“E se ti volessi aiutare?” – 6 verità importanti per sostenere chi è in lutto

A volte quando si sta soffrendo, in particolare quando si sta soffrendo per qualcosa di così tremendo e doloroso come una perdita o un lutto, sembra che nessuno possa capire. Anzi, per essere ancora più precisi, sembra che nessuno voglia capire. Sembra che nessuno si fermi a pensare a come aiutarti, che nessuno sia interessato a ciò che provi, che nessuno presti occhi e orecchie a capire davvero quello che stai vivendo.

Per fortuna, non è sempre così: ci sono tante persone che avrebbero voglia di essere d’aiuto, ma, per un motivo o per l’altro non ci riescono. Il timore di dire la cosa sbagliata, che tiene bloccati nel non dire nulla; il fatto di rendersi conto che per quanto si possa fare non si è ciò di cui l’altro ha bisogno; la paura di far stare peggio invece che far stare meglio; la sensazione di non essere compresi nella propria voglia di dare una mano.. Questo, e tanto altro, crea voragini di distanza, abissi di silenzi, baratri di solitudine, profondità di incomprensioni. E tanto, tanto dolore. Che si somma al dolore di partenza.

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Quindi, se vuoi essere d’aiuto ad una persona che sta attraversando un lutto, non tirarti indietro. Ricorda, piuttosto, queste 6 cose:

  1. Puoi prenderti il tuo tempo: rifletti su ciò che vuoi dire, pensa a ciò che desideri far arrivare, ascolta come ti senti e cosa provi, pesa le tue sensazioni e immagina quelle dell’altro. Non serve agire di fretta, il lutto è un percorso che avanza lento, quindi tutto intorno può procedere con calma.
  2. Concedi all’altro di prendersi il suo tempo: non essere pressante, non mettere fretta, non creare ansie e aspettative. Esplicita che ci sei, fai un salto a dimostrare la tua presenza, ma poi rimani solo se richiesto. Parla solo se l’altro sembra volerlo. Ascolta solo ciò che l’altro sembra voler dire. Un minuto al giorno, un messaggio al giorno, un abbraccio al giorno.. possono essere sufficienti. Non fanno sentire soli, e al contempo non fanno sentire sotto esame.
  3. Non puoi fare tutto: non puoi risolvere tutte le preoccupazioni, tutte le incombenze, tutti i problemi di chi vorresti aiutare. Fai ciò che riesci, ciò che ti risulta possibile, oppure ciò che ti viene esplicitamente richiesto (spiegando, nell’eventualità non ti fosse possibile, perché non puoi o non riesci a farlo e offrendoti di fare ciò che senti più congeniale alle tue possibilità).
  4. Puoi fare qualcosa: anche solo con la tua presenza, anche solo con il tuo interesse, sei importante. Non preoccuparti del resto.
  5. Quello che hai vissuto tu, non è quello che vive l’altro: anche se hai vissuto un’esperienza simile, non dare per scontato di sapere già cosa prova o di che cosa ha bisogno l’altro. Siete persone diverse, avete alle spalle vite diverse, vivete questa cosa in modo diverso. Ascolta, osserva, accogli. Non giudicare, non commentare.
  6. Non verrai ringraziato (o almeno sempre e non subito): a volte i tuoi sforzi sembreranno vani, o addirittura malvisti o malinterpretati. Non fartene un cruccio: chi stai cercando di aiutare è in un momento difficile, in cui ogni cosa assume connotati particolari e sfalsati. Non sei tu il problema: il problema è ciò che ha vissuto e sta vivendo. Non allontanarti perché non ti senti compreso: chi hai di fronte si sente meno compreso (e meno comprensibile) di te.

So bene che non è facile, ma ci si può provare. Considerando quanto tutto questo possa essere di supporto a chi soffre e quanto possa aiutarlo nell’elaborazione del lutto, credo ne valga la pena.

Dott.ssa Giulia Schena

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Decalogo anti-bullismo

La scuola è ricominciata da un po’, sono ricominciate le attività extra-scolastiche, sono ricominciati i vari corsi e percorsi e puntualissimi sono ricominciati anche i piccoli e grandi atti di bullismo tra bambini e ragazzi e le piccole e grandi preoccupazioni dei genitori su come gestirli.

Gestire le relazioni tra pari e comprendere quando davvero sia necessario l’intervento di un adulto, non è cosa da poco. E soprattutto non è cosa che ha un metodo fisso e sicuro alle spalle, poiché ogni caso è differente dagli altri, ogni bambino ha i suoi punti deboli, ogni situazione può deragliare in seguito a evenienze diverse.

