La Giornata Internazionale delle Madri in Lutto

Ieri, una settimana prima della festa della Mamma, è stata la giornata internazionale delle madri in lutto. Per questa occasione ho scritto un post (se ve lo foste perso, lo trovate qui).

Questo post ha avuto molto successo, ma in molti non conoscevano questa giornata e mi hanno chiesto informazioni a riguardo.

Le origini della festa della Mamma

La Festa della Mamma, tradizionalmente festeggiata in diverse parti del mondo nel mese di maggio, nella sua veste “moderna” è fatta risalire alla battaglia fatta da Anna M. Jarvis che agli inizi del ‘900 si è battuta per la sua istituzione, in onore della sua defunta madre. Nel 1908 riuscì nel suo intento e venne festeggiata la prima “festa della mamma”. Nel 1914, poi, il presidente degli Stati Uniti istituì ufficialmente il “Mother’s Day” , fissandolo per la seconda domenica di maggio.

Ma forse non tutti sanno che

La madre di Anna M. Jarvis, Ann, diede alla luce 12 figli, dei quali però solo 4 sopravvissero e diventarono grandi. La madre alla quale per prima è stata dedicata questa festa, dunque, è una madre che è passata attraverso l’atroce dolore della perdita di un figlio.

Per questo motivo, CarlyMarie, nel 2010 ha istituito la Festa delle Madri in lutto, che si celebra una settimana prima della Festa della Mamma e che vuole sottolineare l’importanza del riconoscimento del lutto pre e perinatale, che vuole riportare la Festa della Mamma al suo significato originario: dare ad ogni madre l’attenzione, l’accoglienza, il riconoscimento che merita, a prescindere dal fatto che possa coccolare suo figlio ogni giorno.

CarlyMarie è una madre Australiana che ha perso suo figlio al termine della gravidanza e da allora ha avviato un progetto di sostegno alle famiglie e di informazione sul lutto perinatale (qui il suo sito internet).

Celebrare questa giornata significa accettare l’idea che una madre è tale dal momento in cui crea uno spazio nella sua mente e nel suo cuore per il figlio che avrà. Significa far sentire a tutte le madri in lutto il calore di cui hanno bisogno per non trovarsi congelate nel dolore il giorno della festa della Mamma.
Dott.ssa Giulia Schena

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A te che sei nata femmina

Sei nata femmina, sei una bambina, sarai una donna.

Te lo devo dire, bimba mia, te lo devo dire perché non è mai troppo presto per essere onesti con i propri figli e perché fingere non potrebbe certo esserti di aiuto. Te lo devo dire, insomma: sei nata in un mondo difficile. È un mondo difficile per tutti, sai?!, ma lo è un pochino di più per chi, come te, nasce femmina.

È un mondo difficile che pretenderà tanto da te. Si aspetterà da te tutto e il contrario di tutto e tu dovrai essere abbastanza saggia da capire per cosa lottare e abbastanza forte da farti scivolare addosso tutto il resto.

Sei nata femmina, e questo dovrebbe implicare vestitini rosa intonsi, buone maniere, passione per le bambole e per la cucinetta. E se per caso a te piace giocare con i camion, lanciarti nel fango e non disdegni una scazzottata con i tuoi compagni di scuola, beh allora sei un maschiaccio. Ecco, questa è la prima cosa che, se posso, ti direi di farti scivolare addosso: tu resti tu, una bellissima bambina anche se non sei come la società ti dipinge. Sei una bellissima bambina, non sei strana, non sei anticonformista: sei tu, con le tue caratteristiche. 

Sei nata femmina e tra qualche anno sarai una ragazzina. Questo implica che tu sia attenta alla bellezza, dedita alla conoscenza dei cosmetici, fashion victim e un po’ pettegola. E se tu invece preferisci studiare, non ami truccarti e all’acquisto di un paio di scarpe preferisci quello di un libro, beh allora sei una sfigata e di certo resterai zitella, perché chi mai potrebbe prendersela una che non porta le unghie laccate?! E se invece davvero ti piace farti bella, andare a ballare ed essere un pochino spensierata, devi stare comunque bene attenta: il passo da ragazzina per bene a donnaccia è molto breve e questo potrebbe implicare che tutti si sentano in diritto di dire e fare di te quello che più desiderano, foss’anche uno stupro, perché di certo te la sei cercata. Ecco, questa è un’altra cosa che, se posso, ti direi di farti scivolare addosso: tu resti tu, non una sfigata, non una puttana. Cresci come ti fa sentire meglio farlo, e non stare a sentire chi ti dice che dovresti essere un po’ più così, un po’ piu cosà. Sei tu, meravigliosa, con le tue caratteristiche. 

