo) o, in alternativa, qualcosa di terribile (se dire una bugia fa arrabbiare così tanto e a me viene da farlo, devo essere proprio una persona orribile.. Poi magari a volte lo faccio inconsapevolmente e questo fa di me un vero e proprio delinquente).

Cosa fare, dunque, di fronte alle bugie dei bambini? Se i bambini sono molto piccoli (fino ai 6 anni circa) e in ogni caso se sono bugie trascurabili, semplicemente si può non fare niente. Non badarci, farle scivolare via come nulla fosse. Se invece le bugie sono su tematiche più importanti o si ha l’impressione che dicendole venga distorta la realtà in maniera troppo inadeguata, si possono aiutare i bimbi a rivedere il loro pensiero in maniera allegra e giocosa: fare una scenetta dell’accaduto, farne un disegno, raccontarla da un punto di vista esterno (“a me quando ero piccolo è successa in maniera diversa questa cosa che tu adesso racconti così” oppure “l’orsetto mi ha raccontato che invece è andata cosà”). Infine, se si ha l’impressione che quella bugia nasconda qualcosa di più, è importante cercare di cogliere ciò che prova il bambino e, possibilmente, aiutarlo ad esprimere le proprie emozioni.

Dott.ssa Schena

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Decalogo anti-bullismo

La scuola è ricominciata da un po’, sono ricominciate le attività extra-scolastiche, sono ricominciati i vari corsi e percorsi e puntualissimi sono ricominciati anche i piccoli e grandi atti di bullismo tra bambini e ragazzi e le piccole e grandi preoccupazioni dei genitori su come gestirli.

Gestire le relazioni tra pari e comprendere quando davvero sia necessario l’intervento di un adulto, non è cosa da poco. E soprattutto non è cosa che ha un metodo fisso e sicuro alle spalle, poiché ogni caso è differente dagli altri, ogni bambino ha i suoi punti deboli, ogni situazione può deragliare in seguito a evenienze diverse.

Nonostante ciò, ci sono alcuni piccoli accorgimenti che si possono tenere in considerazione dapprima per evitare di far sì che il proprio figlio si comporti da bullo e che diventi una vittima, oppure quando si ha il sentore che a scuola (o nello sport) stia avvenendo tra i nostri figli e i loro compagni qualcosa che crea un clima negativo.

PRIMA: PER EVITARE CHE IL PROPRIO FIGLIO DIVENTI UN BULLO O UNA VITTIMA

  1. Dare ai propri figli strumenti per comprendere, gestire e comunicare ciò che avviene e ciò che provano : l’educazione emotiva e affettiva è uno dei più potenti mezzi di protezione dei nostri bambini.. Se sono in grado di riconoscere le loro emozioni, non hanno bisogno di esternarle in maniera inadeguata (vale sia per i bulli, che magari hanno rabbia o senso di inadeguatezza inespressi e li manifestano con dispetti o menando le mani, che per le vittime, che magari provano vergogna o solitudine e si chiudono in sé stessi o mettono in atto modalità regressive).
  2. Favorire i momenti di confronto e di rispecchiamento emotivo tra bambini/ragazzi : l’empatia e la comprensione dell’altro sono in certa misura innate (basti pensare all’esistenza dei neuroni specchio…), ma è necessario potenziarle per dare loro la giusta rilevanza e per aiutare i bambini a comprenderne l’importanza e le modalità di utilizzo. Proporre ai bambini momenti di ascolto reciproco o giochi di rispecchiamento permette loro di mettersi nei panni dell’altro e di avere un “vocabolario emotivo” sufficiente per gestire momenti difficili. Si possono proporre alle insegnanti laboratori sulle emozioni o coinvolgere i bambini in giochi che riguardino la consapevolezza emotiva nei pomeriggi che trascorrono insieme.. Parlare di emozioni può essere molto divertente!
  3. Evitare di etichettare il proprio bambino o i suoi compagni : se un bambino è “quello timido” o “quello aggressivo” o “quello che ne combina sempre una”, non potrà fare altro che adeguarsi a ciò che tutti gli dicono che sia. Vi sembra che il vostro bambino sia un pochino introverso? Cominciate a focalizzarvi su tutte le volte che lo è un po’ meno (anche solo poco poco poco) e fateglielo notare. Allo stesso modo fate per i suoi compagni: vi racconta spesso di quel compagnetto dispettoso? Cercate insieme a lui qualche dettaglio che dimostra il contrario, così che la prospettiva possa allargarsi ed essere più realistica.

