Quando il batticuore si sopisce

“Dottoressa io non lo so cosa sia successo, pare che non ci sia più niente.. boh forse stiamo insieme per abitudine.. ma così che senso ha?”

Capita più o meno così: due persone si incontrano, si piacciono, decidono di stare insieme. Ci sono tra loro occhi a cuoricino, farfalle nello stomaco, e un batticuore che sembra non fermarsi mai. È tutto un pensarsi, un chiamarsi, un mancarsi.

Poi il tempo passa, la storia evolve, i pensieri variano. Ci sono nuove preoccupazioni, nuovi impegni. E ogni tanto ci si ferma, e ci si accorge che qualcosa è cambiato. Ma si fa una gran fatica a capire il perché, e ci si aggroviglia in svariati pensieri, che altro non fanno se non aumentare il senso di frustrazione e la fatica ad accettare questa nuova relazione.

Credo che sia colpa dei film. O forse dei libri. O forse delle storie che ci raccontiamo. È colpa della fregatura che ci diamo da soli quando pensiamo che tutto possa essere per sempre allegro e scoppiettante.

L’innamoramento è una fase. E d’altronde non potrebbe essere altrimenti: pensate anche solo fisicamente come sarebbe faticoso sostenere tutta l’eccitazione, tutto il turbinio di emozioni, tutte le fantasticherie del periodo in cui tutto è sbriluccicoso.

Passato l’innamoramento subentra l’amore. Subentra se lo si lascia entrare. Se non si ha paura di accettare anche la fatica di stare insieme conoscendo pregi e difetti invece dell’attesa di scoprirsi ancora un po’; se si accetta la pacatezza di un momento di pace sul divano invece della frenesia del fare cose e costruire ricordi; se si accetta la dolcezza di un bacio dato di fretta prima di uscire la mattina invece della passione dei baci al chiaro di luna quando non ci si vuole salutare e si strappa un altro minuto al tempo.

Stare insieme nel tempo significa passare dal sentirsi sulle montagne russe, al sentirsi a casa. Semplicemente, a casa.

“L’amore non è un falò nell’anima, ma piuttosto un focolare che ci tiene caldi e al sicuro, coccolandoci mentre ci addormentiamo.”

A volte è molto difficile accettarlo. A volte c’è bisogno di una mano, per capire come ritrovare un equilibrio in questo luogo calmo dove prima c’era la tempesta. A volte non è nemmeno possibile, perché magari davvero tutto si è esaurito (e allora, continuare a stare insieme sperando che così faccia meno male, scava nell’anima creando una voragine).

Ma quando ci si riesce. Beh, allora la fatica fatta è valsa la pena.

Dott.ssa Giulia Schena

________________________

Hai bisogno di informazioni? Hai dubbi, domande, curiosità? Contattami via email a psicologa.schena@gmail.com o cercami su facebook psicologaschena

Annunci

Esiste. – Comprendere il lutto perinatale

Per la maggior parte delle persone, anche amici e parenti a volte, è difficile comprendere il lutto per la perdita di un bambino in gravidanza o nel periodo perinatale. Non comprendono come sia possibile provare un dolore così profondo per l’assenza di un bambino che è stato presente per così poco tempo e non realizzano come si possa sentire così forte la mancanza di una persona quasi sconosciuta, con la quale non si è condiviso più di qualche istante.

Quel bambino, quella bambina, anche se non è più tra le braccia dei suoi genitori, è esistito, è esistita.

Quando si scopre di attendere un bambino, si comincia a sognare. Si immagina la propria vita con lui, si ascolta ogni singolo segnale della sua presenza, ci si prepara ad accoglierlo, si fantastica su come sarà, su chi gli somiglierà, ci si chiede come sarà il suo primo compleanno, come sarà vederlo crescere. Ecco. Fin da quel momento, lui esiste.

Poi, quando quel figlio muore, quando il suo cuore smette di battere, lasciando il vuoto nelle braccia dei loro genitori, i sogni vanno in frantumi. Ma lui non smette di esistere. Anche se non c’è più, esiste. Ha vissuto nelle vite dei suoi genitori e di chi l’ha amato, e continua a viverci pur non essendoci più fisicamente.