Sei nata femmina, e anno dopo anno ti farai sempre più donna. E questo mondo sarà sempre più difficile per te, perché per ogni tua scelta, è già pronto un giudizio: non serve nemmeno stare tanto a pensarlo, ce ne sono di già preconfezionati per tutti i gusti.

Potresti scegliere di studiare, di cercare di fare carriera, e ci sarà sempre chi ti guarderà come quella che se la tira, che pensa di poter fare chissà che cosa. E dovrai farti un mazzo infinito, dare il doppio per ottenere la metà, e ci sarà chi penserà che tu sia quella con le palle, quando invece no, tu hai pure il ciclo ogni mese (pure quello!!). E magari arriverai lontano, diventerai qualcuno, e ci sarà chi penserà che tu quella posizione l’abbia conquistata dandola via.

Potresti scegliere di diventare madre, mettendoci tutto il tuo impegno per far crescere dei buoni adulti per il domani. E non potrai lamentarti, mai, perché è stata una tua scelta, devi essere in grado di far fronte ad ogni difficoltà, devi essere necessariamente programmata per saper crescere al meglio i tuoi figli. E se ti lamenterai sarai un’ingrata; e se sbaglierai il futuro infausto dell’umanità sarà sulle tue spalle. Non potrai essere stanca, non potrai chiedere aiuto, o ci sarà chi penserà che non ti meriti di essere mamma.

Potresti scegliere, addirittura, di essere madre e lavorare. Così, contemporaneamente. Che madre snaturata, che poveri figli. Oppure potresti scegliere di non farlo, di dedicarti solo alla tua famiglia. Che donna senza aspirazioni, che esempio di fannullaggine per questi figli.

Sarai una donna, insomma, e dovrai essere in grado di tenere il mondo in pugno, ma delicatamente, con grazia; dovrai saper ascoltare il mondo, anche se il mondo non ascolterà te; dovrai saper essere fedele e corretta, sapendo dosare presenza e affetto per non essere invadente; dovrai riuscire a gestire tutte le incombenze della vita quotidiana, ma senza dare troppo nell’occhio e senza pretendere troppo in cambio; dovrai essere grata per i successi ottenuti (e non troppo fiera, bada bene, ché sicuramente hai ricevuto qualche spintarella) e vergognarti per quello che è andato storto (e non lamentarti, ché di sicuro è colpa tua, anche se sono stati violenti con te o se, più semplicemente, ti licenziano perché sei incinta). E se ogni tanto alzerai un po’ la cresta, chiederai qualche diritto in più, sarai una femminista incallita, una guerrafondaia. E se ogni tanto vorrai essere meno delicata, meno precisina, sarai una volgarotta, probabilmente una zitella, una gattara. E se ogni tanto ti troverai ad aver dato troppo, magari senza ricevere nulla in cambio se non sdegno e magari pure violenza, sarai una sprovveduta, un po’ rincitrullita, oppure una stronza che, vada come vada, se l’è meritata.

Ecco, bambina mia, tante altre cose che, se posso, ti direi di farti scivolare addosso: tu resti tu, che tu sia mamma, manager, casalinga, festaiola, moglie o single. Vivi come credi sia giusto, chiedi quello che ti meriti, e non stare a guardare chi storce il naso qualunque cosa tu faccia. Sei tu, perfetta, con le tue caratteristiche. 

Sei nata femmina, sei una bambina, sarai ragazza, sarai una donna. Ma sei, prima di tutto una persona. Fatta a modo tuo, senza etichette. Sei una persona e, in quanto tale, sei libera di essere come vuoi. Ricordalo ogni giorno, ogni volta che qualcuno ti metterà il dubbio che “siccome sei femmina, non puoi”. E lotta ogni giorno affinché nessuno pensi più che “siccome sei femmina, non puoi”.

Te lo devo dire bimba mia: sei nata in un mondo difficile. Ma tu puoi essere qualunque cosa tu voglia, e nessuno può giudicarti per questo. E chi pretende da te che tu sia qualcosa di diverso, non merita nulla da te, né ha alcun diritto sulle tue scelte. Cerca di volerti bene, ché, in ogni caso, te lo meriti.

Dott.ssa Giulia Schena

Mamme di serie A.. E mamme di serie B?!