DURANTE: QUANDO SI HA IL DUBBIO CHE SI STIANO INSTAURANDO DINAMICHE RELAZIONALI INADEGUATE O DISFUNZIONALI

  1. Non intervenire “a gamba tesa” nelle relazioni tra pari : evitare di dare al 100% ragione o torto a ciascun bambino, aiuterà ognuno a prendersi la sua parte di colpa o a riflettere sul fatto di avere anche lati positivi (e poterli implementare!). Invece di risolvere le situazioni spiacevoli al posto loro, è importante lasciare che i bambini le sbrighino in autonomia, sentendo di avere fiducia da parte degli adulti e sentendo di poter contare su di loro per consigli o suggerimenti sulle modalità da mettere in atto.
  2. Evitare di sminuire le situazioni o le emozioni : dire a un bambino affranto o impaurito “non piangere”, “non ci pensare”,  o “non serve a niente lamentarsi” non fa altro che peggiorare la situazione perché oltre al resto si sentirà incompreso o inadeguato o incapace di gestire qualcosa che agli altri sembra banale. Dire ad un bambino arrabbiato o frustrato “non puoi essere sempre tu che combini disastri”, “spero che la maestra non abbia qualcosa da dirmi anche oggi” o “vedi di finirla o nessuno ti vorrà più bene” non può essergli d’aiuto a gestire meglio la sua rabbia. Ascoltare, accogliere, cercare di comprendere (senza commentare/denigrare) aiuta i bambini a sentire di avere gli strumenti per far fronte alla situazione difficile.
  3. Non fomentare i litigi : a volte ci sembra proprio impossibile non dire ai nostri bambini “beh se ti picchia, picchialo pure tu”, ma questo non è una soluzione per niente. Infatti non solo non si risolverà il litigio, che anzi aumenterà di proporzione, ma metterà anche i bambini in confusione su cosa sia lecito fare e cosa no. Se io sono triste perché un bambino mi ha fatto un dispetto e i miei genitori mi dicono di fare altrettanto, non mi sento capito nella mia tristezza, non mi sento adeguato nel mio istinto di non rispondere a tono, e non riesco a capire quando sia giusto questo atteggiamento e quando no (d’altronde “non si picchia” e “non ci si prende in giro” sono regole base.. Ma se sono così derogabili, che sicurezza mi danno?)

DOPO: QUANDO SI SA CHE È AVVENUTO UN EPISODIO DI BULLISMO

  1. Denigrare apertamente e completamente il gesto, ma non farlo con la persona che l’ha compiuto : se si collega in maniera indissolubile quello che è stato fatto a quello che è la persona che l’ha fatto, sarà molto difficile aiutare quel bambino a cambiare.. E questo non va solo a discapito del “bullo”, ma anche di tutti quelli che gli stanno intorno: se lui rimane “il bullo” di riflesso ci saranno sempre delle “vittime”.
  2. Allearsi tra adulti di riferimento e non creare fazioni : come genitori può essere molto difficile non puntare il dito contro il bambino che ha fatto un dispetto a nostro figlio e, ancora di più, contro i suoi genitori. Ma quando si sta per farlo sarebbe bene fermarsi un secondo e mettersi nei panni di quei genitori: “cosa farei io se fosse stato mio figlio a combinare questa cosa e tutti dicessero che è colpa mia?”.  Di fronte ad atti di bullismo la buona prassi non dovrebbe essere trovare di chi sia la colpa (anche perché in genere non c’è mai una sola colpa o un solo fattore causale), quanto piuttosto scardinare la dinamica negativa che si è creata. Se anche tra adulti cominciamo a litigare o a incolparci, l’esempio che diamo non è esattamente quello che vorremmo che arrivasse ai nostri figli.
  3. Creare le condizioni affinché il “bullo” ripari al proprio errore, piuttosto che venga punito : togliere giocattoli o privilegi, mettere in disparte, estromettere dalle attività comunitarie non insegnerà al bambino ad essere più empatico e non gli insegnerà a relazionarsi con gli altri; inoltre non farà sentire meglio il bambino “vittima”. Piuttosto farà sentire il “bullo” arrabbiato, incompreso e giudicato e la “vittima” vendicativa, ma pur sempre offesa. Si può invece trovare il modo affinché chi ha provocato una sofferenza cerchi di comprenderla, si metta al livello del bambino che ha offeso, si trovi a dover riflettere sulle emozioni altrui.
  4. Se il bullo e/o la vittima dimostrano di è provare disagio o di vivere male questa situazione, meglio non sorvolare ma farsene carico : verbalizzare ciò che si percepisce, cercare un dialogo o cercare il supporto di un esperto o una persona esterna alla situazione che possa essere d’aiuto a rivedere i significati implicati nella situazione e le emozioni che ne sono derivate.. Anche la situazione peggiore ha la potenzialità di far imparare qualcosa o di far sentire all’altezza delle cose, aumentando il senso di adeguatezza e l’autostima, ma per farlo occorre che non venga dato per scontato che si debba superare in quattro e quattr’otto e darle l’importanza che merita (e che ha agli occhi dei bambini)