Ora, se non l’avete vissuto, se non riuscite a capire come possa essere così doloroso, provate per un momento ad immaginare come sarebbe non avere con voi i vostri figli. Immaginate come sarebbe non poter aprire con loro i regali al compleanno o a Natale. Immaginate di non vederli crescere, mentre intorno a voi i figli degli altri crescono. Immaginate le notti che vi hanno fatto trascorrere in bianco, trascorse in bianco non per il loro pianto, ma per la loro assenza. È difficile anche solo immaginarlo, lo so. Provateci, solo per un istante.

E ancora, se riuscite, immaginate se le persone intorno a voi fingessero che vostro figlio non esistesse. Immaginate se dimostrassero di pensare che parlare di lui fosse superfluo e fuori luogo. Immaginate se preferissero non ricordare il giorno del suo compleanno. Immaginate se cercassero di far passare l’idea che non faccia parte della vostra famiglia. Non sarebbe piacevole, vero?

Pensateci quando chiederete a chi ha perso un figlio di andare avanti, di non pensarci più. Pensateci quando vi verrà da dire che non è importante, e che si deve guardare al futuro.

È vero: guardare al futuro è importante. Ma in quel futuro, anche se non si vedrà fisicamente, quel figlio ci sarà. Perché esiste. E solo ammettendo che esiste, si possono aiutare i suoi genitori a trovargli un posto nella loro quotidianità, a parlare di lui con serenità e, quindi, ad andare avanti davvero. Con lui nel cuore anche se non è tra le braccia.

Dott.ssa Giulia Schena

________________________

Hai bisogno di informazioni? Hai dubbi, domande, curiosità? Contattami via email a psicologa.schena@gmail.com o cercami su facebook psicologaschena

“E se ti volessi aiutare?” – 6 verità importanti per sostenere chi è in lutto

A volte quando si sta soffrendo, in particolare quando si sta soffrendo per qualcosa di così tremendo e doloroso come una perdita o un lutto, sembra che nessuno possa capire. Anzi, per essere ancora più precisi, sembra che nessuno voglia capire. Sembra che nessuno si fermi a pensare a come aiutarti, che nessuno sia interessato a ciò che provi, che nessuno presti occhi e orecchie a capire davvero quello che stai vivendo.

Per fortuna, non è sempre così: ci sono tante persone che avrebbero voglia di essere d’aiuto, ma, per un motivo o per l’altro non ci riescono. Il timore di dire la cosa sbagliata, che tiene bloccati nel non dire nulla; il fatto di rendersi conto che per quanto si possa fare non si è ciò di cui l’altro ha bisogno; la paura di far stare peggio invece che far stare meglio; la sensazione di non essere compresi nella propria voglia di dare una mano.. Questo, e tanto altro, crea voragini di distanza, abissi di silenzi, baratri di solitudine, profondità di incomprensioni. E tanto, tanto dolore. Che si somma al dolore di partenza.

IMG_3084-1024x1024

Quindi, se vuoi essere d’aiuto ad una persona che sta attraversando un lutto, non tirarti indietro. Ricorda, piuttosto, queste 6 cose:

  1. Puoi prenderti il tuo tempo: rifletti su ciò che vuoi dire, pensa a ciò che desideri far arrivare, ascolta come ti senti e cosa provi, pesa le tue sensazioni e immagina quelle dell’altro. Non serve agire di fretta, il lutto è un percorso che avanza lento, quindi tutto intorno può procedere con calma.
  2. Concedi all’altro di prendersi il suo tempo: non essere pressante, non mettere fretta, non creare ansie e aspettative. Esplicita che ci sei, fai un salto a dimostrare la tua presenza, ma poi rimani solo se richiesto. Parla solo se l’altro sembra volerlo. Ascolta solo ciò che l’altro sembra voler dire. Un minuto al giorno, un messaggio al giorno, un abbraccio al giorno.. possono essere sufficienti. Non fanno sentire soli, e al contempo non fanno sentire sotto esame.
  3. Non puoi fare tutto: non puoi risolvere tutte le preoccupazioni, tutte le incombenze, tutti i problemi di chi vorresti aiutare. Fai ciò che riesci, ciò che ti risulta possibile, oppure ciò che ti viene esplicitamente richiesto (spiegando, nell’eventualità non ti fosse possibile, perché non puoi o non riesci a farlo e offrendoti di fare ciò che senti più congeniale alle tue possibilità).
  4. Puoi fare qualcosa: anche solo con la tua presenza, anche solo con il tuo interesse, sei importante. Non preoccuparti del resto.
  5. Quello che hai vissuto tu, non è quello che vive l’altro: anche se hai vissuto un’esperienza simile, non dare per scontato di sapere già cosa prova o di che cosa ha bisogno l’altro. Siete persone diverse, avete alle spalle vite diverse, vivete questa cosa in modo diverso. Ascolta, osserva, accogli. Non giudicare, non commentare.
  6. Non verrai ringraziato (o almeno sempre e non subito): a volte i tuoi sforzi sembreranno vani, o addirittura malvisti o malinterpretati. Non fartene un cruccio: chi stai cercando di aiutare è in un momento difficile, in cui ogni cosa assume connotati particolari e sfalsati. Non sei tu il problema: il problema è ciò che ha vissuto e sta vivendo. Non allontanarti perché non ti senti compreso: chi hai di fronte si sente meno compreso (e meno comprensibile) di te.

So bene che non è facile, ma ci si può provare. Considerando quanto tutto questo possa essere di supporto a chi soffre e quanto possa aiutarlo nell’elaborazione del lutto, credo ne valga la pena.

Dott.ssa Giulia Schena

________________________

Hai bisogno di informazioni? Hai dubbi, domande, curiosità? Contattami via email a psicologa.schena@gmail.com o cercami su facebook psicologaschena

“Ci separiamo” – Quando 1+1 diventa tutto diviso

Immaginate di andare in vacanza. Una vacanza bellissima: rilassante, entusiasmante, divertente; una vacanza in cui magari c’è stata anche qualche seccatura, ma tutto era così bello ed eravate così felici di essere in vacanza, che tutto sommato gli intoppi sono scivolati via lisci.

Ora immaginatevi nel viaggio di ritorno da questa vacanza, portando con voi tanti bei ricordi, nuove esperienze, e pensando che ricorderete per sempre questo periodo come meraviglioso.

Ora immaginate di arrivare a casa, ancora allegri e felici, notare qualcosa di strano e.. Scoprire che mentre eravate via, qualcuno è entrato in casa vostra e vi ha rubato o rotto ciò che era vostro. In un secondo tutto cambia. E da questo momento in poi ogni volta che ripenserete a quella vacanza vi si accenderà la rabbia e l’odio per quello che è successo al vostro ritorno e mai più ripenserete con gioia, ma solo con un gran senso di frustrazione e con la voglia di trovare una colpa a qualcuno (a chi ha voluto partire? A chi non ha voluto tornare in anticipo? A chi non ha chiuso bene casa?…).

Ecco quello che spesso accade quando si giunge alla sofferta decisione di separarsi: tutti i bei momenti, tutto ciò che di buono c’è stato nella relazione, tutto ciò che si è imparato negli anni.. Tutto viene spinto a forza dietro ad una cortina di rabbia, frustrazione e recriminazioni.

Si entra così in un circolo vizioso di colpevolizzazioni, di malcontento, di tristezza generale, in cui tutti perdono perché nessuno costruisce una prospettiva futura essendo tutti troppo impegnati a demolire il passato, anche ciò che di buono c’è stato nel passato.