Nonostante ciò, ci sono alcuni piccoli accorgimenti che si possono tenere in considerazione dapprima per evitare di far sì che il proprio figlio si comporti da bullo e che diventi una vittima, oppure quando si ha il sentore che a scuola (o nello sport) stia avvenendo tra i nostri figli e i loro compagni qualcosa che crea un clima negativo.

PRIMA: PER EVITARE CHE IL PROPRIO FIGLIO DIVENTI UN BULLO O UNA VITTIMA

  1. Dare ai propri figli strumenti per comprendere, gestire e comunicare ciò che avviene e ciò che provano : l’educazione emotiva e affettiva è uno dei più potenti mezzi di protezione dei nostri bambini.. Se sono in grado di riconoscere le loro emozioni, non hanno bisogno di esternarle in maniera inadeguata (vale sia per i bulli, che magari hanno rabbia o senso di inadeguatezza inespressi e li manifestano con dispetti o menando le mani, che per le vittime, che magari provano vergogna o solitudine e si chiudono in sé stessi o mettono in atto modalità regressive).
  2. Favorire i momenti di confronto e di rispecchiamento emotivo tra bambini/ragazzi : l’empatia e la comprensione dell’altro sono in certa misura innate (basti pensare all’esistenza dei neuroni specchio…), ma è necessario potenziarle per dare loro la giusta rilevanza e per aiutare i bambini a comprenderne l’importanza e le modalità di utilizzo. Proporre ai bambini momenti di ascolto reciproco o giochi di rispecchiamento permette loro di mettersi nei panni dell’altro e di avere un “vocabolario emotivo” sufficiente per gestire momenti difficili. Si possono proporre alle insegnanti laboratori sulle emozioni o coinvolgere i bambini in giochi che riguardino la consapevolezza emotiva nei pomeriggi che trascorrono insieme.. Parlare di emozioni può essere molto divertente!
  3. Evitare di etichettare il proprio bambino o i suoi compagni : se un bambino è “quello timido” o “quello aggressivo” o “quello che ne combina sempre una”, non potrà fare altro che adeguarsi a ciò che tutti gli dicono che sia. Vi sembra che il vostro bambino sia un pochino introverso? Cominciate a focalizzarvi su tutte le volte che lo è un po’ meno (anche solo poco poco poco) e fateglielo notare. Allo stesso modo fate per i suoi compagni: vi racconta spesso di quel compagnetto dispettoso? Cercate insieme a lui qualche dettaglio che dimostra il contrario, così che la prospettiva possa allargarsi ed essere più realistica.

DURANTE: QUANDO SI HA IL DUBBIO CHE SI STIANO INSTAURANDO DINAMICHE RELAZIONALI INADEGUATE O DISFUNZIONALI

  1. Non intervenire “a gamba tesa” nelle relazioni tra pari : evitare di dare al 100% ragione o torto a ciascun bambino, aiuterà ognuno a prendersi la sua parte di colpa o a riflettere sul fatto di avere anche lati positivi (e poterli implementare!). Invece di risolvere le situazioni spiacevoli al posto loro, è importante lasciare che i bambini le sbrighino in autonomia, sentendo di avere fiducia da parte degli adulti e sentendo di poter contare su di loro per consigli o suggerimenti sulle modalità da mettere in atto.
  2. Evitare di sminuire le situazioni o le emozioni : dire a un bambino affranto o impaurito “non piangere”, “non ci pensare”,  o “non serve a niente lamentarsi” non fa altro che peggiorare la situazione perché oltre al resto si sentirà incompreso o inadeguato o incapace di gestire qualcosa che agli altri sembra banale. Dire ad un bambino arrabbiato o frustrato “non puoi essere sempre tu che combini disastri”, “spero che la maestra non abbia qualcosa da dirmi anche oggi” o “vedi di finirla o nessuno ti vorrà più bene” non può essergli d’aiuto a gestire meglio la sua rabbia. Ascoltare, accogliere, cercare di comprendere (senza commentare/denigrare) aiuta i bambini a sentire di avere gli strumenti per far fronte alla situazione difficile.
  3. Non fomentare i litigi : a volte ci sembra proprio impossibile non dire ai nostri bambini “beh se ti picchia, picchialo pure tu”, ma questo non è una soluzione per niente. Infatti non solo non si risolverà il litigio, che anzi aumenterà di proporzione, ma metterà anche i bambini in confusione su cosa sia lecito fare e cosa no. Se io sono triste perché un bambino mi ha fatto un dispetto e i miei genitori mi dicono di fare altrettanto, non mi sento capito nella mia tristezza, non mi sento adeguato nel mio istinto di non rispondere a tono, e non riesco a capire quando sia giusto questo atteggiamento e quando no (d’altronde “non si picchia” e “non ci si prende in giro” sono regole base.. Ma se sono così derogabili, che sicurezza mi danno?)