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Il bullismo rovina la vita di tutti quelli che vi si trovano coinvolti: i bulli e le vittime sono tutti sulla stessa barca da questo punti di vista. Non lasciargli spazio è importante: non si deve aspettare di esservi immersi fino al collo per fare qualcosa… L’educazione emotiva inizia dal primo giorno di vita.

Dott.ssa Giulia Schena

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#unlibroperte

Io incontro molta gente. Incontro, nel mio lavoro, ma anche nella mia vita in generale, tante persone. Spesso sono persone che stanno vivendo un momento di difficoltà, o un periodo di crisi, o un’esperienza pesante, o, semplicemente, una fase della vita che deve trovare un inquadramento. Spesso sono persone che mi chiedono un parere, un aiuto, un supporto. O anche solo un po’ di conforto, un po’ di comprensione. O, magari, anche solo un confronto, una condivisione.

E un’altra cosa che faccio molto è leggere. Io leggo molto.
Leggo per diletto, per divertimento; leggo per interesse, per studio, per approfondimento; leggo per necessità, per passione, per cercare aiuto; leggo per capire meglio, per sapere di più, ma anche per farmi più domande.

E mi capita, a volte, di leggere un libro e pensare che tutti dovrebbero leggerlo. Mi capita di trovare frasi o passaggi che mi danno illuminazioni, che mi fanno riflettere, che mi accendono la lampadina. Sono libri pieni di spunti, di quelli che mi verrebbe voglia di usare per intero nelle mie citazioni. Sono libri che magari non sono molto famosi, non sono best seller, ma possono essere ottimi fari nella bufera della vita.

Ecco allora che ho pensato di creare una rubrica: i libri che reputo imperdibili, quelli che riescono in una sola copertina a contenere storie appassionanti, riflessioni illuminanti e possibilità di approfondimento. Ogni due settimane proporrò un libro, con i relativi hashtag sui temi trattati e con una breve recensione. Se anche voi avete libri da consigliarmi, siete i benvenuti.

“Leggere è andare incontro a qualcosa che sta per essere e ancora nessuno sa cosa sarà” (cit. I. Calvino)

Dott.ssa Giulia Schena

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Migliorare la propria vita in tre semplici mosse

La vita può mettere di fronte a tante prove, più o meno inaspettate, più o meno difficili. Decisioni da prendere, cambiamenti da affrontare, relazioni che cominciano, relazioni che finiscono, la nascita di un figlio, la morte di una persona cara.. Momenti di crisi con qualsiasi tipo di motivazione, nessuna più seria, nessuna più importante, tutte ugualmente valide.

Ogni situazione ha i suoi risvolti, ma ci sono tre cose che da sole possono migliorare il corso degli eventi:

  1. Sposta il focus: quando qualcosa ci fa stare male in un certo senso ci mette in pericolo, poiché mette in crisi le nostre sicurezze, le nostre abitudini, la nostra identità. Per questo motivo il nostro cervello va in modalità “allerta” e si mette a tenere d’occhio tutte le cose che in qualche modo sono collegate con il nostro malessere. Vado male a scuola? Vedo solo persone che hanno una buona riuscita scolastica. Perdo il lavoro? Vedo solo persone con un’ottima carriera. Ho problemi con il/la mio/a partner? Vedo solo persone e situazioni che mi confermano quanto miserabile sia la mia condizione e quanto sia impossibile recuperare. Desidero un figlio? Vedo solo persone con il pancione o con splendidi figli. E via così. Per questo motivo è importante cercare di cambiare punto di vista, trovare altro su cui focalizzarsi. Ad esempio si può provare a fermarsi nelle situazioni e ad utilizzare uno sguardo più “obiettivo”: prendo un block notes o un diario e scrivo ciò che osservo, cercando di ampliare l’orizzonte, segnandomi le cose negative, che confermano il mio modo di vedere, ma anche quelle che lo falsificano, per tirare poi le somme alla fine.
  2. Impegnati in qualcosa che ti piace: tutti abbiamo un sogno nel cassetto che purtroppo, per motivi di spazio, di tempo, di soldi o di fatalità, non sempre può essere inseguito. Ma può essere in qualche modo parcellizzato (per poterlo seguire in parte, evitando i rischi e le problematicità che non ci si possono permettere) oppure trasformato (mantenendo il più possibile intatto il punto nodale del sogno, ma applicandolo ad altre situazioni). Ad esempio se amo gli animali e avrei sempre voluto essere un veterinario, posso usare parte del mio tempo per essere volontario in un canile, o posso fare il dog sitter, o posso reinventare la mia passione per farne un hobby o un lavoro secondario.
  3. Chiedi aiuto (senza sentirti un fallito): sembra facile (e banale), ma è probabilmente la cosa più difficile da fare. È una questione culturale: ci insegnano da sempre che se si cade ci si deve fare forza e ci si deve alzare senza fare tante scene; ci insegnano che nessuno può capirci meglio di noi stessi; ci insegnano che solo i deboli hanno bisogno di chiedere aiuto; ci insegnano che di fronte ad un problema o a una difficoltà, si dovrebbe guardare chi sta peggio è farsi forza su questo. Quante volte, con le migliori intenzioni, genitori ed educatori dicono ai bambini “dai su non piangere, non è niente..non ci pensare!” o anche “è inutile che piangi: impegnati e ci riuscirai!” o ancora “piangi per questo? Pensa ai bambini in Africa che muoiono di fame!”?! È davvero complesso riuscire ad uscire da questo punto di vista, ad accettare di esporsi di fronte ad uno sconosciuto, a riconoscere che si ha bisogno di una mano che vada oltre la pacca sulla spalla da parte di un amico o la lettura di un manuale di auto aiuto. Eppure quando ci si trova in situazioni dolorose o fastidiose, quando si vivono sentimenti travolgenti o spaventosi, quando si ha a che fare con esperienze impegnative, chiedere aiuto non significa altro che prendersi cura di sé e aumentare le probabilità che le cose migliorino. Chiedere aiuto è una grande prova di coraggio, perché significa ammettere che siamo in crisi e farsi carico davvero delle proprie difficoltà.

Che sia facile non l’ho mai detto, che sia possibile lo sostengo con fermezza, che ne valga la pena… Beh, ditemelo voi.

    Dott.ssa Giulia Schena

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    La rabbia dei bambini: 3 modi per gestirla

    La rabbia è un sentimento particolare, perché, oltre ad essere spesso demonizzato, quando arriva porta con sé sensazioni sgradevoli sia a livello fisico (batticuore, tensione…) che a livello emotivo (un forte turbamento). Inoltre la rabbia spesso si presenta in associazione ad altre sensazioni ed emozioni vissute (e fatte vivere) come negative e sgradevoli: la rabbia può essere uno sfogo per l’ansia, può essere un modo per esorcizzare o per nascondere la paura, ci si può arrabbiare perché si è molto stressati o stanchi.. E tutte queste associazioni non fanno che rendere la rabbia più difficile da gestire (ad esempio se sono stanco, ho meno energie a disposizione e da investire nel controllo di me e nella comprensione di cosa mi stia accadendo).

    Per questi motivi i bambini fanno fatica a governare la rabbia, quindi possono esplodere in comportamenti eccessivi e inadeguati (a volte anche pericolosi per sé o per gli altri). 
    Ciò non significa che la rabbia vada smorzata sul nascere, anzi! Si deve trovare il modo di consentire ai piccoli di far fluire la rabbia e di imparare a controllarla… Imparare fin da piccoli ad avere a che fare con la propria rabbia, è un grande aiuto nel processo di crescita: permette di diventare grandi con più consapevolezza di sé e riconoscendo dei propri limiti, senza doversi sentire in colpa o inferiori per la loro presenza (se i miei  genitori o i miei educatori mi accompagnano a scoprire la rabbia e la frustrazione, mi dicono che è normale provarla e mi sostengono nel trovare strategie utili a reggerla e coordinarla, significa che non c’è nulla di male a provarla e che vivo una cosa naturale, che tutti vivono). 