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C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui era opinione comune che i bambini non avessero capacità, non avessero cognizione di quello che capitava intorno a loro, non avessero grandi diritti.
In quel tempo, anche le mamme di quei fagottini non sembravano avere una gran rilevanza e, soprattutto, non aveva una gran rilevanza il loro ruolo di madri, di educatrici, di “donatrici di sicurezza” ai loro piccoli cuccioli.

Semplicemente, era natura. I bambini arrivavano, a volte andavano, a volte venivano, e poi in qualche modo diventavano grandi. E come lo facessero non era poi affare dell’opinione comune, se non del piccolo grande villaggio che, insieme alla mamma, si occupava di riempire questo tempo da piccolo a grande al fine di dare buone possibilità di adattamento a quei cuccioli d’uomo.

Ad un certo punto, c’è stata un’inversione di tendenza. Ci si è resi conto che il bambino è competente, ci si è resi conto che il bambino cresce non solo con il cibo e le regole, ma anche con l’amore e il contatto, ci si è resi conto che i genitori (entrambi i genitori!) hanno un ruolo importante e, con esso, un compito assai difficile.

È stata fatta molta strada, sono cambiate molte cose, ma purtroppo sull’onda dell’entusiasmo per i diritti del fanciullo, per la naturalità del diventare genitori, per l’importanza del calore umano nei rapporti familiari, si è un po’ persa di vista l’identità delle persone, la loro individualità, con i propri pregi e i propri difetti; si è un po’ persa di vista l’idea di “madre sufficientemente buona” che con due sole parole descrive nella maniera più efficace possibile il ruolo di mamma e di genitore: non un supereroe instancabile e senza macchia, ma un essere umano, fallibile e non sempre perfetto, che fa il possibile, o, per essere più precisi, che fa del suo meglio (che potrebbe non essere quello che la ricerca scientifica e/o l’opinione comune identifica come il meglio “in assoluto”).

Su questa base, fin dai primissimi tempi in cui una donna è madre (ossia dalla gravidanza), si definiscono pubblicamente le cose che dovrebbe e non dovrebbe fare per essere una buona madre, spesso, però, senza tener conto di quello che lei, privatamente, può e vuole effettivamente fare.

Alcuni esempi?
-Il parto naturale vs. L’epidurale, o peggio Il parto cesareo
-L’allattamento al seno vs. L’allattamento artificiale

Su questo terreno, senza esclusione di colpi, si definiscono in poche semplici mosse le madri di serie A e quelle di serie B.

Hai affrontato i dolori del parto? Sei riuscita a non cedere all’analgesia? Hai ascoltato il tuo corpo, assecondandolo e comunicando con il tuo bambino? Avevi preparato un dettagliato piano del parto che ti ha permesso di mettere a tacere qualsiasi professionista tentasse di avvicinarsi a te? O addirittura, il non plus ultra, hai partorito nell’intimità della tua casa?
Se la risposta a queste domande è sì, sei promossa! Sei senza dubbio una madre di serie A.
Se invece, per qualche motivo, il perfetto meccanismo del parto si è inceppato, mi sa che non hai svolto bene il tuo compito e non hai fatto il tuo dovere. Ti relego senza pietà alla serie B.
Non parliamone, poi, se la scelta del cesareo è stata una tua precisa scelta dettata da idee più o meno fondate e da un sostegno sicuramente piuttosto scarso. Serie C, direi, addirittura.

Quando il tuo cucciolo è venuto al mondo l’hai attaccato subito al seno? Ti sei adoperata per verificare che l’attacco fosse corretto? Ti sei battuta con le unghie e con i denti per nutrire il tuo bambino senza interferenze, indipendentemente dal tuo stato d’animo? Hai portato avanti l’allattamento al seno, offrendo il conforto della tetta ad ogni minimo “uè” del piccolo che avevi tra le braccia fino al limite delle tue forze?
Ottimo! Promossa con lode! Serie A per te.
Ma se per caso non ci sei riuscita, o peggio non ci hai nemmeno provato, non sono nemmeno sicura che tu abbia il diritto di chiamarti “madre”. Snaturata, anaffettiva, disinteressata, incosciente. Serie B, e non se ne parli più.

Fosse così semplice. Fosse così lineare. Fosse così ovvio.

Purtroppo sembra che, trasportato dai buoni propositi della divulgazione e della promozione di buone prassi quali il parto naturale e l’allattamento al seno, il dibattito sia un po’ degenerato, diventando spesso il pretesto per estremi “j’accuse” o per valutazioni (o meglio dire svalutazioni) affrettate.
Si è persa la via di mezzo, quella in cui si prendono in considerazione le teorie, ma anche la pratica; quella in cui i consigli vogliono porsi come sostegno e supporto, e non come imposizioni e occasioni per far sentire inadeguati; quella in cui, soprattutto, si cerca di dare dignità e di creare sicurezze in chi già si trova in una posizione tanto delicata, e non di dare giudizi.

