“Mangi o non mangi? Ti prego, mangia!” – Genitori alle prese con l’alimentazione dei figli

Quello dell’alimentazione è uno dei temi scottanti della genitorialità. Il bimbo non fa in tempo ad essere nato che già comincia l’inquisizione:

“Mangia? Ma quanto mangia?”, “Ma gli hai dato da mangiare?”, “Guarda che piange, ha fame.. Hai poco latte”, “Guarda che è troppo ciccione, mangia troppo”..

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E con una partenza di questo tipo non stupisce che spesso e (mal)volentieri il momento del pasto sia qualcosa che mette tutta la famiglia sul chi va là, creando così non pochi problemi.

Nella maggioranza dei casi i problemi sono di origine transitoria e non compromettono la crescita e la serenità dei bambini (cliccando qui , in ogni caso, potete trovare la spiegazione dei principali disturbi dell’alimentazione in età evolutiva).

Ciò che rischia di irrigidire o rendere davvero difficoltosa la relazione dei bambini con il cibo, di fatto, sono proprio le ansie e l’eccessiva apprensione dei genitori e la conseguente gestione inadeguata del momento del pasto: una normale inclinazione o una fase di sviluppo del bimbo può così trasformarsi in un reale disturbo.

Ma quale potrebbe essere una gestione funzionale della sfera alimentare dei bambini? 

  • Qualche nozione:
  1. Prima di allarmarsi/innervosirsi/insistere di fronte ad un bambino che non mangia o che mangia poco, assicurarsi che non vi siano problemi medici alla base di questo comportamento: un mal di gola, un’otite, un po’ di nausea possono essere motivo di rifiuto alimentare.. Ma se i genitori ne fanno una tragedia invece che risolversi con il recupero della salute, il comportamento potrebbe diventare strutturato e persistente. 
  2. Attenzione all’ipersensibilità sensoriale: alcuni bambini possono faticare ad accettare cibi di una certa consistenza o di una certa temperatura (troppo caldi/troppo freddi) a causa della presenza di una sensibilità tattile  più spiccata.. Eventualmente basta evitare tali consistenze senza irrigidirsi su pretese che creano dissapori, scontri e incomprensioni.
  3. Tra i 18 e i 20 mesi di vita inizia una fase definita “neofobia“: da quel momento fino ai 3-5 anni i bambini possono essere restii ad accettare cibi sconosciuti o presentati loro in forme sconosciute (ad esempio l’uovo sodo a bambini abituati a mangiare l’uovo strapazzato).. Questa è una fase adattiva, che nell’ambito della sopravvivenza della specie ha il significato di proteggere i piccoli da alimenti potenzialmente velenosi. Nulla di preoccupante, quindi: basterà continuare a presentare loro i cibi “incriminati” senza imposizioni e senza drammi.. Piano piano acquisiranno fiducia.
  • Qualche dritta:
  1. I primi a cambiare dobbiamo essere noi: i bambini seguono l’esempio degli adulti dei quali si fidano e ai quali si affidano.. Una buona educazione alimentare parte dalle abitudini familiari: per questo mangiare tutti insieme, condividere gli stessi alimenti e rendere positivo il momento del pasto, è il primo passo per vivere con serenità l’alimentazione.
  2. Il cibo non va usato come strumento di potere: è bene che non divenga né un ricatto (“se mangi tutto ti compro il giocattolo”, “se non mangi non puoi guardare la TV”), né un’intimidazione (“se non mangi arriva il lupo…!”). Inoltre è importante che non si mescolino aspetti affettivi ed educativi legati all’alimentazione (“se non mangi la mamma piange”, “i bambini bravi mangiano tutto”).
  3. Come in tutto il resto, non c’è un modo giusto o un modo sbagliato di educare i bambini al momento del pasto: ogni famiglia può decidere le proprie regole purché siano chiare, condivise e, soprattutto, che tengano conto delle capacità e delle possibilità dei propri bambini a seconda della loro età (ad esempio è fuori luogo aspettarsi che un bambino di due anni stia seduto composto a tavola senza sporcarsi e facendo beatamente conversazione per più di 15 minuti). Mamma e papà hanno, anche in questo ambito, l’importante ruolo di gestire la situazione, decidendo insieme e sostenendosi a vicenda (e quindi chi si sente più sereno nella gestione dell’alimentazione, è bene si faccia avanti nel dirimere le piccole o grandi tragedie che si possono instaurare a causa delle apprensioni dell’altro, senza criticarlo o giudicarlo: ognuno fa il meglio che può e se si è in due, un motivo c’è). In ogni caso ricordate che concedere tutto e non concedere niente si equivalgono e sono entrambi, a modo loro, comportamenti che creano confusione e che non permettono di far emergere i confini sicuri di cui i bambini hanno tanto bisogno.
  4. Essere genitori che danno fiducia al proprio bambino e al suo istinto, gli permetterà di gestire l’alimentazione in maniera serena, con la naturalezza tipica di tutti i bisogni primari: a meno che non ci siano motivi collaterali, biologici o emotivi, che gli impediscono di farlo, ogni bambino sa regolarsi in maniera autonoma, soprattutto se sente intorno a sé un ambiente che lo sostiene e crede in questa sua innata capacità.
  5. Mettetevi in ascolto del vostro bambino: se le sue abitudini alimentari cambiano, cercate di capire se vi sta comunicando un disagio o se è cambiato qualcosa nella sua vita. Il benessere emotivo ha un grande peso sui comportamenti dei bambini ed è importante tenerne conto, cercando di accogliere le emozioni piuttosto che impuntarsi o evitarle.

Un ultimo, importante, consiglio è quello di vivere in maniera più serena possibile il momento del pasto e non far mai venir meno l’aspetto conviviale dello stare a tavola insieme e del condividere il cibo (quindi, ad esempio, meglio chiacchierare e fare un po’ di caos mentre si mangia, piuttosto che ipnotizzarsi davanti alla TV).

Dott.ssa Giulia Schena

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“Il mio bambino è un bugiardo” – Che fare di fronte alle bugie dei bambini?

“Mio figlio mente, mente continuamente, dottoressa. Su qualsiasi cosa, anche quando non ce ne sarebbe bisogno, anche quando è palese che ciò che dice sia una bugia. Non sappiamo più come fare.. Lo sgridiamo, gli facciamo capire che non può prenderci per il naso, ma basta poco e siamo punto e a capo.”

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Sono tanti (quasi tutti) i genitori che devono fare i conti con le piccole o grandi bugie dei bambini. E spesso cominciano a presentarsi quando i bimbi sono ancora piccolini, verso i 4-5 anni, e mai ci si aspetterebbe da loro la malizia di raccontare una frottola. Nella maggior parte dei casi sono bugie strabilianti, facili da beccare, e così i genitori si innervosiscono, cercano di far passare questa “cattiva abitudine” e si sentono frustrati e minati nelle loro capacità educative.