    Alcune idee per aiutare i bambini a fare i conti con la propria rabbia:

    1. La “palestra della rabbia”: può essere un momento specifico (dopo qualche episodio particolare, vissuto o visto vivere) o un appuntamento ricorrente (come gli sport o le attività extra scolastiche hanno orari fissi per allenarsi, può averlo anche questa attività). Funziona così: nei momenti di serenità si immagina insieme come si potrebbe sfogare la rabbia quando arriva, provando davvero a mettere in pratica le idee che si propongono e cercando di capire come ci si sente (ad esempio se si propone di fare un urlo per sfogare la rabbia, si prova davvero a farlo). Fare quest’attività nei momenti tranquilli, anche se sembra un controsenso, permette invece di ragionarci su, anche divertendosi, in momenti di bassa attivazione emotiva, costruendo la possibilità di sentirsi in grado di controllare la rabbia anche quando arriva come un uragano. Inoltre sapere di avere un appuntamento fisso con questo allenamento può essere utile ai bambini per controllarsi in altri momenti (per la serie “vorrei picchiare il mio compagno perché mi ha fatto arrabbiare, ma so che oggi pomeriggio avrò la palestra della rabbia.. Mi tengo da parte la sensazione per utilizzarla in quel contesto”). È importante che gli adulti siano presenti (e non solo fisicamente!!), che prestino attenzione, che dimostrino interesse, che facciano sentire il bambino accompagnato in quest’attività, perché solo così sarà un’attività davvero condivisa e davvero pregnante per il bambino
    2. La scatola della rabbia: può essere un oggetto di qualsiasi tipo, purché sia di un materiale plasmabile e, magari, che sia sufficiente piccolo da essere trasportato. Funziona così: si sceglie o si costruisce una scatola (o un vaso, o un astuccio.. O un qualsiasi oggetto che in qualche modo si presti a contenere altro) e la si fa propria (decorandola insieme, ad esempio). Ci si accorda, poi, che quella scatola sia il posto in cui convogliare la rabbia: si può romperla, scalfirla, colorarla, urlarci dentro, scriverci i propri pensieri (o addirittura delle parolacce!).
    3. Il diario della rabbia: è uno strumento da usare in modo particolare con i bambini o i ragazzini un po’ più grandicelli, ma che si può adattare anche ai più piccolini con qualche accorgimento (ad esempio usando i disegni invece dello scrivere). Funziona così: ogni membro della famiglia (figli e genitori!) si munisce di un diario o di un quadernetto o di un block notes o, per i più tecnologici, di una app che permetta di segnare delle note; l’accordo è di segnare ogni volta che ci si arrabbia, cosa ha provocato la rabbia, come si è reagito, come ci si è sentiti… Poi si creano momenti di confronto, in cui raccontarsi, ascoltarsi, riflettere insieme. Quest’attività permette sia di attenuare le reazioni eccessive nei momenti di rabbia, in virtù del fatto che sia necessario essere riflessivi per poter trascrivere quello che sta avvenendo, sia di sentirsi uniti nell’affrontare la difficoltà.

    Avrete notato che tutte queste idee sono attività che coinvolgono bambini e adulti insieme. Questa non è una cosa casuale.. È importante che i bambini sentano la voglia e l’interesse nell’accompagnarli nella gestione della rabbia da parte degli adulti di riferimento, sia per non sentirsi soli di fronte ad una cosa tanto intensa, sia per sentirsi approvati, compresi, ascoltati nel loro bisogno di provare la rabbia, ma anche di affrontarla adeguatamente.

    Ma c’è di più: aiutare i bambini a fare i conti con la rabbia ha un ulteriore risvolto positivo: aiuta anche i grandi a fare lo stesso! Perché ammettiamolo: spesso anche noi avremmo bisogno di capire meglio cosa farne delle nostre arrabbiature e come far fronte a tutti quelli che ci chiedono di stare più calmi.