Una separazione dovrebbe poter essere un nuovo inizio: ci si lascia perché non si sta più bene insieme (e può capitare per svariati motivi) e perché si è infelici, quindi, in teoria, si fa per cercare una nuova felicità. A questo punto, comunque sia andata, ci si è arrivati in due, quindi non è colpa di nessuno, oppure è colpa di tutti, e fermarsi a sviscerare momento su momento tutto quello che non ha funzionato ha l’unico scopo di ferirsi a vicenda e l’unico effetto di consumare preziose energie fisiche e psichiche, di cui ci sarebbe un gran bisogno per poter ricominciare a fare progetti in un momento in cui una parte della propria vita si sta sgretolando. Ne vale la pena?

La cosa più difficile, ma probabilmente più utile, sarebbe riuscire a fermarsi un attimo, far sedimentare la delusione, il senso si smarrimento e il senso di fallimento, e poi voltarsi al passato e chiedersi:

Che cosa mi posso portare via di buono da quello che è stato?

E poi mettere per un secondo da parte la rabbia e la voglia di vendetta o di rivalsa, guardarsi ancora per un momento negli occhi, e scusarsi reciprocamente per ciò che ognuno ha sbagliato e ringraziarsi reciprocamente per ciò che ci si è vicendevolmente dati.

Separarsi bene si può, ed è la base sulla quale si può costruire un nuovo futuro fatto ancora di serenità.

Dott.ssa Giulia Schena

________________________

Hai bisogno di informazioni? Hai dubbi, domande, curiosità? Contattami via email a psicologa.schena@gmail.com o cercami su facebook psicologaschena

Mamme e Papà che sperano – 7 pensieri ai genitori che cercano o aspettano il loro arcobaleno

Dopo che hai perso un figlio, o addirittura più di uno, guardare al futuro è sempre qualcosa di strano, delicato: lì davanti c’è quel futuro immaginato che è diventato passato prima di diventare presente; c’è quel futuro temuto, in cui questo tremendo dolore rimane acuto e sempre più acuto; c’è quel futuro sperato, ma sperato sottovoce per non portarsi sfortuna anche se nella sfortuna non ci credi, in cui può arrivare un altro figlio, un fratello per quel bimbo che si è dovuto lasciar andare, una nuova prospettiva per sé, per riempire quelle braccia che pesano di vuoto.

Ed è in questa atmosfera, di alti e bassi, di gioia e paura, di speranza e preoccupazione, di fiducia e ansia, che si decide di voler cercare un altro figlio e poi, quando arriva, che si attende il momento della sua nascita. E rimane, sempre sempre sempre, in sottofondo quel senso di colpa che ti atterra: senso di colpa per il figlio che non c’è più, per il solo fatto di desiderarne un altro; senso di colpa per il figlio che arriverà, perché non si riesce ad aspettarlo con serenità.

Fermati mamma, fermati papà. È tutto normale. Concediti questa paura, concediti questa speranza. E ricorda sempre queste 7 cose:

  1. Un passo alla volta: non devi fare tutto, non devi farlo oggi. Concediti il tempo che ti serve. E vivi oggi, le emozioni di oggi. Oggi ci sei, oggi può ancora esserci speranza, focalizzala. Mettila lì in un angolo. Usala ogni volta che tutto questo sarà troppo duro.
  2. Sei una madre, sei un padre. Lo sei già, anche se non puoi stringere tuo figlio tra le braccia. Lo sei e hai il diritto di sentirti tale.
  3. Sei un’ottima madre, sei un ottimo padre. È per questo che ti preoccupi, è per questo che sei in ansia, è per questo che sei triste, è per questo che continui a sperare. Ami il figlio che hai avuto, anche se non è più qui con te, ami il figlio che verrà: questo è essere buoni genitori.
  4. Per affrontare tutto questo ci vuole coraggio: sei coraggioso. Soffrire e sperare allo stesso tempo è tremendamente difficile: lo stai facendo, sei coraggioso. E anche se ci sono giorni che dentro di te è tutto un casino, sei coraggioso lo stesso, perché sei qui e, comunque vada, aspetti domani.
  5. Non devi essere forte per forza, non devi essere sereno per forza: puoi essere triste, puoi essere arrabbiato, puoi perdere per un po’ la fiducia, puoi avere paura. Lascia spazio a tutte queste emozioni, non sono sbagliate, non ti rendono peggiore. Vivere la perdita di un figlio, vivere la ricerca di un altro figlio, è un’esperienza tremenda: hai bisogno di ogni emozione che vivi per superare questa prova. 
  6. Hai bisogno di credere che avrai un altro figlio, che andrà tutto bene. Ed è dura crederlo, ma ne hai bisogno, per sopravvivere. E nei giorni in cui non riuscirai a crederlo, ci sarà un amico, un’amica.. Oppure, ci sarò io. In quei giorni lo crederò io un pochino più forte, anche per te. Ovunque tu sia, chiunque tu sia.
  7. Hai bisogno di sperare, di provare ancora gioia per l’attesa di questo nuovo figlio. Concediti anche questo se puoi. Essere felici non può essere una colpa.