Con tutto questo non voglio certo dire che ottime pratiche come l’allattamento al seno non vadano “pubblicizzate” e promosse, ma che per farlo ci sono modi e modi. E che nel farlo è importante tener conto del diritto all’autodeterminazione, del diritto alla scelta (che può essere sostenuta, rendendola più consapevole possibile), e anche, perché no, del diritto a sbagliare.

D’altronde lo cantava già Claudio Villa nel 1954:
“Son tutte belle le mamme del mondo”.

Forse, ridando ad ogni mamma la spinta a sentirsi un’ottima madre semplicemente facendo del suo meglio, sarebbe più semplice anche promuovere buone pratiche che sostengano una crescita serena dei bambini e con loro, dei loro genitori.

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Dott.ssa Giulia Schena

“Ci chiamano mamme speciali”

Mamma.
Ci sono donne che vivono per questa parola, donne che stanno nell’attesa e nella speranza di sentirsela presto dire. Donne che portano nel cuore quei piccoli esserini che non possono portare tra le braccia.
Donne che, a volte, non si sentono in diritto di pensarsi “mamma” anche loro, anche se come tutte le altre mamme mettono buona parte dei loro pensieri a disposizione dei loro cuccioli.

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Le chiamano, spesso, “mamme speciali”. Loro che non vorrebbero altro che essere mamme normali; con le noie delle mamme, con la stanchezza delle mamme, con le difficoltà delle mamme, con la possibilità di tutte le mamme di stringere al petto il loro bambino quando si ha bisogno di ricaricarsi.
Mamme speciali di bambini speciali, dunque. Loro che non vorrebbero altro che un bambino normale; che piange e che si lamenta, che tiene sveglie la notte, che combina piccoli grandi disastri, che dona un sorriso che ripaga di tutto.
Mamme che, troppo spesso, non vengono riconosciute come tali. Alle quali si chiede di dimenticare, di non pensarci, di guardare al futuro.
Mamme che si aggrappano a pochi, piccoli ricordi dei loro bambini, che danno loro la forza di tirare avanti e di pensare che, comunque sia andata, è stato bello sentire l’orgoglio di essere la loro mamma, almeno per un momento.
Mamme che piangono di nascosto, che soffrono in silenzio, che non sanno come sarà possibile andare avanti.
Mamme che rischiano di chiudersi dentro a quel dolore se non trovano un modo per dargli uno sfogo, per sentirsi accolte, per sentirsi capite. Se non trovano un modo per ritrovare le proprie risorse e per scovare forze che, davvero, non pensano di avere. Se non trovano un modo per sentirsi legittimate a sentirsi comunque Mamme e a non sentirsi donne fallite.

E allora, non chiamatele mamme speciali, perché sono normali mamme, con un po’ più di dolore, un po’ più di tristezza, con un macigno grande sul cuore e con un bambino soffiato nell’aria invece che tra le braccia.
E non giudicatele, non consigliatele, non spingetele a fare o sentire qualcosa di diverso da ciò che, semplicemente, fanno e sentono. Accoglietele, abbracciatele.

E voi, mamme di piccoli angeli, sentitevi grandi, sentitevi normali, sentitevi in diritto di soffrire, così come in diritto di sentirvi mamme. Non date retta a chi vuole farvi chiudere dietro alla barriera di chi è diverso.
E non appena sentite che è il vostro momento, raccogliete le forze, anche quelle che vi dà il ricordo del vostro bambino, e ripartite a testa alta, anche se avete le guance rigate dal pianto.

Dott.ssa Giulia Schena

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“Dio non poteva essere dappertutto, così ha creato le madri”

Ci sono donne che non sono sempre belle e in ordine, donne che non mettono sé stesse al primo posto, donne che sono sempre di corsa e hanno sempre mille pensieri.
Ci sono donne che sembrano appena uscite da un thriller anche di prima mattina, donne che non vestono sempre all’ultima moda, donne che non ricordano più cosa voglia dire rilassarsi.
Ci sono donne che trovano pace in manine grassocce e appiccicose che fanno una carezza, donne che amano tanto quando piccoli nanerottoli con occhietti vispi le guardano con ammirazione e le chiamano “mamma”.