    Dott.ssa Giulia Schena

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    7 buoni motivi per leggere con i bambini

    Entrando in una qualsiasi libreria (o in una qualsiasi biblioteca) è facile farsi cadere l’occhio su quella sezione tutta colorata, con libri di diverse forme e dimensioni, con i materiali più svariati che spuntano in mezzo alla “banale” carta: sono i libri per bambini. E i libri per bambini non sono solo passatempi, ma sono anche strumenti utilissimi ad accompagnare i più piccoli nella crescita.

    Un bambino che prende confidenza con la lettura, che impara ad apprezzare i libri e il tempo in loro compagnia, sarà un adulto con maggiori possibilità di essere felice, di sentirsi libero, di non sentirsi troppo solo.

    Fin dai 4-6 mesi di vita i bambini sanno ascoltare (e hanno voglia e piacere di farlo!), così è possibile avviare i piccoli all’alfabetizzazione, leggendo per loro brevi storielle, mostrando loro libricini di diversi materiali o di diverse forme (ce ne sono di appositamente creati per attirare la loro attenzione).

    I benefici della lettura fin da tenera età sono innumerevoli, eccone alcuni:

    1. Migliora il linguaggio: i bambini abituati alla lettura dimostrano di essere più predisposti alla comprensione del.linguaggio, acquisiscono maggiori competenze grammaticali, arricchiscono il proprio vocabolario.
    2. Lascia spazio all’immaginazione e favorisce la creatività: la ricerca dimostra che mentre si legge (o si ascolta una storia) ci si immerge in mondi fantastici, si fa conoscenza con nuovi personaggi, si immaginano i suoni, gli odori, i colori della storia, attivando così diverse aree cerebrali. Viaggiare sulle ali della fantasia permette di conoscere realmente mondi fantastici.
    3. Consente di rilassarsi: la lettura è un’attività piacevole, ma tranquilla, che fa sentire calmi e allo stesso tempo appagati. In altre parole: rilassati.
    4. Potenzia le capacità attentive e i tempi di tenuta dell’attenzione: prendersi del tempo per ascoltare una storia e dover utilizzare le proprie risorse per comprenderla ed assaporarla aiuta i bambini a saper gestire meglio la propria attenzione. Inoltre mentre ci si rilassa il cervello può ricaricarsi ed essere più efficiente.
    5. Arricchisce le capacità relazionali: la lettura è un’attività durante la quale i bambini possono godere di un tempo privilegiato con gli adulti di riferimento, perché mentre si legge insieme si è tutti attenti alla stessa cosa, si è vicini e si condivide un momento di “coccola” per il corpo e per la mente. Inoltre nelle storie che si leggono, i bambini possono immedesimarsi nei piccoli protagonisti che si relazionano tra di loro, costruendo così un bagaglio di “risposte relazionali” e imparando a far fronte a diverse situazioni relazionali pur non avendole vissute direttamente.
    6. Aiuta nell’introspezione e nella comprensione delle emozioni proprie e altrui: esistono libri meravigliosi che aiutano i bambini a comprendere le emozioni, a capire come affrontarle, a riconoscerle, a farle proprie. Inoltre leggere di personaggi fantastici che affrontano difficoltà simili alle proprie fa sentire meno soli e fa intravedere possibilità di risolvere i problemi.
    7. Aumenta il desiderio di apprendere e di conoscere: imparare, e in particolare imparare senza imposizioni e con entusiasmo, ha un potere ineguagliabile: fa venire voglia di imparare ancora! E così un libro tira l’altro, una storia ne fa immaginare un’altra, a ogni riga si assapora già quella successiva. E un bambino che ha voglia di imparare è un bambino con più curiosità, con più caparbietà e con più autostima.

    “I genitori ti insegnano ad amare, ridere e correre. Ma solo entrando in contatto con i libri, si scopre di avere le ali.” (Cit. H. Hayes)

    Dott.ssa Giulia Schena

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    Articolo scritto in collaborazione con ToGENther – insieme genitori

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    Avventure estive: lo spannolinamento

    La leggenda narra che il momento migliore per togliere il pannolino ad un bambino sia l’estate. E in virtù di questa credenza sono molti i genitori che si imbarcano in quest’avventura in questo periodo dell’anno. Il presupposto non è completamente sbagliato, ma neanche universalmente giusto: se da un lato è vero che d’estate il pannolino dà fastidio perché fa caldo, che lasciare il bambino seminudo è meno problematico con le temperature estive, che in spiaggia l’uso del costumino può essere un primo approccio alle mutandine, è anche vero che bruciare le tappe e imporre lo spannolinamento a un bambino che non è pronto solo perché è estate, oltre ad essere inutile, rischia di essere controproducente.