L’arcobaleno arriverà, e sarà un altro figlio, o magari un’altra prospettiva, o magari un nuovo progetto. Ma arriverà. 

Dott.ssa Giulia Schena

_________________________

Hai bisogno di informazioni? Hai dubbi, domande, curiosità? Contattami via email a psicologa.schena@gmail.com o cercami su facebook psicologaschena

Decalogo anti-bullismo

La scuola è ricominciata da un po’, sono ricominciate le attività extra-scolastiche, sono ricominciati i vari corsi e percorsi e puntualissimi sono ricominciati anche i piccoli e grandi atti di bullismo tra bambini e ragazzi e le piccole e grandi preoccupazioni dei genitori su come gestirli.

Gestire le relazioni tra pari e comprendere quando davvero sia necessario l’intervento di un adulto, non è cosa da poco. E soprattutto non è cosa che ha un metodo fisso e sicuro alle spalle, poiché ogni caso è differente dagli altri, ogni bambino ha i suoi punti deboli, ogni situazione può deragliare in seguito a evenienze diverse.

Nonostante ciò, ci sono alcuni piccoli accorgimenti che si possono tenere in considerazione dapprima per evitare di far sì che il proprio figlio si comporti da bullo e che diventi una vittima, oppure quando si ha il sentore che a scuola (o nello sport) stia avvenendo tra i nostri figli e i loro compagni qualcosa che crea un clima negativo.

PRIMA: PER EVITARE CHE IL PROPRIO FIGLIO DIVENTI UN BULLO O UNA VITTIMA

  1. Dare ai propri figli strumenti per comprendere, gestire e comunicare ciò che avviene e ciò che provano : l’educazione emotiva e affettiva è uno dei più potenti mezzi di protezione dei nostri bambini.. Se sono in grado di riconoscere le loro emozioni, non hanno bisogno di esternarle in maniera inadeguata (vale sia per i bulli, che magari hanno rabbia o senso di inadeguatezza inespressi e li manifestano con dispetti o menando le mani, che per le vittime, che magari provano vergogna o solitudine e si chiudono in sé stessi o mettono in atto modalità regressive).
  2. Favorire i momenti di confronto e di rispecchiamento emotivo tra bambini/ragazzi : l’empatia e la comprensione dell’altro sono in certa misura innate (basti pensare all’esistenza dei neuroni specchio…), ma è necessario potenziarle per dare loro la giusta rilevanza e per aiutare i bambini a comprenderne l’importanza e le modalità di utilizzo. Proporre ai bambini momenti di ascolto reciproco o giochi di rispecchiamento permette loro di mettersi nei panni dell’altro e di avere un “vocabolario emotivo” sufficiente per gestire momenti difficili. Si possono proporre alle insegnanti laboratori sulle emozioni o coinvolgere i bambini in giochi che riguardino la consapevolezza emotiva nei pomeriggi che trascorrono insieme.. Parlare di emozioni può essere molto divertente!
  3. Evitare di etichettare il proprio bambino o i suoi compagni : se un bambino è “quello timido” o “quello aggressivo” o “quello che ne combina sempre una”, non potrà fare altro che adeguarsi a ciò che tutti gli dicono che sia. Vi sembra che il vostro bambino sia un pochino introverso? Cominciate a focalizzarvi su tutte le volte che lo è un po’ meno (anche solo poco poco poco) e fateglielo notare. Allo stesso modo fate per i suoi compagni: vi racconta spesso di quel compagnetto dispettoso? Cercate insieme a lui qualche dettaglio che dimostra il contrario, così che la prospettiva possa allargarsi ed essere più realistica.