Dunque, partiamo col fare un po’ di chiarezza: le bugie dei bambini non sono qualcosa di drammatico o da demonizzare. Bisogna tenere conto che fino all’adolescenza le bugie dei figli non sono esattamente come le intendiamo noi, infatti:

  • Spesso quella malizia che si pensa che i bambini così piccoli non dovrebbero avere, in effetti non ce l’hanno e non mentono per far dispiacere o in maniera deliberata. Fino a una certa età (indicativamente fino a 6-7 anni) il pensiero dei bambini è “magico”: i piccoli faticano a cogliere che gli altri possono avere un punto di vista diverso dal proprio, faticano a capire che non i loro bisogni e i loro desideri non sono il centro dell’universo, faticano a distinguere tra le loro emozioni e ciò che realmente accade, faticano a discriminare tra la realtà interna e quella esterna, tra la fantasia e l’obiettività. Le bugie, dunque, non sono propriamente bugie, ma solo coloriture personali della realtà vissuta, o scivoloni sull’associazione tra diversi episodi vissuti in momenti differenti che nella mente si mischiano insieme (e così si giungono a sentire storie di maestre cattive che insegnano le parolacce, quando in realtà, magari, la maestra ha sgridato, il bambino ci è rimasto male – ed ecco emergere la maestra cattiva, perché in quel momento lui l’ha percepita così – e successivamente un compagno ha detto una parolaccia, suscitando ilarità e/o un’altra sgridata – ed ecco il collegamento tra gli episodi).
  • I bambini un po’ più grandicelli cominciano a capire che i genitori non possono leggere nel loro pensiero e che non sono sempre al corrente di qualunque cosa accada loro. In questo caso le piccole bugie sono, effettivamente, più intenzionali, ma sempre scollegate da quella malizia che noi adulti tendiamo a vederci: i bambini scoprono piano piano che i loro pensieri non sono sotto il controllo dei grandi e nell’entusiasmo di questa scoperta usano delle “bugie di prova”, che hanno lo scopo di testare i confini della loro autonomia. In altri casi le bugie servono a compiacere gli altri o a sentirsi importanti… Diciamo che è la concretizzazione dell’ “occhio non vede, cuore non duole”.

Se tutto questo non fosse sufficiente per evitare di fare un dramma quando i piccoli di casa raccontano qualche fandonia, ci sono almeno due buoni motivi per prendere la cosa con più serenità:

  1. Sgridare i bambini e cercare di imporre loro un’obiettività che ancora non possiedono e non possono possedere è inutile, poiché anche impegnandosi non potranno capire. La parte fantastica o fantasiosa della storia, invece, può essere utilizzata in maniera positiva: può infatti essere d’aiuto a conoscere e a comprendere meglio il vissuto del bambino, le sue reazioni, le sue emozioni, i suoi sentimenti.
  2. Di fronte a una sgridata o alla tensione dei genitori per qualcosa che nel bambino non nasce come “cattivo”, lui si troverà a dover pesare la situazione secondo un nuovo metro di giudizio, facendo diventare le bugie improvvisamente come qualcosa di interessante (se attiva così tanto i grandi, si possono utilizzare più spesso quando si cerca attenzione o quando si vogliono elicitare reazioni di un certo tipo) o, in alternativa, qualcosa di terribile (se dire una bugia fa arrabbiare così tanto e a me viene da farlo, devo essere proprio una persona orribile.. Poi magari a volte lo faccio inconsapevolmente e questo fa di me un vero e proprio delinquente).

Cosa fare, dunque, di fronte alle bugie dei bambini? Se i bambini sono molto piccoli (fino ai 6 anni circa) e in ogni caso se sono bugie trascurabili, semplicemente si può non fare niente. Non badarci, farle scivolare via come nulla fosse. Se invece le bugie sono su tematiche più importanti o si ha l’impressione che dicendole venga distorta la realtà in maniera troppo inadeguata, si possono aiutare i bimbi a rivedere il loro pensiero in maniera allegra e giocosa: fare una scenetta dell’accaduto, farne un disegno, raccontarla da un punto di vista esterno (“a me quando ero piccolo è successa in maniera diversa questa cosa che tu adesso racconti così” oppure “l’orsetto mi ha raccontato che invece è andata cosà”). Infine, se si ha l’impressione che quella bugia nasconda qualcosa di più, è importante cercare di cogliere ciò che prova il bambino e, possibilmente, aiutarlo ad esprimere le proprie emozioni.

Dott.ssa Schena

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Decalogo anti-bullismo

La scuola è ricominciata da un po’, sono ricominciate le attività extra-scolastiche, sono ricominciati i vari corsi e percorsi e puntualissimi sono ricominciati anche i piccoli e grandi atti di bullismo tra bambini e ragazzi e le piccole e grandi preoccupazioni dei genitori su come gestirli.

Gestire le relazioni tra pari e comprendere quando davvero sia necessario l’intervento di un adulto, non è cosa da poco. E soprattutto non è cosa che ha un metodo fisso e sicuro alle spalle, poiché ogni caso è differente dagli altri, ogni bambino ha i suoi punti deboli, ogni situazione può deragliare in seguito a evenienze diverse.

Nonostante ciò, ci sono alcuni piccoli accorgimenti che si possono tenere in considerazione dapprima per evitare di far sì che il proprio figlio si comporti da bullo e che diventi una vittima, oppure quando si ha il sentore che a scuola (o nello sport) stia avvenendo tra i nostri figli e i loro compagni qualcosa che crea un clima negativo.

PRIMA: PER EVITARE CHE IL PROPRIO FIGLIO DIVENTI UN BULLO O UNA VITTIMA

  1. Dare ai propri figli strumenti per comprendere, gestire e comunicare ciò che avviene e ciò che provano : l’educazione emotiva e affettiva è uno dei più potenti mezzi di protezione dei nostri bambini.. Se sono in grado di riconoscere le loro emozioni, non hanno bisogno di esternarle in maniera inadeguata (vale sia per i bulli, che magari hanno rabbia o senso di inadeguatezza inespressi e li manifestano con dispetti o menando le mani, che per le vittime, che magari provano vergogna o solitudine e si chiudono in sé stessi o mettono in atto modalità regressive).
  2. Favorire i momenti di confronto e di rispecchiamento emotivo tra bambini/ragazzi : l’empatia e la comprensione dell’altro sono in certa misura innate (basti pensare all’esistenza dei neuroni specchio…), ma è necessario potenziarle per dare loro la giusta rilevanza e per aiutare i bambini a comprenderne l’importanza e le modalità di utilizzo. Proporre ai bambini momenti di ascolto reciproco o giochi di rispecchiamento permette loro di mettersi nei panni dell’altro e di avere un “vocabolario emotivo” sufficiente per gestire momenti difficili. Si possono proporre alle insegnanti laboratori sulle emozioni o coinvolgere i bambini in giochi che riguardino la consapevolezza emotiva nei pomeriggi che trascorrono insieme.. Parlare di emozioni può essere molto divertente!
  3. Evitare di etichettare il proprio bambino o i suoi compagni : se un bambino è “quello timido” o “quello aggressivo” o “quello che ne combina sempre una”, non potrà fare altro che adeguarsi a ciò che tutti gli dicono che sia. Vi sembra che il vostro bambino sia un pochino introverso? Cominciate a focalizzarvi su tutte le volte che lo è un po’ meno (anche solo poco poco poco) e fateglielo notare. Allo stesso modo fate per i suoi compagni: vi racconta spesso di quel compagnetto dispettoso? Cercate insieme a lui qualche dettaglio che dimostra il contrario, così che la prospettiva possa allargarsi ed essere più realistica.