    Dunque, pare che il punto di partenza sia questo: che il bimbo sia pronto. Ma quand’è che un bambino è pronto? Come si capisce? E se sembra non essere mai pronto, come lo si incentiva?

    Di base si può dire che se il bambino appare infastidito dal pannolino, se si dimostra interessato al vasino o al wc, se sembra desideroso di provare ad affrontare questa prova, se sa avvisare (a parole o con i gesti) quando ha un bisogno, possiamo pensare che sia pronto per dire addio al pannolino.Dal-pannolino-al-vasino

    E detto questo? Da che punto si deve partire?

    Andiamo con ordine. Quando si parla di spannolinamento tre sono le domande alle quali rispondere:

    • Come incuriosire un bimbo per poter procedere all’abbandono del pannolino? E in particolare cosa fare se il bimbo non appare minimamente interessato a questo cambiamento pur avendo un’età in cui lo spannolinamento è ormai necessario (giunti verso i 3 anni, con l’ingresso alla scuola dell’infanzia, l’essere senza pannolino è una condicio sine qua non)?
    • Come gestire i primi tempi dello spannolinamento? Cosa aspettarsi? Da cosa non farsi spaventare?
    • E se dopo essersi imbarcati nell’impresa si ha l’impressione che i tempi non siano maturi e che la battaglia è persa in partenza?

    Cerchiamo allora di rispondere a queste domande e di fare un po’ di chiarezza.

    • Prima dello spannolinamento

    Il vasino come un gioco

    Per cominciare può essere buona prassi rendere il vasino un oggetto familiare già quando il bimbo ha un anno e mezzo o giù di lì: pur essendo, nella maggior parte dei casi, presto per lo spannolinamento lasciare a disposizione il vasino (o il riduttore) lo renderà un oggetto familiare. Il bambino all’inizio potrebbe utilizzarlo in centoeuno modi che non sono quello previsto: nessun problema! Lasciatelo fare, lasciatelo esplorare. Piano piano potrete iniziare assieme a lui a fare giochi che avvicinino mano a mano alla comprensione dell’uso del vasino: ad esempio bambole e/o peluche possono aver voglia di fare pipì o pupù in questo strano strumento!

    Libri per incuriosire

    Nessun libro può insegnare al vostro bambino a vivere senza il pannolino. Ma ci sono tantissimi libri che possono attirare la sua attenzione, attivare la sua fervida fantasia, solleticare la sua innata curiosità. È bene stare molto attenti a questa distinzione, perché se ci si aspetta che un libricino, per quanto ben fatto, sia il motore dello spannolinamento si rischia di fallire miseramente e di far perdere al bimbo anche il gusto di giocare con i libri. Un libro, invece, può raccontare senza imposizioni che cosa sia un vasino, o che cosa sia il wc; può aiutare a comprendere che è un’avventura comune a tanti bimbi; può cominciare a far pensare a come intraprendere la strada verso il vasino. Cliccando qui potete trovare una lista di libri proprio su questo tema; ne esistono di tanti tipi, per andare incontro alle preferenze di ciascun bambino: ci sono libri sonori, libri tattili, libri “avventurosi”… Ma una categoria particolare è quella dei silent book (un esempio è “basta pannolino”): con questi libri il bambino in un certo senso dà voce alla storia, creando il personaggio in base alle proprie scelte e sentendolo così più vicino.

    • Durante lo spannolinamento

    Pronti, partenza, via!

    Ecco che un giorno il vostro bimbo manifesta tutti i segnali giusti, o decide di voler provare il vasino, o addirittura vi dice esplicitamente che non vuole più il pannolino. È giunto il momento di partire a tutti gli effetti per quest’avventura. Quando si comincia a togliere il pannolino è bene viverla con serenità e tranquillità: cogliete le occasioni che il vostro bimbo vi offre (e quindi fatevi trovare pronti) e non sentitevi sotto pressione per questo cambiamento. Spesso a far fallire o a rendere lungo e complesso lo spannolinamento sono proprio le ansie, i dubbi, le incertezze dei genitori: se io bimbo sono pronto a lasciar andare il pannolino, ma sento che chi dovrebbe sostenermi è nervoso, sotto pressione e già si aspetta il peggio, sarò intimidito da questo cambiamento e tutto ciò non farà altro che bloccarmi e farmi tentennare. E invece quando si decide di partire, si va senza timore. Si mette in conto qualche incidente, ma nulla di più.