DURANTE: QUANDO SI HA IL DUBBIO CHE SI STIANO INSTAURANDO DINAMICHE RELAZIONALI INADEGUATE O DISFUNZIONALI

  1. Non intervenire “a gamba tesa” nelle relazioni tra pari : evitare di dare al 100% ragione o torto a ciascun bambino, aiuterà ognuno a prendersi la sua parte di colpa o a riflettere sul fatto di avere anche lati positivi (e poterli implementare!). Invece di risolvere le situazioni spiacevoli al posto loro, è importante lasciare che i bambini le sbrighino in autonomia, sentendo di avere fiducia da parte degli adulti e sentendo di poter contare su di loro per consigli o suggerimenti sulle modalità da mettere in atto.
  2. Evitare di sminuire le situazioni o le emozioni : dire a un bambino affranto o impaurito “non piangere”, “non ci pensare”,  o “non serve a niente lamentarsi” non fa altro che peggiorare la situazione perché oltre al resto si sentirà incompreso o inadeguato o incapace di gestire qualcosa che agli altri sembra banale. Dire ad un bambino arrabbiato o frustrato “non puoi essere sempre tu che combini disastri”, “spero che la maestra non abbia qualcosa da dirmi anche oggi” o “vedi di finirla o nessuno ti vorrà più bene” non può essergli d’aiuto a gestire meglio la sua rabbia. Ascoltare, accogliere, cercare di comprendere (senza commentare/denigrare) aiuta i bambini a sentire di avere gli strumenti per far fronte alla situazione difficile.
  3. Non fomentare i litigi : a volte ci sembra proprio impossibile non dire ai nostri bambini “beh se ti picchia, picchialo pure tu”, ma questo non è una soluzione per niente. Infatti non solo non si risolverà il litigio, che anzi aumenterà di proporzione, ma metterà anche i bambini in confusione su cosa sia lecito fare e cosa no. Se io sono triste perché un bambino mi ha fatto un dispetto e i miei genitori mi dicono di fare altrettanto, non mi sento capito nella mia tristezza, non mi sento adeguato nel mio istinto di non rispondere a tono, e non riesco a capire quando sia giusto questo atteggiamento e quando no (d’altronde “non si picchia” e “non ci si prende in giro” sono regole base.. Ma se sono così derogabili, che sicurezza mi danno?)