DURANTE: QUANDO SI HA IL DUBBIO CHE SI STIANO INSTAURANDO DINAMICHE RELAZIONALI INADEGUATE O DISFUNZIONALI

  1. Non intervenire “a gamba tesa” nelle relazioni tra pari : evitare di dare al 100% ragione o torto a ciascun bambino, aiuterà ognuno a prendersi la sua parte di colpa o a riflettere sul fatto di avere anche lati positivi (e poterli implementare!). Invece di risolvere le situazioni spiacevoli al posto loro, è importante lasciare che i bambini le sbrighino in autonomia, sentendo di avere fiducia da parte degli adulti e sentendo di poter contare su di loro per consigli o suggerimenti sulle modalità da mettere in atto.
  2. Evitare di sminuire le situazioni o le emozioni : dire a un bambino affranto o impaurito “non piangere”, “non ci pensare”,  o “non serve a niente lamentarsi” non fa altro che peggiorare la situazione perché oltre al resto si sentirà incompreso o inadeguato o incapace di gestire qualcosa che agli altri sembra banale. Dire ad un bambino arrabbiato o frustrato “non puoi essere sempre tu che combini disastri”, “spero che la maestra non abbia qualcosa da dirmi anche oggi” o “vedi di finirla o nessuno ti vorrà più bene” non può essergli d’aiuto a gestire meglio la sua rabbia. Ascoltare, accogliere, cercare di comprendere (senza commentare/denigrare) aiuta i bambini a sentire di avere gli strumenti per far fronte alla situazione difficile.
  3. Non fomentare i litigi : a volte ci sembra proprio impossibile non dire ai nostri bambini “beh se ti picchia, picchialo pure tu”, ma questo non è una soluzione per niente. Infatti non solo non si risolverà il litigio, che anzi aumenterà di proporzione, ma metterà anche i bambini in confusione su cosa sia lecito fare e cosa no. Se io sono triste perché un bambino mi ha fatto un dispetto e i miei genitori mi dicono di fare altrettanto, non mi sento capito nella mia tristezza, non mi sento adeguato nel mio istinto di non rispondere a tono, e non riesco a capire quando sia giusto questo atteggiamento e quando no (d’altronde “non si picchia” e “non ci si prende in giro” sono regole base.. Ma se sono così derogabili, che sicurezza mi danno?)

DOPO: QUANDO SI SA CHE È AVVENUTO UN EPISODIO DI BULLISMO

  1. Denigrare apertamente e completamente il gesto, ma non farlo con la persona che l’ha compiuto : se si collega in maniera indissolubile quello che è stato fatto a quello che è la persona che l’ha fatto, sarà molto difficile aiutare quel bambino a cambiare.. E questo non va solo a discapito del “bullo”, ma anche di tutti quelli che gli stanno intorno: se lui rimane “il bullo” di riflesso ci saranno sempre delle “vittime”.
  2. Allearsi tra adulti di riferimento e non creare fazioni : come genitori può essere molto difficile non puntare il dito contro il bambino che ha fatto un dispetto a nostro figlio e, ancora di più, contro i suoi genitori. Ma quando si sta per farlo sarebbe bene fermarsi un secondo e mettersi nei panni di quei genitori: “cosa farei io se fosse stato mio figlio a combinare questa cosa e tutti dicessero che è colpa mia?”.  Di fronte ad atti di bullismo la buona prassi non dovrebbe essere trovare di chi sia la colpa (anche perché in genere non c’è mai una sola colpa o un solo fattore causale), quanto piuttosto scardinare la dinamica negativa che si è creata. Se anche tra adulti cominciamo a litigare o a incolparci, l’esempio che diamo non è esattamente quello che vorremmo che arrivasse ai nostri figli.
  3. Creare le condizioni affinché il “bullo” ripari al proprio errore, piuttosto che venga punito : togliere giocattoli o privilegi, mettere in disparte, estromettere dalle attività comunitarie non insegnerà al bambino ad essere più empatico e non gli insegnerà a relazionarsi con gli altri; inoltre non farà sentire meglio il bambino “vittima”. Piuttosto farà sentire il “bullo” arrabbiato, incompreso e giudicato e la “vittima” vendicativa, ma pur sempre offesa. Si può invece trovare il modo affinché chi ha provocato una sofferenza cerchi di comprenderla, si metta al livello del bambino che ha offeso, si trovi a dover riflettere sulle emozioni altrui.
  4. Se il bullo e/o la vittima dimostrano di è provare disagio o di vivere male questa situazione, meglio non sorvolare ma farsene carico : verbalizzare ciò che si percepisce, cercare un dialogo o cercare il supporto di un esperto o una persona esterna alla situazione che possa essere d’aiuto a rivedere i significati implicati nella situazione e le emozioni che ne sono derivate.. Anche la situazione peggiore ha la potenzialità di far imparare qualcosa o di far sentire all’altezza delle cose, aumentando il senso di adeguatezza e l’autostima, ma per farlo occorre che non venga dato per scontato che si debba superare in quattro e quattr’otto e darle l’importanza che merita (e che ha agli occhi dei bambini)

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Il bullismo rovina la vita di tutti quelli che vi si trovano coinvolti: i bulli e le vittime sono tutti sulla stessa barca da questo punti di vista. Non lasciargli spazio è importante: non si deve aspettare di esservi immersi fino al collo per fare qualcosa… L’educazione emotiva inizia dal primo giorno di vita.

Dott.ssa Giulia Schena

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Avventure autunnali: sopravvivere all’inserimento

Settembre è un mese di cambiamenti, di partenze e di ri-partenze. Una fra tutte attanaglia la quotidianità settembrina dei genitori, tra la gioia di vedere i bimbi andare a scoprire il mondo e ad affrontare nuove avventure, e il timore che qualcosa possa andare storto e che il tempo insieme ai propri piccoli non sia più sufficiente: l’inizio della scuola. 

Affrontare al meglio l’inserimento scolastico, che si tratti di asilo nido, di scuola dell’infanzia o di scuola elementare, è l’occasione per partire con il piede giusto verso un’avventura importantissima per la crescita e lo sviluppo dei bambini. Inoltre “chi bene incomincia è già a metà dell’opera”, come si suol dire: non dimentichiamo che un bambino sereno a scuola, sarà un bambino più sereno anche a casa e che un bambino aiutato a gestire il distacco dai genitori in modo funzionale, potrà vivere meglio la costruzione della sua relazione sia con i genitori che con gli insegnanti.

Dunque, ecco qualche dritta per sopravvivere all’inizio della scuola dei propri pargoli.
1. La scelta della scuola : la fiducia che si nutre verso la scuola in cui il proprio figlio va è molto importante per poter essere sereni a portarcelo. La serenità dei genitori è un ingrediente fondamentale per costruire la serenità dei bimbi: le emozioni che noi proviamo, anche quando proviamo a mascherarle, vengono percepite dai bambini e diventano per loro un’indicazione di quanto positiva o preoccupante possa essere una situazione, quindi se siamo tranquilli e ben disposti verso la scuola, sentiranno di poter avere fiducia nell’intraprendere questo nuovo percorso. Le insegnanti non vanno percepite come antagoniste o come possibili sostitute dei genitori: sono nostre alleate e dobbiamo poter costruire una relazione positiva con loro. Nella scelta della scuola, dunque, fidatevi del sentito dire, fidatevi dell’apparenza, ma fidatevi tanto anche del vostro istinto: sentire a pelle di apprezzare un certo posto o una certa insegnante ha un suo grande valore.

2. Prima di iniziare la scuola : durante i giorni o le settimane che precedono l’inizio della scuola si può piano piano introdurla nella quotidianità della famiglia: ci sono tanti bei libri, rivolti alle diverse fasce di età, che possono essere un utile accompagnamento per i bambini (ma anche per i genitori) verso l’inizio della scuola (qui e qui qualche consiglio di lettura). Riconoscersi nelle vicende dei protagonisti dei propri libri preferiti, aiuta i piccoli a sentirsi sicuri e “normali” in tutte le loro emozioni, comprese la preoccupazione e la paura. A seconda dell’età anche parlare con i bimbi di ciò che provano, permettendo loro di verbalizzare le proprie sensazioni e di trovare rassicurazioni dai loro genitori, è un buon modo per prepararsi all’inserimento senza trovarsi, poi, a dover affrontare esplosioni di emozioni dilaganti e troppo intense perché lasciate a “decantare” per troppo tempo.

Prima di iniziare la scuola, inoltre, anche farsi aiutare dal bambino ad acquistare e organizzare ciò che servirà può essere utile a coinvolgerlo e a farlo sentire partecipe della scelta e del cambiamento: lo zainetto, l’eventuale grembiulino, il cambio, l’outfit per il primo giorno di scuola… Sono tutte cose che si possono decidere insieme. Allo stesso modo si può scegliere un oggetto da portare a scuola (da lasciare nell’armadietto o nel luogo predisposto dall’istituto) che aiuti il piccolo a sentirsi accompagnato da qualcosa di familiare nella scoperta di questo nuovo mondo che è la scuola.