    O tutti o nessuno

    Durante lo spannolinamento (come per tutti i cambiamenti rilevanti per i bambini) è importante che il bambino sia accompagnato da tutte le figure di riferimento, per non trovarsi in confusione o non capire bene come funzioni questa nuova tappa: maestre, nonni, baby-sitter… Tutti devono essere pronti e concordi nella gestione della situazione. Se si è iniziato lo spannolinamento, a meno che non sia evidente che si erano letti male i messaggi del piccolo, non si torna indietro e non si parcellizzano le situazioni: una volta tolto è tolto a casa, all’asilo, in giro.. L’unico contesto per cui non vale questa regola è quello della nanna, per cui va considerata una gestione a parte.

    Niente ansia

    Un po’ come per il parto, anche il momento dell’addio al pannolino è generalmente dipinto come una tragedia, un qualcosa di difficilissimo, un momento drammatico. Questa nomea che lo spannolinamento si è fatto altro non fa se non far partire con il piede sbagliato. Non voglio dire che sia sempre una passeggiata, ma aggiungere ansia all’ansia non può essere d’aiuto. Se si vuole arrivare alla meta, si deve sempre partire con la certezza che andrà tutto bene.

    E la notte?

    La notte (e i pisolini) sono un capitolo a parte, perché anche bambini con un ottimo controllo sfinterico durante la veglia possono avere difficoltà a tenersi asciutti durante la notte. Se il bambino lo preferisce si può introdurre il “passaggio intermedio” del pannolino a mutandina, che non svilisce e non confonde il bimbo. Poi il pannolino si toglierà definitivamente quando sarà evidente che il piccolo di notte rimane asciutto o che sente lo stimolo e chiama per essere portato in bagno. Magari si può aiutarlo fin da subito ricordandogli la sera, prima di dormire, di chiamare se deve fare pipì, ma sempre senza arrabbiarsi se invece non lo fa.

    • Dopo lo spannolinamento

    Incidenti senza paura

    Gli incidenti potranno essere all’ordine del giorno: metteteli in conto e pensate già in anticipo a come gestirli. Tenete comodi diversi cambi, soprattutto quando siete fuori casa, e non prendetela sul personale. Arrabbiarsi, fare tragedie, come anche buttarla in ridere, peggiora la situazione: se le reazioni sono molto intense, il tutto si fa molto interessante per i bambini!!

    Ma ti scappa? E adesso ti scappa? E ora?

    Una tendenza dei genitori durante lo spannolinamento è quella di chiedere ai bambini un miliardo di volte al giorno se devono fare pipì. Take it easy. Lasciate anche a loro il tempo di dirvi che è ora di correre in bagno, lasciate loro il tempo di sbagliare se capita, lasciate loro la fiducia che sappiano avvisarvi. Al massimo datevi un tempo minimo tra una richiesta e l’altra: se dall’ultima volta che avete chiesto se dovesse andare in bagno non è passata almeno un’oretta, lasciate perdere (occhio agli orologi!).

    Il problema della cacca (e dei blocchi in generale)

    Capita spesso che nel primo periodo dello spannolinamento i bambini si “blocchino” con la pupù. Nulla di preoccupante se si riesce ad evitare di farla diventare una questione di stato e si lascia semplicemente il tempo alle cose di ritrovare il loro equilibrio. Meglio non chiedere centomila volte se scappa, non obbligare i bambini ad infinite sedute in bagno nell’attesa che arrivi, non dimostrarsi perennemente preoccupati per la cacca e non fare una tragedia se capita di dover usare un clisterino.

    Regressioni

    Potranno esserci, per milleuno motivi, delle regressioni. Può capitare che un bambino anche dopo qualche mese senza “incidenti” se la faccia addosso: non mettetelo sotto i riflettori per questo, non fategli il quarto grado, non punitelo, non fate nulla che possa far sembrare questa cosa più di quello che semplicemente è. Piuttosto se la vive male (ma solo se LUI la vive male) consolatelo e rassicuratelo: può capitare.

    Se si riesce a vivere questo passaggio con un minimo di serenità, si otterranno certamente risultati migliori!

    Dott.ssa Giulia Schena

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