DOPO: QUANDO SI SA CHE È AVVENUTO UN EPISODIO DI BULLISMO

  1. Denigrare apertamente e completamente il gesto, ma non farlo con la persona che l’ha compiuto : se si collega in maniera indissolubile quello che è stato fatto a quello che è la persona che l’ha fatto, sarà molto difficile aiutare quel bambino a cambiare.. E questo non va solo a discapito del “bullo”, ma anche di tutti quelli che gli stanno intorno: se lui rimane “il bullo” di riflesso ci saranno sempre delle “vittime”.
  2. Allearsi tra adulti di riferimento e non creare fazioni : come genitori può essere molto difficile non puntare il dito contro il bambino che ha fatto un dispetto a nostro figlio e, ancora di più, contro i suoi genitori. Ma quando si sta per farlo sarebbe bene fermarsi un secondo e mettersi nei panni di quei genitori: “cosa farei io se fosse stato mio figlio a combinare questa cosa e tutti dicessero che è colpa mia?”.  Di fronte ad atti di bullismo la buona prassi non dovrebbe essere trovare di chi sia la colpa (anche perché in genere non c’è mai una sola colpa o un solo fattore causale), quanto piuttosto scardinare la dinamica negativa che si è creata. Se anche tra adulti cominciamo a litigare o a incolparci, l’esempio che diamo non è esattamente quello che vorremmo che arrivasse ai nostri figli.
  3. Creare le condizioni affinché il “bullo” ripari al proprio errore, piuttosto che venga punito : togliere giocattoli o privilegi, mettere in disparte, estromettere dalle attività comunitarie non insegnerà al bambino ad essere più empatico e non gli insegnerà a relazionarsi con gli altri; inoltre non farà sentire meglio il bambino “vittima”. Piuttosto farà sentire il “bullo” arrabbiato, incompreso e giudicato e la “vittima” vendicativa, ma pur sempre offesa. Si può invece trovare il modo affinché chi ha provocato una sofferenza cerchi di comprenderla, si metta al livello del bambino che ha offeso, si trovi a dover riflettere sulle emozioni altrui.
  4. Se il bullo e/o la vittima dimostrano di è provare disagio o di vivere male questa situazione, meglio non sorvolare ma farsene carico : verbalizzare ciò che si percepisce, cercare un dialogo o cercare il supporto di un esperto o una persona esterna alla situazione che possa essere d’aiuto a rivedere i significati implicati nella situazione e le emozioni che ne sono derivate.. Anche la situazione peggiore ha la potenzialità di far imparare qualcosa o di far sentire all’altezza delle cose, aumentando il senso di adeguatezza e l’autostima, ma per farlo occorre che non venga dato per scontato che si debba superare in quattro e quattr’otto e darle l’importanza che merita (e che ha agli occhi dei bambini)

bullismo1

Il bullismo rovina la vita di tutti quelli che vi si trovano coinvolti: i bulli e le vittime sono tutti sulla stessa barca da questo punti di vista. Non lasciargli spazio è importante: non si deve aspettare di esservi immersi fino al collo per fare qualcosa… L’educazione emotiva inizia dal primo giorno di vita.

Dott.ssa Giulia Schena

_______________________

Hai bisogno di informazioni? Hai dubbi, domande, curiosità? Contattami via email a psicologa.schena@gmail.com o cercami su facebook psicologaschena

5 frasi da non dire se si vuole essere d’aiuto a chi soffre

Persone che soffrono o che vivono una difficoltà ce ne sono tante. Ognuno ha i suoi motivi, ognuno ha il suo modo di affrontare la cosa, ognuno ha le sue modalità per tentare di uscirne.

Fortunatamente sono tante anche le persone che vorrebbero essere d’aiuto: si cerca di far sentire la propria presenza, si cerca di essere di sostegno, si cerca di aiutare chi è a terra a rialzarsi.

Purtroppo non sempre alle buone intenzioni corrispondono buoni risultati. Anzi, citando Oscar Wilde, in certe situazioni si può davvero dire che

“Le cose peggiori sono sempre state fatte con le migliori intenzioni.”

E così, ignari di quanto possa essere doloroso e controproducente, si continuano ad usare delle frasi che all’apparenza possono essere d’aiuto, ma in realtà non fanno altro che far sentire incompresi, far sentire soli e spingere ancora di più chi sta male nel baratro della sofferenza.

1. “Ma tu sei forte.” – Spesso chi utilizza questa frase pensa di fare un complimento, dando il merito a chi ha di fronte di sapersela cavare. Ma se ciò che sto vivendo mi fa sentire sopraffatto, forse ho più bisogno di una spalla su cui piangere, di un abbraccio e di un “non preoccuparti, ci sono io”, che dell’idea che posso farcela da solo. Perché quando si soffre non si ha alcuna forza per sentirsi in grado di rialzarsi da soli, si ha solo voglia di vedere una mano tesa e qualcuno che ci conceda di piangere tutte le lacrime che abbiamo bisogno di piangere. 

