Essere imperfetti… O essere unici?

“Dottoressa mio figlio è nato con una piccola malformazione.. Non è nulla di grave o insormontabile, ma io sono molto preoccupata.. Perché il mondo là fuori sa essere molto cattivo, e io non voglio che lui possa essere preso in giro o che questa sua imperfezione possa essere per lui una debolezza… Vorrei solo che mio figlio potesse essere sereno.. Come posso aiutarlo?”

“Sai, forse il primo passo per evitare che questa cosa possa essere un peso per lui, è quello che potete fare voi come genitori: tutti noi abbiamo paura che i nostri figli possano soffrire, ma se impariamo a leggere le piccole imperfezioni non come diversità, ma come caratteristiche, come piccoli dettagli di particolarità, come rarità che impreziosiscono l’essere unici, sarà più facile per i nostri bambini non preoccuparsi di come sono..
Se cerchiamo i modi per cambiarli, o per camuffare le loro particolarità, penseranno di doversi vergognare..
Ma se tu come madre cerchi di vivere la sua diversità come una normalità, o addirittura come una bellezza nella sua unicità, lui potrà imparare ad apprezzarla e nessuno lo prenderà in giro, perché anche se lo facessero sarebbe così sereno da farselo scivolare addosso.
Amalo, anche e soprattutto nella sua imperfezione, e lui si amerà. E sarà felice.”

Aveva le lacrime agli occhi quella madre.
Credo pensasse a quanto è orgogliosa del suo bambino, a quanto lo trova bellissimo, a quanto per lei sia perfetto, nonostante tutto.
E forse ha pensato che anche lui potrà vedersi così perfetto, se solo lei non avrà paura di fargli sentire quanto vale.

Dott.ssa Giulia Schena

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Oltre le etichette

“Guarda quello.. Ma è normale?!”

“Lascia perdere, è autistico*

*o down; o dislessico; o depresso; o iperattivo. O qualunque etichetta.

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“Eccomi: sono io. Quella persona non normale sono io. Sono io quello autistico, non ho altro se non il mio autismo. Tutti mi conoscono così, questo è ciò che sono, questo è quello che so fare. Un tempo credevo di avere altre potenzialità, credevo di mettere in mostra altre caratteristiche. Mi sbagliavo. Quando mi vedono, infatti, mi riconoscono per il mio autismo. Quando parlano di me, mi indicano come quello autistico.

A volte mi chiedo come sarebbe se qualcuno provasse a sintonizzarsi su di me, su ciò che sono sotto la mia etichetta, su ciò che so fare, sul modo migliore che abbiamo per entrare in contatto. A volte immagino di poter essere visto, pensato, accolto senza pregiudizi, senza aspettarsi già che io agirò o reagirò per forza in un solo modo, quello “tipico” della mia etichetta.

Mi chiedo come sarebbe se incontrandomi gli altri avessero voglia di conoscermi, di conoscere così come sono fatto io, con i miei punti di forza e le mie difficoltà, con i miei interessi e le mie passioni, senza dare per scontato che io non sia altro che quello descritto da un manuale.

Mi chiedo come sarebbe se incontrandomi gli altri sapessero osservare in silenzio e senza aspettative, cercando di capire come comunicare con me, quali canali siano più congeniali alla nostra relazione, come possiamo comprenderci a vicenda secondo le nostre, uniche e personali, caratteristiche.

Mi chiedo come sarebbe se incontrandomi gli altri fossero ben disposti a costruire una relazione con me, sapendo accogliere anche le mie difficoltà, le mie idiosincrasie, così come io dovrei accogliere le loro, magari in maniera più sottile e meno evidente.

Mi chiedo come sarebbe se gli altri conoscendomi invece di relegarmi nell’angolo dell’impossibilità, avessero voglia di aiutarmi, di farmi capire meglio cosa ci si possa aspettare da me, di mettersi in gioco per darmi nuove e stimolanti possibilità. Mi chiedo come sarebbe se si sapesse strutturare l’ambiente (soprattutto quello educativo) non in maniera univoca, ma ampliando le possibilità a diverse caratteristiche, a diverse modalità relazionali, a diverse competenze. Mi chiedo come sarebbe se si smettesse di pensare che ogni categoria di persone abbia un percorso obbligato, senza tener conto dell’importanza di far fruttare autonomie, di far fruttare gli interessi, di far fruttare le potenzialità; senza dare importanza al potere dell’avere un obiettivo, dell’avere una speranza, grande o piccola che sia.”

Oggi, 2 Aprile, è la giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, spesso troppo poco conosciuto, troppo etichettato, troppo bistrattato. Non dimentichiamo che essere consapevoli implica conoscere, e conoscere vuol dire comprendere, o almeno provarci.

E, soprattutto, non dimentichiamo che nessuna persona è “un autistico”, ma al massimo è “una persona con autismo”, quindi prima di tutto “una persona”. Una persona con le sue caratteristiche, le sue capacità, le sue difficoltà… L’obiettivo primario dovrebbe sempre essere quello di conoscerla nelle sue particolarità, mettersi in gioco per interagire (con la consapevolezza che il mio modo di interagire non è per forza il migliore, ma solo UN modo.. Magari quello che va per la maggiore, ma pur sempre UNO) e darle la possibilità di vivere al meglio, secondo i suoi interessi e le sue, specifiche, complesse, capacità.

E non dimentichiamo che tutto questo vale per qualunque etichetta, che toglie identità, toglie possibilità di cambiamento, toglie speranza. Evitarle, ogni giorno dell’anno e non solo in occasione delle “giornate mondiali” per la tal o la tal altra patologia, è sempre una buona idea per migliorare la qualità della vita di ogni persona.

Dott.ssa Giulia Schena

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Le disabilità che non spaventano.


Le disabilità che non spaventano sono quelle che si osservano, che si cercano di capire. Sono quelle di fronte alle quali non si chiudono gli occhi, non ci si volta dall’altra parte.

Le disabilità che non spaventano sono quelle che a volte sono evidenti, mentre altre sono invisibili, ma che in ogni caso non vanno ignorate. Sono quelle che si ascoltano, si accolgono, non si lasciano in disparte.

Le disabilità che non spaventano sono quelle che non si stanno a soppesare, che scompaiono dietro alla persona che se le porta addosso. Sono quelle che non si identificano come l’identità di una persona, ma semplicemente come una delle sue tante caratteristiche.

Le disabilità che non spaventano sono quelle che non fanno pensare a rassegnazione, a disagio, a incapacità. Sono quelle di fronte alle quali si legge il coraggio e la tenacia di andare avanti ogni giorno, in barba alle difficoltà.

Le disabilità che non spaventano sono quelle che portano il nome della malattia che le provoca, e non quello della persona che se le porta addosso.

Le disabilità che non spaventano sono quelle per le quali si cercano soluzioni. Sono quelle per le quali si abbattono le barriere: quelle architettoniche per non limitare la libertà di azione, e quelle mentali per non far sentire soli, incompresi, diversi.

Le disabilità che non spaventano sono quelle che si vogliono conoscere, si vogliono comprendere. Sono quelle che si vedono e si vivono come una risorsa, perché ognuno porta il proprio contributo e solo eliminando i pregiudizi ci si arricchisce gli uni con gli altri. 

Il 3 dicembre è la giornata internazionale delle persone con disabilità: cogliamo l’occasione per imparare a farne una risorsa, a farne arricchimento. E poi continuiamo ogni giorno dell’anno.

Dott.ssa Giulia Schena