3. All’inizio della scuola : prima, fondamentale, regola è che la scuola è un’esperienza, una nuova realtà, e non un ricatto o una possibilità negativa: non si deve mai usare la scuola come punizione o come “minaccia” (ad es. “se non fai il bravo ti porto a scuola”), così come non si dovrebbe usarla per fare confronti (ad es. “hai visto gli altri bambini a scuola? Fanno così e cosà, non come te!”).

E una volta iniziato, preparatevi a qualsiasi tipo di reazione: se il piccolo piange non fatevi vedere disperati o angosciati, ma cercate di accogliere con calma il suo vissuto e affidatevi alle insegnanti per gestire il distacco, con la fiducia che sapranno consolare il vostro piccolino; se il bimbo, invece, non sembra manifestare particolare preoccupazione, andando tranquillamente a giocare con gli altri senza quasi salutarvi, non mostratevi delusi e dispiaciuti, ma cercate di assecondare la sua serenità a lasciarvi andare: se vi lascia tranquillamente è perché sa che tornerete e non perché non gli interessa di voi.

Una cosa importantissima è quella di non andare MAI via senza salutare vostro figlio: sia che il bimbo stia giocando tranquillo con gli altri, sia che stia in lacrime tra le braccia dell’educatrice, un saluto non gli deve mai essere negato, perché è proprio quello che costruisce il senso del ritorno e che dà la sicurezza al piccolo che non verrà abbandonato all’improvviso, ma che saprà sempre quando vi allontanerete. 

4. Dopo aver iniziato la scuola : Anche se probabilmente è una cosa che date per scontata o che pensate che il vostro bambino non possa capire (perché troppo piccolo), salutandolo ditegli sempre che vi mancherà e che lo penserete mentre sarete lontani e che non appena tornerete vi potrete scambiare tante coccole e il racconto di quello che ognuno di voi ha vissuto. E poi, quando andate a prenderlo, raccontategli davvero ciò che avete fatto nel frattempo: che siate stati al lavoro, che abbiate fatto la spesa o la fila in posta, che abbiate rassettato casa, poco importa.. Rendetelo partecipe se volete che lui renda partecipi voi.

Se avete l’impressione che il vostro bimbo sia triste o preoccupato, non lasciate correre e non ditegli semplicemente che “non c’è nulla di cui avere paura”, ma cercate di aiutarlo a verbalizzare, a raccontare, ad esprimere. Eventualmente usate qualche storiella o qualche racconto che lo aiuti a capire che è normale provare sentimenti un po’ “stonati”, ma che si possono sempre esprimere e gestire insieme.

Un’ultima cosa importante è evitare di parlare di eventuali dubbi o timori davanti al bambino: anche se sembra impegnato in altro lui vi ascolta sempre e, se non capisce (perché sono discorsi “da grandi”), interpreta e lo fa quasi sempre mettendosi in una posizione di svantaggio. Quindi, eventualmente, parlate con le insegnanti in separata sede, o sfogatevi con il vostro partner nei (pochi) momenti di assenza del bambino. 

Coraggio, sarà un’avventura meravigliosa!

Dott.ssa Giulia Schena

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7 buoni motivi per leggere con i bambini

Entrando in una qualsiasi libreria (o in una qualsiasi biblioteca) è facile farsi cadere l’occhio su quella sezione tutta colorata, con libri di diverse forme e dimensioni, con i materiali più svariati che spuntano in mezzo alla “banale” carta: sono i libri per bambini. E i libri per bambini non sono solo passatempi, ma sono anche strumenti utilissimi ad accompagnare i più piccoli nella crescita.

Un bambino che prende confidenza con la lettura, che impara ad apprezzare i libri e il tempo in loro compagnia, sarà un adulto con maggiori possibilità di essere felice, di sentirsi libero, di non sentirsi troppo solo.

Fin dai 4-6 mesi di vita i bambini sanno ascoltare (e hanno voglia e piacere di farlo!), così è possibile avviare i piccoli all’alfabetizzazione, leggendo per loro brevi storielle, mostrando loro libricini di diversi materiali o di diverse forme (ce ne sono di appositamente creati per attirare la loro attenzione).

I benefici della lettura fin da tenera età sono innumerevoli, eccone alcuni:

  1. Migliora il linguaggio: i bambini abituati alla lettura dimostrano di essere più predisposti alla comprensione del.linguaggio, acquisiscono maggiori competenze grammaticali, arricchiscono il proprio vocabolario.
  2. Lascia spazio all’immaginazione e favorisce la creatività: la ricerca dimostra che mentre si legge (o si ascolta una storia) ci si immerge in mondi fantastici, si fa conoscenza con nuovi personaggi, si immaginano i suoni, gli odori, i colori della storia, attivando così diverse aree cerebrali. Viaggiare sulle ali della fantasia permette di conoscere realmente mondi fantastici.
  3. Consente di rilassarsi: la lettura è un’attività piacevole, ma tranquilla, che fa sentire calmi e allo stesso tempo appagati. In altre parole: rilassati.
  4. Potenzia le capacità attentive e i tempi di tenuta dell’attenzione: prendersi del tempo per ascoltare una storia e dover utilizzare le proprie risorse per comprenderla ed assaporarla aiuta i bambini a saper gestire meglio la propria attenzione. Inoltre mentre ci si rilassa il cervello può ricaricarsi ed essere più efficiente.
  5. Arricchisce le capacità relazionali: la lettura è un’attività durante la quale i bambini possono godere di un tempo privilegiato con gli adulti di riferimento, perché mentre si legge insieme si è tutti attenti alla stessa cosa, si è vicini e si condivide un momento di “coccola” per il corpo e per la mente. Inoltre nelle storie che si leggono, i bambini possono immedesimarsi nei piccoli protagonisti che si relazionano tra di loro, costruendo così un bagaglio di “risposte relazionali” e imparando a far fronte a diverse situazioni relazionali pur non avendole vissute direttamente.
  6. Aiuta nell’introspezione e nella comprensione delle emozioni proprie e altrui: esistono libri meravigliosi che aiutano i bambini a comprendere le emozioni, a capire come affrontarle, a riconoscerle, a farle proprie. Inoltre leggere di personaggi fantastici che affrontano difficoltà simili alle proprie fa sentire meno soli e fa intravedere possibilità di risolvere i problemi.
  7. Aumenta il desiderio di apprendere e di conoscere: imparare, e in particolare imparare senza imposizioni e con entusiasmo, ha un potere ineguagliabile: fa venire voglia di imparare ancora! E così un libro tira l’altro, una storia ne fa immaginare un’altra, a ogni riga si assapora già quella successiva. E un bambino che ha voglia di imparare è un bambino con più curiosità, con più caparbietà e con più autostima.

“I genitori ti insegnano ad amare, ridere e correre. Ma solo entrando in contatto con i libri, si scopre di avere le ali.” (Cit. H. Hayes)

Dott.ssa Giulia Schena

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Articolo scritto in collaborazione con ToGENther – insieme genitori

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Avventure estive: lo spannolinamento

La leggenda narra che il momento migliore per togliere il pannolino ad un bambino sia l’estate. E in virtù di questa credenza sono molti i genitori che si imbarcano in quest’avventura in questo periodo dell’anno. Il presupposto non è completamente sbagliato, ma neanche universalmente giusto: se da un lato è vero che d’estate il pannolino dà fastidio perché fa caldo, che lasciare il bambino seminudo è meno problematico con le temperature estive, che in spiaggia l’uso del costumino può essere un primo approccio alle mutandine, è anche vero che bruciare le tappe e imporre lo spannolinamento a un bambino che non è pronto solo perché è estate, oltre ad essere inutile, rischia di essere controproducente.