2. “Le battaglie più difficili capitano a chi può sostenerle.” – Anche in questo caso si sta cercando di riconoscere capacità e forza d’animo alla persona in difficoltà. Però, di fatto, questa affermazione può essere una pugnalata al cuore: “Ma allora se mi è capitata questa cosa così assurda e così straziante è perché mi sono sempre fatto forza? Se fossi stato più fragile non sarebbe successo?”, e ancora: “Ma se adesso sento di non riuscire a risalire la china significa che non sto facendo abbastanza? Dovrei riuscire a venirne fuori senza fare tante storie?”. Purtroppo le battaglie più dure capitano a casaccio, nessuno è pronto per affrontare certe batoste, e nessuno è per sua natura più bravo di altri ad affrontarle. Se si vuole far sì che chi sta male senta di poter superare il suo dramma, è bene cercare di essere i primi a dimostrare non c’è bisogno di essere capaci di sostenere questa battaglia, perché intorno c’è chi può dare una mano a farlo.

3. “Era il volere di Dio.” – Il fatto che qualcuno di più grande e più potente dell’essere umano abbia scritto questo percorso generalmente vuole essere una consolazione per chi soffre, perché si cerca di inserirlo in un disegno divino più ampio e più importante. Ma questa frase non può essere di alcuna consolazione: se sto vivendo un’esperienza così tremenda da farmi tremare la terra sotto ai piedi, mi manca solo di pensare che qualcuno, sia pure il Padre Eterno, abbia avuto un buon motivo per mettermici in mezzo. Inoltre se una persona è atea o se nel bel mezzo della tormenta in cui si trova vede vacillare la propria fede (che magari prima era importante per lui), sentir parlare del “volere di Dio” può sembrargli anche una beffa senza eguali.

4. “Al tuo posto non so come farei.” – Di nuovo un tentativo di far leva sulla forza d’animo e sulla capacità della persona di affrontare le difficoltà. Ma, davvero, non ce n’è bisogno. In mezzo alla tempesta io per primo non so come fare; io per primo mi sento perso, confuso, incapace di andare avanti; io per primo avrei voglia di scappare dalla mia vita e guardarla scorrere da lontano pensando che a viverla “non so come farei”. Ma non posso fare altro: ci sono dentro e mi tocca affrontarla anche se non so come fare. Non mi serve sentirmi dire che tu non sapresti stare al mio posto, mi serve, piuttosto, sentirmi dire che ci possiamo fare forza insieme, che puoi entrare nella tempesta con me e accogliere quello che sento, quello che vivo. Anche perché quando si sta attraversando un momento duro sentirsi dire da qualcuno che sta fuori che non vorrebbe essere al proprio posto sembra una presa in giro: “Non ci sei, accontentati”.

5. “Devi solo evitare di pensarci.” – Quando si vede qualcuno soffrire, si prova un profondo dispiacere, soprattutto se chi soffre è qualcuno a cui si vuole bene. E allora si vorrebbe riuscire in qualche modo ad alleviare la sua sofferenza, per alleviare anche un po’ la propria. E se quello che lo fa stare male non fosse mai successo, tutto tornerebbe al proprio posto. E se non ci si pensa è come se non fosse mai successo… Magari fosse così facile!! Purtroppo quello che è successo è successo e non si può cambiare il passato. E non pensarci non è la soluzione, anzi: imporsi di far finta di niente congelerebbe il dolore in una bolla, impedendo di elaborarlo, di dargli un senso, di trovargli un posto. Tra l’altro se sto soffrendo per un’esperienza difficile sentirmi dire di non pensarci può farmi arrivare solo un messaggio: tu non hai voglia di parlarne, tu non hai voglia di ascoltarmi, tu non hai voglia di sostenermi, tu non hai voglia di accogliermi. E io sono solo e devo tenermi tutto dentro perché nessuno può/vuole ascoltarmi e capirmi. 

È difficile trovare le parole giuste per essere di conforto, ma a volte basta solo provare a mettersi nei panni di chi soffre. Oppure, nel dubbio, meglio non dire niente e offrire solo un abbraccio, la disponibilità ad ascoltare e la propria calorosa presenza.

Dott.ssa Giulia Schena

_________________________

Hai bisogno di informazioni? Hai dubbi, domande, curiosità? Contattami via email a psicologa.schena@gmail.com o cercami su facebook psicologaschena