DOPO: QUANDO SI SA CHE È AVVENUTO UN EPISODIO DI BULLISMO

  1. Denigrare apertamente e completamente il gesto, ma non farlo con la persona che l’ha compiuto : se si collega in maniera indissolubile quello che è stato fatto a quello che è la persona che l’ha fatto, sarà molto difficile aiutare quel bambino a cambiare.. E questo non va solo a discapito del “bullo”, ma anche di tutti quelli che gli stanno intorno: se lui rimane “il bullo” di riflesso ci saranno sempre delle “vittime”.
  2. Allearsi tra adulti di riferimento e non creare fazioni : come genitori può essere molto difficile non puntare il dito contro il bambino che ha fatto un dispetto a nostro figlio e, ancora di più, contro i suoi genitori. Ma quando si sta per farlo sarebbe bene fermarsi un secondo e mettersi nei panni di quei genitori: “cosa farei io se fosse stato mio figlio a combinare questa cosa e tutti dicessero che è colpa mia?”.  Di fronte ad atti di bullismo la buona prassi non dovrebbe essere trovare di chi sia la colpa (anche perché in genere non c’è mai una sola colpa o un solo fattore causale), quanto piuttosto scardinare la dinamica negativa che si è creata. Se anche tra adulti cominciamo a litigare o a incolparci, l’esempio che diamo non è esattamente quello che vorremmo che arrivasse ai nostri figli.
  3. Creare le condizioni affinché il “bullo” ripari al proprio errore, piuttosto che venga punito : togliere giocattoli o privilegi, mettere in disparte, estromettere dalle attività comunitarie non insegnerà al bambino ad essere più empatico e non gli insegnerà a relazionarsi con gli altri; inoltre non farà sentire meglio il bambino “vittima”. Piuttosto farà sentire il “bullo” arrabbiato, incompreso e giudicato e la “vittima” vendicativa, ma pur sempre offesa. Si può invece trovare il modo affinché chi ha provocato una sofferenza cerchi di comprenderla, si metta al livello del bambino che ha offeso, si trovi a dover riflettere sulle emozioni altrui.
  4. Se il bullo e/o la vittima dimostrano di è provare disagio o di vivere male questa situazione, meglio non sorvolare ma farsene carico : verbalizzare ciò che si percepisce, cercare un dialogo o cercare il supporto di un esperto o una persona esterna alla situazione che possa essere d’aiuto a rivedere i significati implicati nella situazione e le emozioni che ne sono derivate.. Anche la situazione peggiore ha la potenzialità di far imparare qualcosa o di far sentire all’altezza delle cose, aumentando il senso di adeguatezza e l’autostima, ma per farlo occorre che non venga dato per scontato che si debba superare in quattro e quattr’otto e darle l’importanza che merita (e che ha agli occhi dei bambini)

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Il bullismo rovina la vita di tutti quelli che vi si trovano coinvolti: i bulli e le vittime sono tutti sulla stessa barca da questo punti di vista. Non lasciargli spazio è importante: non si deve aspettare di esservi immersi fino al collo per fare qualcosa… L’educazione emotiva inizia dal primo giorno di vita.

Dott.ssa Giulia Schena

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Come spiegarsi l’inspiegabile dell’amore

Ci sono relazioni di lunga durata in cui nel tempo si sono accumulati piccoli fastidi, sensazioni sgradevoli, dubbi. Ognuno sa di aver messo nella relazione ciò che aveva, ciò che poteva. Ognuno, però, sente di non essere stato ricambiato.

“Dottoressa, è una vita che andiamo avanti.. Io gli/le ho dato tutto.. Tutto. E mai un riconoscimento, mai un grazie. E ci fosse stata una volta in cui lui/lei ha fatto il primo passo.. E ora ha anche il coraggio di dire che è lui/lei ad essere stanco. Ha il coraggio di voler far passare l’idea che sia stato lui/lei a soffrire. Ma le pare possibile?!?”