Dunque, pare che il punto di partenza sia questo: che il bimbo sia pronto. Ma quand’è che un bambino è pronto? Come si capisce? E se sembra non essere mai pronto, come lo si incentiva?

Di base si può dire che se il bambino appare infastidito dal pannolino, se si dimostra interessato al vasino o al wc, se sembra desideroso di provare ad affrontare questa prova, se sa avvisare (a parole o con i gesti) quando ha un bisogno, possiamo pensare che sia pronto per dire addio al pannolino.Dal-pannolino-al-vasino

E detto questo? Da che punto si deve partire?

Andiamo con ordine. Quando si parla di spannolinamento tre sono le domande alle quali rispondere:

  • Come incuriosire un bimbo per poter procedere all’abbandono del pannolino? E in particolare cosa fare se il bimbo non appare minimamente interessato a questo cambiamento pur avendo un’età in cui lo spannolinamento è ormai necessario (giunti verso i 3 anni, con l’ingresso alla scuola dell’infanzia, l’essere senza pannolino è una condicio sine qua non)?
  • Come gestire i primi tempi dello spannolinamento? Cosa aspettarsi? Da cosa non farsi spaventare?
  • E se dopo essersi imbarcati nell’impresa si ha l’impressione che i tempi non siano maturi e che la battaglia è persa in partenza?

Cerchiamo allora di rispondere a queste domande e di fare un po’ di chiarezza.

  • Prima dello spannolinamento

Il vasino come un gioco

Per cominciare può essere buona prassi rendere il vasino un oggetto familiare già quando il bimbo ha un anno e mezzo o giù di lì: pur essendo, nella maggior parte dei casi, presto per lo spannolinamento lasciare a disposizione il vasino (o il riduttore) lo renderà un oggetto familiare. Il bambino all’inizio potrebbe utilizzarlo in centoeuno modi che non sono quello previsto: nessun problema! Lasciatelo fare, lasciatelo esplorare. Piano piano potrete iniziare assieme a lui a fare giochi che avvicinino mano a mano alla comprensione dell’uso del vasino: ad esempio bambole e/o peluche possono aver voglia di fare pipì o pupù in questo strano strumento!

Libri per incuriosire

Nessun libro può insegnare al vostro bambino a vivere senza il pannolino. Ma ci sono tantissimi libri che possono attirare la sua attenzione, attivare la sua fervida fantasia, solleticare la sua innata curiosità. È bene stare molto attenti a questa distinzione, perché se ci si aspetta che un libricino, per quanto ben fatto, sia il motore dello spannolinamento si rischia di fallire miseramente e di far perdere al bimbo anche il gusto di giocare con i libri. Un libro, invece, può raccontare senza imposizioni che cosa sia un vasino, o che cosa sia il wc; può aiutare a comprendere che è un’avventura comune a tanti bimbi; può cominciare a far pensare a come intraprendere la strada verso il vasino. Cliccando qui potete trovare una lista di libri proprio su questo tema; ne esistono di tanti tipi, per andare incontro alle preferenze di ciascun bambino: ci sono libri sonori, libri tattili, libri “avventurosi”… Ma una categoria particolare è quella dei silent book (un esempio è “basta pannolino”): con questi libri il bambino in un certo senso dà voce alla storia, creando il personaggio in base alle proprie scelte e sentendolo così più vicino.

  • Durante lo spannolinamento

Pronti, partenza, via!

Ecco che un giorno il vostro bimbo manifesta tutti i segnali giusti, o decide di voler provare il vasino, o addirittura vi dice esplicitamente che non vuole più il pannolino. È giunto il momento di partire a tutti gli effetti per quest’avventura. Quando si comincia a togliere il pannolino è bene viverla con serenità e tranquillità: cogliete le occasioni che il vostro bimbo vi offre (e quindi fatevi trovare pronti) e non sentitevi sotto pressione per questo cambiamento. Spesso a far fallire o a rendere lungo e complesso lo spannolinamento sono proprio le ansie, i dubbi, le incertezze dei genitori: se io bimbo sono pronto a lasciar andare il pannolino, ma sento che chi dovrebbe sostenermi è nervoso, sotto pressione e già si aspetta il peggio, sarò intimidito da questo cambiamento e tutto ciò non farà altro che bloccarmi e farmi tentennare. E invece quando si decide di partire, si va senza timore. Si mette in conto qualche incidente, ma nulla di più.

O tutti o nessuno

Durante lo spannolinamento (come per tutti i cambiamenti rilevanti per i bambini) è importante che il bambino sia accompagnato da tutte le figure di riferimento, per non trovarsi in confusione o non capire bene come funzioni questa nuova tappa: maestre, nonni, baby-sitter… Tutti devono essere pronti e concordi nella gestione della situazione. Se si è iniziato lo spannolinamento, a meno che non sia evidente che si erano letti male i messaggi del piccolo, non si torna indietro e non si parcellizzano le situazioni: una volta tolto è tolto a casa, all’asilo, in giro.. L’unico contesto per cui non vale questa regola è quello della nanna, per cui va considerata una gestione a parte.

Niente ansia

Un po’ come per il parto, anche il momento dell’addio al pannolino è generalmente dipinto come una tragedia, un qualcosa di difficilissimo, un momento drammatico. Questa nomea che lo spannolinamento si è fatto altro non fa se non far partire con il piede sbagliato. Non voglio dire che sia sempre una passeggiata, ma aggiungere ansia all’ansia non può essere d’aiuto. Se si vuole arrivare alla meta, si deve sempre partire con la certezza che andrà tutto bene.

E la notte?

La notte (e i pisolini) sono un capitolo a parte, perché anche bambini con un ottimo controllo sfinterico durante la veglia possono avere difficoltà a tenersi asciutti durante la notte. Se il bambino lo preferisce si può introdurre il “passaggio intermedio” del pannolino a mutandina, che non svilisce e non confonde il bimbo. Poi il pannolino si toglierà definitivamente quando sarà evidente che il piccolo di notte rimane asciutto o che sente lo stimolo e chiama per essere portato in bagno. Magari si può aiutarlo fin da subito ricordandogli la sera, prima di dormire, di chiamare se deve fare pipì, ma sempre senza arrabbiarsi se invece non lo fa.

  • Dopo lo spannolinamento

Incidenti senza paura

Gli incidenti potranno essere all’ordine del giorno: metteteli in conto e pensate già in anticipo a come gestirli. Tenete comodi diversi cambi, soprattutto quando siete fuori casa, e non prendetela sul personale. Arrabbiarsi, fare tragedie, come anche buttarla in ridere, peggiora la situazione: se le reazioni sono molto intense, il tutto si fa molto interessante per i bambini!!

Ma ti scappa? E adesso ti scappa? E ora?

Una tendenza dei genitori durante lo spannolinamento è quella di chiedere ai bambini un miliardo di volte al giorno se devono fare pipì. Take it easy. Lasciate anche a loro il tempo di dirvi che è ora di correre in bagno, lasciate loro il tempo di sbagliare se capita, lasciate loro la fiducia che sappiano avvisarvi. Al massimo datevi un tempo minimo tra una richiesta e l’altra: se dall’ultima volta che avete chiesto se dovesse andare in bagno non è passata almeno un’oretta, lasciate perdere (occhio agli orologi!).

Il problema della cacca (e dei blocchi in generale)

Capita spesso che nel primo periodo dello spannolinamento i bambini si “blocchino” con la pupù. Nulla di preoccupante se si riesce ad evitare di farla diventare una questione di stato e si lascia semplicemente il tempo alle cose di ritrovare il loro equilibrio. Meglio non chiedere centomila volte se scappa, non obbligare i bambini ad infinite sedute in bagno nell’attesa che arrivi, non dimostrarsi perennemente preoccupati per la cacca e non fare una tragedia se capita di dover usare un clisterino.