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E tra queste donne ci sono mamme che sanno tutto, leggono, si informano, hanno tutto sotto controllo.
Ci sono mamme che ogni tanto si perdono in un bicchiere d’acqua, che non sono sicure, che temono di sbagliare.
Ci sono mamme che lavorano, e si sentono in colpa per il tempo che non trascorrono con i loro bambini.
Ci sono mamme che non lavorano, e si sentono in colpa perché devono far fare tante rinunce ai loro bambini.
Ci sono mamme che si sentono di dare il meglio, che vedono in loro figli i migliori, che sanno di essere il top.
Ci sono mamme che hanno dubbi,  rimpianti, rimorsi, che hanno paura che i loro figli non abbiano ricevuto a sufficienza, che pensano che potrebbero essere migliori.
Ci sono mamme che sono sempre felici, serene, orgogliose, che non cambierebbero nulla, che ogni giorno è meglio di quello precedente.
Ci sono mamme che a volte sono stanche, spossate, arrabbiate, che ogni tanto vorrebbero trovare il pulsante “off” e fermare tutto per un po’, che affrontano momenti difficili e si preoccupano di non riuscire ad uscirne.
Ci sono mamme che hanno tanti aiuti e che temono di non essere sufficientemente  centrali, di non essere sufficientemente brave, di non sapersela cavare da sole.
Ci sono mamme sole, che devono arrabattarsi per gestire tutto, e che hanno paura di non dare abbastanza ai loro bambini, di non essere state sufficientemente brave a creare un sostegno per loro.
Ci sono mamme che hanno case pulite e ordinate, che hanno vite organizzate e precise, che hanno famiglie tranquille.
Ci sono mamme con case incasinate, che hanno vite frenetiche e confusionarie, che hanno famiglie irrequiete, dove c’è sempre qualcuno che urla.

Ci sono mamme che fanno il possibile. E altre mamme, che, comunque, fanno il possibile.
Ci sono mamme che fanno del loro meglio, a volte sbagliano, ma non lo fanno certo a posta.
Ci sono mamme che, giorno dopo giorno, cercano di imparare a fare le mamme, a essere le mamme migliori possibili per i loro, specifici e unici, bambini.
Ci sono mamme che quando si accorgono che qualcosa non va, sono le prime a sentirsi in colpa, ma poi non si perdono d’animo e cercano di sistemare tutto.
Ci sono mamme splendide. E altre mamme, sempre splendide.
E a tutte queste donne speciali, comunque siano, ovunque siano, e chiunque siano i loro bambini, oggi bisogna dire: Auguri Mamma. Credici: stai facendo un buon lavoro.

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Dott.ssa Giulia Schena

Partorirai con dolore…

Fin da bambine, non appena sono un pochino in grado di comprenderlo, a tutte le femminucce si racconta quanto l’esperienza della maternità sia per una donna qualcosa di magico e meraviglioso, ma allo stesso tempo si sottolinea quanto il momento del parto sia devastante e dolorosissimo. Non serve che si vada nello specifico: questa idea si ritrova anche nelle piccole cose di ogni giorno, quando, ad esempio, in un momento di discussione la mamma rammenta “con tutto il dolore che ho provato per partorirti, adesso ti comporti così?!” o quando, dopo una caduta, di fronte alle lacrime di una ragazzina, si sostiene “se adesso fai tutta questa scena, come farai quando dovrai partorire?!“.

Per non parlare, poi, di quando il momento del parto si avvicina: quando una donna è paura-del-parto_nuovesoluzioni.net_incinta pare che tutte non perdano l’occasione di raccontare i dettagli traumatici e scabrosi dei loro parti, per poi concludere il racconto con un “ma non preoccuparti, poi dimentichi tutto..quando vedi il tuo bambino, passa tutto!“. Ma come può una donna non preoccuparsi di fronte a tanto terrorismo psicologico?!?!?

Ed ecco che, inevitabilmente, le donne hanno paura del parto. Sempre più spesso ci sono donne che richiedono documenti che certifichino la loro tocofobia, al fine di poter richiedere un cesareo. O donne che vivono la gravidanza e l’avvicinarsi del momento del parto con un’ansia crescente ed una grande difficoltà a vivere serenamente un momento tanto delicato. Inoltre, in alcuni casi, la paura e l’inibizione della mamma quando si trova a dover partorire, può far sì che il decorso del travaglio sia più lungo e difficoltoso, tale da confermare quell’iniziale idea di “parto dolorosissimo e ingestibile” che essa si portava dietro da tanto tempo.