Quella che rimbomba tra queste parole è sempre la stessa domanda: “Ma mi ha mai amato? Come può dire che mi ama se mi ha fatto stare così male? Come può non essersi reso conto che io stavo facendo di tutto per tenere in piedi questa relazione senza essere mai ricambiato?!”
E lo volete sapere qual è la cosa paradossale? È che queste stesse identiche cose potrebbero essere dette da entrambi i coniugi: entrambi si sentono traditi, sviliti, poco apprezzati. Entrambi sostengono di aver amato oltre ogni limite, ed entrambi sostengono che l’altro non lo abbia colto.

E come è possibile? Se entrambi si sono amati, se entrambi hanno dato tutto, come si può essere arrivati a questo punto?

“C’era una volta una persona che amava tantissimo la cioccolata. La amava talmente tanto che condividerla con gli altri era una sofferenza e una grande prova d’amore. Quella persona ne incontrò un’altra, di cui si innamorò profondamente e decise di voler condividere con lei tutta la cioccolata del mondo perché per lei valeva la pena di privarsi anche del cioccolato. Naturalmente, non le disse mai di che grosso impegno fosse donarle il cioccolato, anzi lo fece sembrare qualcosa di assolutamente naturale.

C’era una volta una persona allergica al cioccolato. Lo odiava così tanto da essere infastidita anche solo dal suo odore. Non capiva come si potesse amare una cosa tanto odiosa e ricevere cioccolato in dono era qualcosa di profondamente offensivo e insopportabile. Un giorno incontrò un’altra persona e se ne innamorò talmente profondamente da accettare in qualche modo di avere a che fare con il cioccolato, dato che l’altro sembrava non esserne così schifato. Naturalmente non gli disse mai di quanto odiasse il cioccolato, perché non voleva sembrare strana e, tutto sommato, per l’altro sembrava una cosa talmente naturale che farla scemare non doveva essere complicato.

C’era una volta una coppia: l’uno continuava a regalare cioccolatini, l’altra continuava a detestarli. Il primo dopo il primo cioccolatino, vedendola insoddisfatta, decise di aumentare la dose, e ancora, e ancora. Ma lei era sempre insoddisfatta, e lui cominciava ad essere stanco, a sentirsi incompreso e a chiedersi come potesse lei non essere mai contenta se davvero lo amava. E lei, dal canto suo, si chiedeva come potesse lui continuare imperterrito ad affrontarla così se davvero la amava, e come poteva non apprezzare il fatto che lei comunque sopportasse le sue idiosincrasie.”

Spesso succede che entrambi si porta il proprio sé, la propria storia, le proprie capacità dentro la relazione, dando tutto il possibile, ma dimenticandosi di spiegarsi, di comunicare, di dirsi “questo mi piace”, “questo no”, “questo mi fa sentire così”, “questo mi fa sentire cosà”, e di chiedersi “a te cosa piace?”, “come ti fa sentire questo?”.. E nel tempo sentimenti inespressi, piccole e grandi incomprensioni, si accumulano a far sembrare ognuno lontano e distaccato, e a far sentire ognuno stanco e disperato.
La prossima volta che il/la vostro/a partner fa per l’ennesima volta qualcosa che vi fa imbestialire, fermatevi. Non tacete per quieto vivere, nè arrabbiatevi per cambiare le cose. Fermatevi. Chiedetevi se quello non è il suo cioccolatino per voi che odiate il cioccolato. Spiegate come vi fa sentire, chiedete come lo fa sentire. Fermatevi. Non lasciate la cosa sfuggire via, ma usatela come un propulsore di comprensione, come un motore di cambiamento.

Dott.ssa Giulia Schena

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La rabbia dei bambini: 3 modi per gestirla

La rabbia è un sentimento particolare, perché, oltre ad essere spesso demonizzato, quando arriva porta con sé sensazioni sgradevoli sia a livello fisico (batticuore, tensione…) che a livello emotivo (un forte turbamento). Inoltre la rabbia spesso si presenta in associazione ad altre sensazioni ed emozioni vissute (e fatte vivere) come negative e sgradevoli: la rabbia può essere uno sfogo per l’ansia, può essere un modo per esorcizzare o per nascondere la paura, ci si può arrabbiare perché si è molto stressati o stanchi.. E tutte queste associazioni non fanno che rendere la rabbia più difficile da gestire (ad esempio se sono stanco, ho meno energie a disposizione e da investire nel controllo di me e nella comprensione di cosa mi stia accadendo).