Regressioni

Potranno esserci, per milleuno motivi, delle regressioni. Può capitare che un bambino anche dopo qualche mese senza “incidenti” se la faccia addosso: non mettetelo sotto i riflettori per questo, non fategli il quarto grado, non punitelo, non fate nulla che possa far sembrare questa cosa più di quello che semplicemente è. Piuttosto se la vive male (ma solo se LUI la vive male) consolatelo e rassicuratelo: può capitare.

Se si riesce a vivere questo passaggio con un minimo di serenità, si otterranno certamente risultati migliori!

Dott.ssa Giulia Schena

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Compiti per le vacanze: istruzioni per l’uso

Arriva l’estate. Finisce la scuola. Esplodono gioia e tormento in grandi e piccini (gioia nei piccini, tormento nei grandi, per essere precisi).

Ma c’è una cosa che minaccia la serenità delle vacanze (solo una?): i compiti. Ancora i famigerati compiti. 

Quando? Come? Dove? Cosa? Perché? Soprattutto, perché???
Andiamo con ordine:

  1. Quando? Prima di cominciare i compiti estivi è bene lasciar passare qualche giorno dalla fine della scuola: una decina/quindicina di giorni di “nulla”, in cui non pensare alla scuola, dimenticare le noie dell’anno appena terminato, lasciar sedimentare le cose apprese e lasciare spazio a relax e divertimento. Trascorsi questi giorni.. Si comincia! Il momento migliore della giornata in cui fare i compiti non è uguale per tutti: c’è chi si trova meglio a farli alla mattina, tenendosi poi tutta la giornata libera; chi preferisce il primo pomeriggio, dopo essersi rifocillati con il pranzo e prima di andare a divertirsi; chi opta per farli la sera, quando non ha più i mille pensieri e le mille aspettative per la giornata da trascorrere. Lasciate che sia vostro figlio a decidere: offritegli le diverse opzioni, ditegli di pensarci e poi prendete accordi in base alle sue valutazioni (sapere quello che lui ha deciso è importante per “sorvegliare” il suo operato.. Se vedete che le cose non vanno come concordato potete provare a rinegoziare l’organizzazione, ma sempre concordando insieme: almeno in questo periodo, che non è scandito da scadenze imminenti, è bene favorire la fiducia, il dialogo e l’autonomia).
  2. Come? L’organizzazione è fondamentale, sia per evitare di correre come matti e poi trovarsi ad aver finito tutto prima del tempo (rendendo il ripasso assolutamente vano), sia di prendersela comoda e trovarsi con una marea di arretrati all’alba dell’inizio della scuola. Dunque prima di cominciare è bene fare due valutazioni: quanti sono i compiti, quanti sono i giorni a disposizione. Contate effettivamente il numero degli esercizi, delle pagine e delle attività da fare e, calendario alla mano, contate il numero di giorni “lavorativi” (weekend, giorni festivi, giorni particolari… Non contano!!). Fatto questo dividete il numero degli esercizi per il numero di giorni. Piccolo accorgimento: per ogni giorno assegnate un po’ di compiti per ogni materia (non è opportuno fare, ad esempio, prima tutta matematica, poi tutto italiano, ecc…) e osservando gli esercizi ordinateli per difficoltà o per tipologia e distribuiteli equamente per i diversi giorni (ad esempio se si hanno 10 operazioni, 10 problemi e 10 equazioni è meglio fare ogni giorno 1 operazione, 1 problema, 1 equazione; oppure, se ci sono 10 esercizi facili, 10 esercizi medi e 10 esercizi difficili, è meglio fare ogni giorno 1 esercizio facile, 1 medio e 1 difficile).
  3. Dove? Lasciate che siano i bambini/ragazzi a decidere dove fare i compiti, magari può essere l’occasione anche per mettere alla prova posti e modalità che durante l’anno non si sono potuti provare a causa del poco tempo a disposizione. Ad esempio se vostro figlio è abituato a fare i compiti in cucina o in salotto, ma ha sempre desiderato farli in camera sua (ricevendo secchi “no” per la necessità di tenerlo sotto controllo), ecco servita l’occasione per vedere come va. Non stategli troppo col fiato sul collo: dimostrate fiducia nelle sue capacità organizzative, ditevi disponibili in caso di necessità, e poi lasciate fare. Di tanto in tanto (accordandosi o a sorpresa) potrete controllare come procedono i lavori e a che punto sono i compiti.. Ma attenzione “di tanto in tanto” significa davvero “di tanto in tanto”: non ogni 10 minuti, non ogni mezz’ora, al massimo una volta al giorno o, ancora meglio una volta ogni 2 o 3 giorni. E se al controllo viene fuori che le cose non vanno? Niente “lo sapevo” o “te l’avevo detto” quanto piuttosto “cosa non ha funzionato?” e “come possiamo risolvere?”. E i compiti in spiaggia? Sì o no? Sì solo se di fatto si trascorre tutta l’estate in spiaggia, ma se si è in vacanza solo per 10-15 giorni, quei giorni si possono (devono) considerare festivi.
  4. Cosa? Questo è un punto importante. Il senso dei compiti delle vacanze non è quello di far odiare ai bambini la scuola più di quanto già la disprezzino, dunque i compiti delle vacanze non dovrebbero essere una corsa contro il tempo per fare tutto: si fa il possibile purché sia fatto bene e con un senso. I compiti delle vacanze dovrebbero concentrarsi su due aspetti in particolare: il ripasso degli argomenti rimasti lacunosi durante l’anno per capirli meglio ed assimilarli; l’approfondimento delle tematiche e degli esercizi che interessano e che appassionano il bambino/il ragazzo. Molti insegnanti non hanno il tempo materiale per assegnare compiti “individualizzati”, ma è possibile fare una cernita a casa, valutando su cosa concentrarsi.
  5. Perché? Nonostante ci sia ancora chi si ostina a dire che “le vacanze sono vacanze” e quindi i compiti non dovrebbero esserci, ci sono diversi buoni motivi perché piccoli e grandi studenti vi dedichino del tempo anche nel periodo estivo (è un discorso diverso per le mini-vacanze durante l’anno, che potrebbero essere veramente free, di modo da consentire ai bambini di ricaricare le batterie e alle famiglie di trascorrere momenti piacevoli e spensierati tutti assieme). I compiti delle vacanze sono importanti perché: permettono di ripassare il programma senza la tensione e la stanchezza del periodo scolastico; aiutano ad autovalutarsi, capendo quali parti del programma sono state effettivamente assimilate e quali è meglio approfondire; permettono ai bambini e ai ragazzi di assumersi una responsabilità (le responsabilità, ahimè, non vanno mai in vacanza); e soprattutto, si ha la possibilità di aumentare l’autonomia e di dimostrare fiducia ai bambini/ragazzi.

    I compiti delle vacanze, in definitiva, sono l’occasione per piantare i semi che poi possono fruttare durante l’anno scolastico: si può capire cosa funziona e cosa no dal punto di vista organizzativo, si può puntare sull’autonomia, si può far sentire il bambino capace, si può prepararsi a ripartire con il piede giusto.

    Coraggio, ne vale la pena!

    Dott.ssa Giulia Schena

    P.S. se dopo aver letto fino a qui state pensando “tsèèè questa non conosce mio figlio!!”, fatevi ispirare dalle giornate più lunghe e dalle settimane meno frenetiche per provare a dargli fiducia. Non demordete subito. Se ci credete voi, sarà un pochino più portato a crederci anche lui.