Partorire, inevitabilmente, è un momento ad altissimo contenuto emotivo e in cui il dolore ha una parte centrale, ma non è tutto. Inoltre il dolore che si prova a ridosso e durante il parto è un dolore “buono”, un dolore che ha una sua importantissima funzione e che andrebbe, per questo motivo, il più possibile accolto, invece che rifuggito. A questo proposito, mi chiedo quanto il retaggio culturale del “partorirai con dolore” abbia un ruolo nei parti complicati, nelle situazioni traumatiche, nei casi in cui la nascita di un bambino non è un evento ricco di gioia, ma si trasforma in un brutto ricordo a causa del difficile travaglio attraversato dalla mamma (e dal papà, al suo fianco). [E, voglio sottolinearlo, non mi riferisco alle situazioni limite, in cui il personale sanitario non svolge adeguatamente il suo lavoro o in cui, a causa di prematurità e/o patologie fetali o materne, il parto diviene un atto meccanico che perde di importanza, di fronte all’essenzialità di salvare la vita alla mamma e/o al bambino].

È, dunque, a partire dal pensiero che l’idea del dolore e la paura del parto abbiano un ruolo tanto rilevante nel procedere del travaglio, che ho riflettuto, sia sull’importanza del dolore in un momento così particolare, sia sull’importanza del percorso che i genitori fanno durante la gravidanza, in vista della nascita del loro piccolino.

IL DOLORE DEL PARTO: UN DOLORE BUONO

Il dolore che la madre vive nel momento di dare la vita è un dolore molto importante e con una caratteristica unica rispetto a tutti gli altri mali che si possono provare: è un dolore che non è sintomo di patologia e, anzi, è un segno del naturale progredire di un parto fisiologico. Questo dolore segnala alla mamma che il suo cucciolo sta arrivando, la predispone ad accoglierlo ed è un dolore atteso, che si sa dover arrivare. Il segnale che questa sensazione dà alla mamma non è solo legato all’avvicinarsi della nascita, ma è anche indispensabile per guidarla nella ricerca della modalità migliore per partorire: oggi sappiamo che la posizione in cui il dolore è meno acuto è la posizione più funzionale ad un buon progredire del travaglio e quella che renderà più facile il momento dell’espulsione, perché crea il giusto spazio al bambino per avviarsi verso l’uscita.
Inoltre il dolore che si prova durante il travaglio è intermittente: si susseguono picchi e pause, nelle quali vengono prodotte endorfine, che sono una vera e propria analgesia endogena. Nelle pause, dunque, sarebbe importante accogliere la sensazione di pace e non rimanere in ansia nell’attesa di un nuovo picco, ma è solo sapendolo e avendo una dose sufficiente di serenità nell’affrontare questo delicato momento che si può gestire questo passaggio.
Un altro aspetto molto importante del patimento che si prova durante il parto è quello della crescita e della riflessione su di sé che questo momento permette. Il fatto di riuscire ad affrontare il dolore del travaglio è legato alla possibilità e alla capacità di esplorare le proprie risorse e le proprie riserve di energia. Poter affrontare questo processo in maniera serena permette di uscirne più forti di prima, con maggiore consapevolezza delle proprie potenzialità. Questa nuova idea di sé è certamente molto importante per sentirsi più pronte ad affrontare le nuove difficoltà che fanno capolino nella vita assieme all’arrivo di un figlio: essere madre, ed essere genitore, implica gestire una serie di occasioni e di complessità nuove, che è importante sentirsi capaci di affrontare per non lasciarsene sopraffare.