Per questi motivi i bambini fanno fatica a governare la rabbia, quindi possono esplodere in comportamenti eccessivi e inadeguati (a volte anche pericolosi per sé o per gli altri). 
Ciò non significa che la rabbia vada smorzata sul nascere, anzi! Si deve trovare il modo di consentire ai piccoli di far fluire la rabbia e di imparare a controllarla… Imparare fin da piccoli ad avere a che fare con la propria rabbia, è un grande aiuto nel processo di crescita: permette di diventare grandi con più consapevolezza di sé e riconoscendo dei propri limiti, senza doversi sentire in colpa o inferiori per la loro presenza (se i miei  genitori o i miei educatori mi accompagnano a scoprire la rabbia e la frustrazione, mi dicono che è normale provarla e mi sostengono nel trovare strategie utili a reggerla e coordinarla, significa che non c’è nulla di male a provarla e che vivo una cosa naturale, che tutti vivono). 

Alcune idee per aiutare i bambini a fare i conti con la propria rabbia:

  1. La “palestra della rabbia”: può essere un momento specifico (dopo qualche episodio particolare, vissuto o visto vivere) o un appuntamento ricorrente (come gli sport o le attività extra scolastiche hanno orari fissi per allenarsi, può averlo anche questa attività). Funziona così: nei momenti di serenità si immagina insieme come si potrebbe sfogare la rabbia quando arriva, provando davvero a mettere in pratica le idee che si propongono e cercando di capire come ci si sente (ad esempio se si propone di fare un urlo per sfogare la rabbia, si prova davvero a farlo). Fare quest’attività nei momenti tranquilli, anche se sembra un controsenso, permette invece di ragionarci su, anche divertendosi, in momenti di bassa attivazione emotiva, costruendo la possibilità di sentirsi in grado di controllare la rabbia anche quando arriva come un uragano. Inoltre sapere di avere un appuntamento fisso con questo allenamento può essere utile ai bambini per controllarsi in altri momenti (per la serie “vorrei picchiare il mio compagno perché mi ha fatto arrabbiare, ma so che oggi pomeriggio avrò la palestra della rabbia.. Mi tengo da parte la sensazione per utilizzarla in quel contesto”). È importante che gli adulti siano presenti (e non solo fisicamente!!), che prestino attenzione, che dimostrino interesse, che facciano sentire il bambino accompagnato in quest’attività, perché solo così sarà un’attività davvero condivisa e davvero pregnante per il bambino
  2. La scatola della rabbia: può essere un oggetto di qualsiasi tipo, purché sia di un materiale plasmabile e, magari, che sia sufficiente piccolo da essere trasportato. Funziona così: si sceglie o si costruisce una scatola (o un vaso, o un astuccio.. O un qualsiasi oggetto che in qualche modo si presti a contenere altro) e la si fa propria (decorandola insieme, ad esempio). Ci si accorda, poi, che quella scatola sia il posto in cui convogliare la rabbia: si può romperla, scalfirla, colorarla, urlarci dentro, scriverci i propri pensieri (o addirittura delle parolacce!).
  3. Il diario della rabbia: è uno strumento da usare in modo particolare con i bambini o i ragazzini un po’ più grandicelli, ma che si può adattare anche ai più piccolini con qualche accorgimento (ad esempio usando i disegni invece dello scrivere). Funziona così: ogni membro della famiglia (figli e genitori!) si munisce di un diario o di un quadernetto o di un block notes o, per i più tecnologici, di una app che permetta di segnare delle note; l’accordo è di segnare ogni volta che ci si arrabbia, cosa ha provocato la rabbia, come si è reagito, come ci si è sentiti… Poi si creano momenti di confronto, in cui raccontarsi, ascoltarsi, riflettere insieme. Quest’attività permette sia di attenuare le reazioni eccessive nei momenti di rabbia, in virtù del fatto che sia necessario essere riflessivi per poter trascrivere quello che sta avvenendo, sia di sentirsi uniti nell’affrontare la difficoltà.

Avrete notato che tutte queste idee sono attività che coinvolgono bambini e adulti insieme. Questa non è una cosa casuale.. È importante che i bambini sentano la voglia e l’interesse nell’accompagnarli nella gestione della rabbia da parte degli adulti di riferimento, sia per non sentirsi soli di fronte ad una cosa tanto intensa, sia per sentirsi approvati, compresi, ascoltati nel loro bisogno di provare la rabbia, ma anche di affrontarla adeguatamente.

Ma c’è di più: aiutare i bambini a fare i conti con la rabbia ha un ulteriore risvolto positivo: aiuta anche i grandi a fare lo stesso! Perché ammettiamolo: spesso anche noi avremmo bisogno di capire meglio cosa farne delle nostre arrabbiature e come far fronte a tutti quelli che ci chiedono di stare più calmi.

Dott.ssa Giulia Schena

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