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    Conoscere i capricci (per gestirli meglio)

    Il vocabolario ci dice che i capricci sono:

    Voglia o idea stravagante o bizzarra, perseguita, sia pure non a lungo, con ostinazione o cocciutaggine

    Ma tutti i genitori sanno che i capricci possono essere molto di più: un capriccio è qualcosa che può mettere a dura prova la pazienza, la voglia di stare assieme in famiglia e, soprattutto, la sanità mentale dei genitori.

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    La cosa che più mette in crisi genitori ed educatori non è tanto la difficoltà a gestire i capricci, quanto più a comprenderne i motivi: di fronte ad un bambino che urla e strepita, che piange e si strappa i capelli, che sembra non riuscire più né ad ascoltare alcuna motivazione, né a dare risposte sensate, capire il perché di quello stato sarebbe certamente d’aiuto all’adulto nel capire come rapportarsi a quell’esserino apparentemente indemoniato.

    C’è chi sostiene che i capricci non esistano. Ma questo, oltre ad essere falso (non si può non ammettere che tutti i bambini, in modo particolare in alcuni periodi della loro vita, abbiano richieste strane e le perseguano in maniera cocciuta), non fornisce nessun aiuto: quando ci si trova con un bambino strillante pensare che “questo non è un capriccio perché i capricci non esistono” non è di alcuna utilità, anzi forse contribuisce ad aumentare il senso di inadeguatezza, di sfiducia e di sfinimento dell’adulto che dovrebbe calmarlo.

    I capricci esistono. E questo lo considero un dato di fatto. Ma i capricci non sono mai privi di significato. E questo è un altro dato di fatto, ed è importante capirlo. Vostro figlio, il vostro alunno, il bambino incontrato per caso per strada, non mettono in atto quelle scenate teatrali per il mero gusto di darvi fastidio, ma lo fanno per motivi ben precisi.

    Per semplificare si può dire che i motivi che sono alla base dei capricci sono tre:

    1. Un bisogno, non visto o non compreso dagli adulti, che in qualche maniera deve essere portato alla loro attenzione.

    Faccio un esempio: un bambino potrebbe aver bisogno di sentirsi capace e meritevole di fiducia nelle sue capacità, quindi quando è ora di mettere il pigiama potrebbe piantare un capriccio infinito perché non vuole che gli venga messo, semplicemente perché sente di volerlo fare da solo e di voler essere supportato in questo. È chiaro, però, che una mamma o un papà, stanchi per la lunga giornata appena trascorsa, possono non capire il perché di un tanto ostinato rifiuto e arrabbiarsi con questo bambino dispettoso che non vuole andare a letto. Di fronte a questa rabbia il bambino capisce di non essere stato compreso e, dato che ancora non ha i mezzi e gli strumenti cognitivi per spiegarsi in maniera più adeguata, alza l’asticella e si arrabbia pure lui. Un loop infinito di rabbia e malcontento, mischiati con la sensazione di non essere capiti e non essere comprensibili (sia per il bimbo che per i genitori, che a loro modo si chiedono come sia possibile che il loro bambino non capisca che sono stanchi e che corrono tutto il giorno per non fargli mancare nulla).

    Se prima di arrabbiarsi di fronte ad un capriccio si riuscisse a fermarsi un attimo e a proporre un’alternativa alla situazione che ha scatenato la scenata, si potrebbero evitare mezz’ore di urli e strepiti da ambo le parti. Importante, però, che l’alternativa proposta sia accettabile per gli adulti, e non un modo di tamponare la situazione “dandola vinta” al piccolo (ad esempio rispetto alla situazione succitata nel momento in cui il bambino comincia a rifiutarsi di farsi mettere il pigiama gli si può proporre di provare a farlo da solo, ma è bene evitare di piazzarlo davanti alla tv per infilarglielo mentre è ipnotizzato).

    2. Un’emozione troppo forte, troppo irruenta o troppo imbarazzante, che si fatica a gestire.

    Faccio un esempio: un bambino vive una situazione, magari anche banale ad un occhio adulto (tipo rimanere al buio o immaginare dei mostri), e prova paura; gli viene detto che non deve avere paura, si cerca di aiutarlo a razionalizzare, gli si mostra che non c’è niente che lo debba spaventare. Lui prova a crederci, ma non c’è verso la paura rimane (bastasse essere razionali per non avere paura hai voglia i disturbi fobici che ci risparmieremmo!!). E così quando si ripresenta la situazione, o quando pensa che sia quasi il momento che si ripresenti, il bambino pianta un capriccio di dimensioni astronomiche, incomprensibile agli occhi del genitore, ma funzionale per il bambino a non ritrovarsi in quella situazione e a non dover ammettere che ha ancora paura, sentendosi così in colpa e inadeguato.

    Per evitare questo tipo di capricci la via è solo e soltanto una: accogliere tutte le emozioni, lasciare loro spazio, ammettere che sono normali e che anche i grandi le provano e trovare un modo per esorcizzarle insieme (ad esempio inventare una formula magica scacciapaure, o un gioco-sfogo per far uscire tutta la rabbia, o una coccola speciale per lasciare il suo spazio alla tristezza, ma anche un rituale divertente per accogliere le gioie incontenibili…).

    3. La necessità di “mettere alla prova” la tenuta dei propri genitori e/o dei propri educatori.

    Faccio un esempio (e lo faccio volutamente banale, per essere comprensibile): un bambino di 3-4 anni sa che i genitori gli ripetono sempre che non può avere tutto ciò che desidera. Un giorno al supermercato vede un giocattolo davvero interessante e decide di volerlo. I genitori glielo negano, così lui pianta un inenarrabile capriccio. Sembrerà paradossale, ma a quel bambino questo capriccio non serve tanto a ottenere quel giocattolo, quanto piuttosto a capire da un lato la capacità dei genitori a tenergli testa e a non cedere alla frustrazione dall’altro quanto davvero valga la regola “non si può ottenere tutto ciò che si vuole”. Se i genitori, imbarazzati per il caos provocato dal bambino o semplicemente stanchi di vederlo urlare, cedono alla sua richiesta, il messaggio che arriva al bambino è piuttosto confusivo: quanto è importante realmente la regola? Quanto mi posso fidare dei miei genitori (ovvero, se avessi bisogno di loro in una situazione difficile, saprebbero reggere la frustrazione)?

    Le regole e i “no” che si danno ai bambini sono il loro “territorio sicuro”, sono ciò che li rende certi del fatto che se faranno qualche passo falso i genitori sapranno rimetterli in riga. Quel territorio sicuro deve essere sufficientemente ampio affinché il bambino possa testare le proprie capacità di cavarsela da solo (ecco perché troppi no e troppe regole non sono funzionali), ma deve anche essere abbastanza rigido e definito affinché il bambino possa sentirsi sereno nell’esplorarlo, avendone ben chiari i confini (ecco perché a volte i bambini si intestardiscono o sono molto richiestivi: hanno bisogno di capire quanto effettivamente regga quel confine).

    I bambini, anche se può non sembrare, hanno tanti bisogni emotivi, come sentirsi all’altezza delle cose, sentirsi adeguati, sentirsi capaci, sentirsi al sicuro, e per soddisfare questi bisogni sento che devono affidarsi alla guida e al sostegno dei loro caregiver (ovvero le figure che si prendono cura di loro). Più diventano grandi più si rendono conto da un lato che non sono un tutt’uno con i genitori e che, quindi, questi possono anche non esserci, e dall’altro che i genitori non sono infallibili, e che, quindi, possono anche non essere in grado di rispondere ai loro bisogni.

    Fare i conti con i propri bisogni e anche con la consapevolezza che le persone sulle quali si conta per vederli soddisfatti potrebbero fallire, fa inevitabilmente una gran paura e mette nelle condizioni di dover essere sicuri che i genitori, comunque vada, saranno in grado di “tenere testa” ai bisogni dei loro bambini. Inoltre rende necessario il fatto di mettere alla prova le “regole” e i “valori” che i propri genitori/educatori propongono, per capire meglio quali siano effettivamente basilari.