LA PREPARAZIONE AL PARTO: NON SOLO CONOSCENZE OSTETRICHE, NON SOLO MEDICALIZZAZIONE

Troppo spesso i percorsi di accompagnamento al parto e di sostegno in gravidanza, si focalizzano sull’informazione di tipo medico-ostetrico: si spiega la fisiologia del parto, si danno informazioni sul travaglio, si mostrano i luoghi del parto, si illustrano le possibili difficoltà del puerperio e si prepara la donna all’allattamento. Talvolta vi sono incontri sulla gestione “burocratica” della nascita (ad esempio sugli aspetti lavorativi della maternità). E, se va bene, ci sono un paio di incontri con qualche psicologa che lancia qualche idea sul significato della genitorialità.
Difficilmente (ahimé, molto difficilmente) si dà uno spazio adeguato all’emergere dei vissuti, delle preoccupazioni emotive e alle paure legate alla gravidanza, al parto e alla genitorialità. Difficilmente si permette alle coppie di fare insieme questo percorso (spesso sono solo le donne che prendono parte ai corsi preparto), mentre questo sarebbe molto protettivo nei confronti di entrambi i genitori, perché potrebbero condividere le preoccupazioni e le mamme saprebbero di poter contare sul sostegno, anche emotivo, dei compagni durante il parto. Difficilmente si aiutano le donne, e le coppie, a riflettere e a creare una consapevolezza sul significato del dolore del parto, a prepararsi al distacco dal bambino (che è il primo, difficile, compito di una mamma) e a cercare di capire che cosa che davvero spaventi, per poterlo affrontare preventivamente e serenamente, in un momento più tranquillo rispetto a quello frenetico e molto carico del travaglio. Essere pronte ad accogliere il dolore, invece che chiudersi; essere pronte a lasciar andare, invece che temerlo; essere pronte a sentirsi capaci di affrontare il parto, invece di cercare tutte le possibili scappatoie (dal cesareo, all’epidurale – basti pensare a quante volte si sente dire “senza di loro non ce l’avrei fatta!”, oppure “meno male che mi hanno fatto l’anestesia, altrimenti non sarei riuscita a partorire”).

Vivere serenamente il travaglio e il parto è possibile. È possibile se si ha la possibilità di scandagliare le proprie aspettative, le proprie paure, le proprie risorse, la propria fiducia in sè stesse, fin da quando si fantastica di avere un figlio. È possibile se il dolore del parto non viene più pensato come terribile e inaffrontabile (e, magari, se non venisse più dipinto come tale!!!). È possibile se si riesce a sentirsi capaci di farlo. (E poi, comunque vada, sarà un successo!!).

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Dott.ssa Giulia Schena

 

#bastatacere : pensieri e riflessioni

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Da qualche giorno è stata lanciata sul web una campagna che mira a dare voce alle donne (e di riflesso anche agli uomini che sono loro accanto) per fare sì che raccontino le loro esperienze durante la gravidanza, il parto e il puerperio, qualora queste siano state negative e lesive dei loro diritti e della possibilità di vivere serenamente un momento tanto magico quanto delicato e assolutamente personale.
Quando sono giunta a conoscenza di questa iniziativa ho subito pensato di aderirvi, come donna, come mamma e come professionista. In veste di psicologa, infatti, mi occupo anche di genitorialità e mi capita di fornire sostegno a neomamme e neopapà che faticano ad avviarsi per diversi motivi, tra cui il fatto di aver vissuto la gravidanza, il parto e/o il puerperio in maniera traumatica. Inoltre occupandomi anche di lutto perinatale sono a contatto con la straziante realtà della perdita di un figlio, che spesso è collegata a situazioni di scarsi umanità e rispetto per le persone e per il grande dolore che stanno vivendo.
È trascorso qualche giorno e nel frattempo ho letto tante storie e tanti commenti su questa iniziativa e piano piano ho macinato pensieri e idee e sono giunta ad una riflessione.
I primi giorni leggevo le storie (rabbrividendo e inorridendo) e pensavo che fosse davvero un’idea molto bella, sia per portare alla luce storie che altrimenti rimarrebbero sepolte, sia per dare a questi genitori (mamme soprattutto, ma anche papà) la possibilità di sentirsi visti e ascoltati.  Ma mano a mano che passano i giorni, però, sembra quasi che tutte le donne si sentano in diritto (o dovere) di dire la propria, di rendere mostruose su quelle righe tutte le loro esperienze di parto, come se fosse necessario per sentirsi dire “povera te”.
Vi faccio qualche esempio: ho letto su un gruppo di mamme una signora che diceva che si lamentava (e riteneva di dover partecipare alla campagna di #bastatacere) perché quando ha partorito, durante il travaglio era un po’ in crisi e lì per lì non voleva entrare nella vasca e gli operatori non l’hanno convinta e così non ha fatto il travaglio in acqua che desiderava. Un’altra donna era incavolata perché l’hanno visitata troppo poche volte durante il travaglio (il numero di “troppo poche” non era però specificato), a confronto con quella che non voleva essere toccata ” lì ” durante il travaglio.
E queste sono solo alcune delle storie che mi hanno lasciata perplessa e mi hanno obbligata a chiedermi se questa iniziativa, partita con un intento e un obiettivo di grande impatto e, soprattutto, di grande importanza, non stia un po’ deragliando.
Sembra quasi che stiamo arrivando al punto che, comunque vada, ci si deve lamentare. Come se gli operatori che ci troviamo di fronte dovessero essere delle macchine, perfetti in ogni situazione, e non solo, come se ci dovessero leggere nel pensiero.

Le riflessioni che ho fatto di conseguenza sono in particolare tre:
– Il primo pensiero è che ci sono storie davvero inenarrabili, famiglie che avrebbero diritto a ricevere un risarcimento (più emotivo che economico, ma sappiamo che non è possibile… Quanto può fare però a volte un “mi dispiace”…) per il dolore che hanno vissuto e per il fatto che il momento più bello della loro vita si sia trasformato in un incubo che è meglio non ricordare.
Ci sono, quindi, anche “medici” (volutamente tra virgolette perché non so se abbiano il diritto di definirsi tali) che, in barba al giuramento di Ippocrate, hanno utilizzato (e ahimè utilizzano di continuo) la loro posizione e il loro potere per deridere e svilire i loro pazienti, non sostenendoli e non accompagnandoli, bensì divenendo per loro un brutto ricordo, o peggio un vero e proprio trauma.
– La seconda riflessione è che, come sempre, c’è chi vuole mettersi in prima linea per sentirsi importante e in questo modo rischia di oscurare le storie che davvero andrebbero lette, comprese, fatte proprie, affinché tutti gli operatori fossero pronti a non farle più accadere. Persone che, in un modo o nell’altro, hanno il bisogno di dare colpe e accusare, anche se in realtà tutto è stato nella norma.
– E infine la terza (ma forse la prima per importanza) è che oggi c’è davvero troppo poca consapevolezza e troppo poca riflessione su quello che può e deve accadere durante la gravidanza, il parto e il puerperio.
Purtroppo fin da bambine ci insegnano che “partoriremo con dolore”, ma nessuno ci spiega il senso di quel dolore, anzi ci terrorizzano e ci impongono di pensarlo come il male assoluto e come qualcosa che è meglio non provare. E invece basterebbe accoglierlo per farlo durare meno e per renderlo quell’esperienza naturale che dovrebbe essere.
Quando una donna inizia a sentire i dolori del travaglio, o anche solo quando sa che il momento del parto si avvicina, è attanagliata dalla paura, si chiude, fatica a “lasciar andare”. Ma la colpa non è sua (o almeno non è solo sua), la colpa è del fatto che troppo poco si parla e si riflette di sessualità, di ascoltare il corpo, di significato del dolore. Il dolore, infatti, in tutti i casi in cui lo proviamo, ha un significato intenso ed importante, quindi non andrebbe rifuggito.
Anche durante i percorsi preparto si dà pochissimo spazio alle riflessioni sui vissuti, sul senso dell’esperienza che si sta vivendo, su quello che ci si aspetta, su quello che si sa, sulle paure e sui dubbi verso il futuro. Questa, secondo me, è una grande mancanza (anche se, fortunatamente, qualcosa comincia a muoversi in questo senso). Io penso che un sostegno e uno spazio di riflessione condivisione, anche e soprattutto psicologici, a chi pensa di diventare genitore, a chi lo sta per diventare e a chi lo è da poco sarebbero molto importanti e ancora troppo spesso sottovalutati (anche, e soprattutto, dai genitori stessi).
Gli operatori che stanno in ostetricia vedono donne partorire ogni giorno, donne che si lamentano e che fanno richieste assurde, perché sono talmente spaventare che non sanno nemmeno dove andare a parare. Temo che, in alcuni casi, sia così difficile e snervante dare sostegno in queste condizioni che  si perdono di buonsenso e di umanità anche nelle situazioni in cui effettivamente servirebbero e sarebbero d’obbligo.
Con questo non voglio dire che non ci siano parti difficili e che non ci siano medici stronzi (scusate il francesismo), ma che non si può fare di tutta l’erba un fascio.
Inoltre credo che oltre alla rabbia e all’indignazione un’iniziativa come quella di #bastatacere dovrebbe favorire una riflessione sul significato della genitorialità, su quanto ognuna di noi è effettivamente arrivata alla gravidanza e al parto preparata (soprattutto dal punto di vista psicologico), su quanto ha saputo ascoltarsi e ascoltare, su quanto quello che si è vissuto (nel bene e nel male) sia dipeso da noi e quanto dagli altri.

Al di là di tutto, comunque, dar voce alle donne e ai genitori in generale, è una cosa sacrosanta e essenziale. Anche per sapere, approfondire, confrontarsi.
E soprattutto, comunque, io sto dalla parte delle persone, di quelle che non si sentono capite, che si sentono lese, che si sentono traumatizzate, anche quando questo non significa trovare le colpe, ma trovare i significati.

#bastatacere è un’iniziativa splendida. Usatela consapevolmente.

Dott.ssa Giulia Schena