    Avendo chiari i motivi che spingono i bambini a fare i capricci, forse, si può fare un po’ meno fatica a comprenderli e, quindi, a gestirli.

    Capita, però, di trovarsi in situazioni in cui, per un motivo o per l’altro, si è instaurato un circolo vizioso come questo:

    capriccio ⇒ frustrazione dei genitori ⇒ senso di inadeguatezza del bambino (e quindi ulteriore capriccio) ⇒ infelicità di tutti (e senso di colpa di tutti)

    In queste situazioni ritrovare il bandolo della matassa, comprendo i significati delle azioni proprie e dei propri bambini, può essere davvero complicato. In questi casi è bene ricordare che si può chiedere una mano.. perché anche se tutti i genitori e gli educatori hanno a che fare con i capricci dei bambini, non c’è da vergognarsi se si è persa la rotta e che, anzi, rendersene conto può essere l’occasione per ritrovarla.

    Dott.ssa Giulia Schena

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    5 accorgimenti per aiutare i bambini a gestire le emozioni

    Quando nasce un bambino, ogni genitore si prepara a sostenerlo e ad accompagnarlo nell’apprendimento: nei primi anni di vita si aiutano i bimbi ad imparare a muoversi nell’ambiente, a parlare, a fare dei giochi; poi crescono e, con l’incoraggiamento dei grandi, imparano a leggere, a scrivere, a contare… Si dà importanza allo studio, allo sport, agli hobbies.

    Spesso, però, si sottovaluta l’intelligenza emotiva, dandola per scontata, pensando che sia una cosa naturale e poco gestibile.

    Ma cos’è l’intelligenza emotiva? È la capacità di riconoscere, comprendere, utilizzare, gestire le proprie emozioni e quelle degli altri in maniera consapevole. E per quanto sia vero che le emozioni ci pervadono in maniera abbastanza automatica, l’abilità di gestirle è tutt’altro che meccanica.

    E perché è importante coltivarla e potenziarla? Saper gestire le emozioni, lasciarle fluire senza bloccarle né farsi paralizzare da esse, capire i sentimenti altri senza farsene travolgere né ignorarli, sono tutte abilità che permettono di vivere più serenamente, di creare relazioni positive e soddisfacenti e di adattarsi a ciò che si incontra sul proprio cammino senza perdere il controllo.

    Aiutare i bambini a vivere con tranquillità le proprie emozioni (a volte anche travolgenti) e a gestirle in modo proficuo è utile sia per loro che per sé stessi come genitori o educatori, perché permette di costruire con loro relazioni funzionali, senza troppe lotte di potere e senza troppi capricci.

    Sostenere i bambini nel loro coltivare l’intelligenza emotiva non è facile, ma di certo non è impossibile. Per cominciare si possono seguire questi 5 consigli:

    1. Tutti i sentimenti possono (e devono) essere accettati: se un bambino è triste o si arrabbia non è il caso di cercare di distrarlo o di farlo sentire “sbagliato”, piuttosto si può accoglierlo.
    2. Quando un bambino sta esprimendo un’emozione è bene ascoltarlo in silenzio, senza giudicarlo, senza cercare di dare spiegazioni alle sue percezioni, senza anticipare ciò che vogliono dire.
    3. Quando un bambino sembra in difficoltà nella definizione o nell’espressione di un sentimento, si può aiutarlo cercando di dare una definizione di come ci si potrebbe sentire o verbalizzando l’emozione che sembra provare, senza però “ingabbiarlo” nel proprio pensiero (ad esempio “questa cosa sembra molto frustrante”, “credo che questa cosa potrebbe farmi provare rabbia”, “quando le persone vivono cose come questa spesso si sentono tristi”…)
    4.  Mentre un bambino parla di qualcosa che ha vissuto e che lo ha colpito (in positivo o in negativo), si può fargli capire che lo si sta ascoltando, che lo si capisce e che lo si accoglie con semplici commenti, come: “capisco…”, ” oooh…”.
    5. I desideri dei bambini o gli episodi frustranti che vivono, possono essere risolti nella fantasia, accogliendo così la possibilità che ci si possa sentire infastiditi o arrabbiati (ad esempio “capisco che tu vorresti aver vinto.. Se avessimo una bacchetta magica potremmo esaudire questo desiderio”).

    Provateci, potreste scoprire tante nuove possibilità di stare accanto con più piacere ai vostri bimbi.

    Dott.ssa Giulia Schena

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    Essere felici, senza pudore

    Le emozioni, i sentimenti hanno un loro linguaggio. Un linguaggio troppo spesso ignorato e dato per scontato, un linguaggio che non viene insegnato e che, anzi, si tende ad inibire.

    “Non piangere che non è niente”, “Ma su non c’è da aver paura!”, “Non vorrai tenere quel muso lungo ancora per tanto…”, “Ti pare il modo di arrabbiarti?!”.
    Ma anche: “Non dirmi che sono bella che mi imbarazzo”, “Tanto lo sai che ti voglio bene, mica te lo devo dire…”, “Adesso basta! Smettila di ridere!”, “Cos’è tutta questa caciara… Va bene una buona notizia, ma non serve fare tutto questo casino!”.

    Si chiudono piano piano tutte le emozioni in un barattolo e si impara a non parlarne più. Negli ultimi tempi si è iniziato a cercare di far capire quanto sia negativo sopprimere le emozioni vissute come negative (ad esempio la rabbia, il dolore, la paura…), ma è difficile soffermarsi su quanto sia importante anche non smettere di decantare le proprie emozioni positive.

    Non sono solo il dolore, la rabbia, la paura o il rancore a far morire le parole sulle labbra, a impedire di raccontare come ci si sente, a mettere nella posizione di non chiedere e non dare accoglienza, ma a inibirci è anche la nostra incapacità a parlare d’amore e di gratitudine. Le espressioni di gioia sconsiderata, le manifestazioni d’affetto, le esternazioni di soddisfazione provocano imbarazzo e spesso vengono lette non come disinteressata voglia di dar voce alla propria felicità, ma come mezzi per raggiungere altro.

    I sentimenti sono coperti da una sorta di pudore: ci insegnano che siano qualcosa di intimo, difficilmente comunicabile, quasi impossibili da comprendere. Anche per questo motivo non si coltiva il linguaggio emotivo, non si insegna a sentirsi liberi di provare qualunque sentimento ci arrivi dritto nello stomaco e, soprattutto, si sconsiglia di esprimerlo.

    Eppure fa probabilmente molto più male un rimpianto che il lieve disagio di un rossore quando si confessa di essere felici, o di essere innamorati.

    Dai voce ai tuoi “grazie”, non dimenticare di dire “mi sei mancato”, concedi i “ti amo” o i “ti voglio bene” che senti. Non chiuderti nella gabbia del “ma tanto si sa” o del “mi pare naturale”. Lascia aperta la porta delle emozioni, che siano positive o negative non importa: vivile tutte, assaporale e senti che sapore ti rimane in bocca, impara a gestirle e ad apprezzarne le percezioni. Concedi a chi ti è accanto di sapere come ti senti, concedigli di condividere i tuoi sorrisi e di comprendere, eventualmente, le tue lacrime, concedigli di sapere quanto conta per te (ricordando che saperlo è una cosa, ma sentirselo dire… un’altra!).

    le tue emozioni non sono solo tue nuova(sbordo)BLOG

    Comunque vada, che tu sia felice o che tu sia triste, cerca di non indossare una maschera. Accetta che non tutti capiranno e sentiti sostenuto da chi, invece, lo farà.

    Dott.ssa Giulia Schena

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