Quando l’attesa non è dolce

Nella vita a volte arriva un momento in cui ci si guarda con il proprio partner e si capisce che è “il momento”.
Il Momento con la I e con la M maiuscole. Insomma, il momento giusto per cominciare a pensare di fare un figlio.

Per alcune coppie la ricerca è tranquilla e serena, e nel giro di qualche mese arriva la gravidanza (mediamente un tempo nella norma è fino ad un anno di rapporti mirati, ovvero rapporti non protetti in fase ovulatoria).
Per altre coppie, però, inizia un’attesa che non è per nulla dolce: i mesi passano e il ciclo arriva sempre, inesorabilmente.
Inizialmente, soprattutto se la coppia è giovane, si tende a minimizzare il peso di questa attesa: “arriverà”, “non pensateci”, “godetevi la vita finché non arriva”…

Indipendentemente dal resto, però, questa attesa può diventare snervante, e creare intorno a sé ansia (perché ci si sente sbagliati, e si tenta di capire cosa ci sia che non vada) e solitudine (perché ci si sente incompresi, o addirittura si prova vergogna per la propria situazione).

Passato il primo anno di ricerche, spesso, inizia il calvario di esami e approfondimenti per capire la causa del mancato concepimento. A volte si trova (in un tempo variabile tra qualche mese e più di un anno), a volte sembra essere introvabile (anche se in realtà una causa c’è sempre, il 20% delle coppie che non riescono a concepire un figlio viene considerata “sine causa”).
E intanto il tempo scorre.

Emotivamente la difficoltà a concepire un figlio può comportare:
– ansia (in particolare verso tutto quello che può essere vissuto come un impedimento al concepimento, a volte anche in modo irrazionale)
– ‎tristezza
– ‎ senso di inadeguatezza
– ‎ rabbia verso di sé o verso il partner, in particolare se a uno dei due viene diagnosticato un problema di fertilità
– ‎ rabbia verso il mondo che non capisce o ignora o minimizza
– ‎chiusura (per non sentirsi giudicati)
– ‎ problemi nella relazione di coppia (sia a livello di rapporti sessuali, che rischiano di diventare “meccanici” e senza coinvolgimento emotivo, sia a livello di condivisione e dialogo)
– ‎ tentativo di estraniarsi dalla situazione buttandosi in altro (lavoro, cibo, sport..) o al contrario estraniamento da tutto per concentrarsi solo sul concepimento (licenziamento, abbandono di hobbies e interessi…)

Purtroppo, spesso, le coppie che non riescono a concepire un figlio, dal punto di vista psicologico ed emotivo, vengono lasciate a sé stesse. Anche nei percorsi di pma (procreazione medicalmente assistita) difficilmente c’è la presenza di psicologi o psicoterapeuti che possano accompagnare e sostenere la coppia (nonostante l’aspetto emotivo possa avere un peso anche sullo stesso concepimento, oltre che sul benessere personale).

Dott.ssa Giulia Schena

_______________________

Per informazioni 3423645985 (anche WhatsApp) o psicologa.schena@gmail.com

Social:

FB http://www.facebook.com/psicologaschena

IG http://www.instagram.com/professione_psicoccola

_______________________

Articolo in collaborazione con https://educamente.altervista.org

Annunci

Essere imperfetti… O essere unici?

“Dottoressa mio figlio è nato con una piccola malformazione.. Non è nulla di grave o insormontabile, ma io sono molto preoccupata.. Perché il mondo là fuori sa essere molto cattivo, e io non voglio che lui possa essere preso in giro o che questa sua imperfezione possa essere per lui una debolezza… Vorrei solo che mio figlio potesse essere sereno.. Come posso aiutarlo?”

“Sai, forse il primo passo per evitare che questa cosa possa essere un peso per lui, è quello che potete fare voi come genitori: tutti noi abbiamo paura che i nostri figli possano soffrire, ma se impariamo a leggere le piccole imperfezioni non come diversità, ma come caratteristiche, come piccoli dettagli di particolarità, come rarità che impreziosiscono l’essere unici, sarà più facile per i nostri bambini non preoccuparsi di come sono..
Se cerchiamo i modi per cambiarli, o per camuffare le loro particolarità, penseranno di doversi vergognare..
Ma se tu come madre cerchi di vivere la sua diversità come una normalità, o addirittura come una bellezza nella sua unicità, lui potrà imparare ad apprezzarla e nessuno lo prenderà in giro, perché anche se lo facessero sarebbe così sereno da farselo scivolare addosso.
Amalo, anche e soprattutto nella sua imperfezione, e lui si amerà. E sarà felice.”

Aveva le lacrime agli occhi quella madre.
Credo pensasse a quanto è orgogliosa del suo bambino, a quanto lo trova bellissimo, a quanto per lei sia perfetto, nonostante tutto.
E forse ha pensato che anche lui potrà vedersi così perfetto, se solo lei non avrà paura di fargli sentire quanto vale.

Dott.ssa Giulia Schena

_______________________

Info 3423645985 (anche WhatsApp) o psicologa.schena@gmail.com

Lutto perinatale: comprendilo, accoglilo.

Quel “mi dispiace non c’è battito”,
o quel pianto mancato in sala parto,
o quel fortissimo formicolio alle braccia tristemente vuote,
lasciano lì imbambolati e impotenti a chiedersi come sarà possibile andare avanti.
Ma poi avanti ci si va, e si è costretti a vivere giorno dopo giorno senza qualcosa che non si sa cosa sarebbe potuto essere, senza qualcuno che non si sa cosa avrebbe potuto vivere;
e si resta lì, imbambolati e impotenti, a chiedersi se sia possibile tornare indietro.
Ma quello, no, non è possibile.

E allora si va avanti, e avanti, e avanti,
e si cerca la forza per affrontare l’assenza che è piena di una presenza invisibile.
Ci si chiede “perché?”, ci si chiede “e se..?”, ci si chiede “e poi?”.
E ad un certo punto, forse, si può trovare uno spazio dentro il proprio cuore per tutte queste domande, per tutto questo dolore, per tutto questo amore.

È un lungo viaggio nella disperazione e nella desolazione.
E la comprensione e l’accoglienza altrui possono essere una mano tesa nel buio, che aiuta a mettere un piede davanti all’altro.
Per questo è importante che il lutto perinatale non sia più un tabù: perché ad un genitore che sta lì imbambolato e impotente, serve sapere almeno di non essere solo.

Dott.ssa Giulia Schena

________________________

Info 3423645985 (anche WhatsApp) o psicologa.schena@gmail.com

La pazienza delle mamme

Le mamme ci provano ad avere sempre la situazione sotto controllo. Ci provano di continuo, ve l’assicuro.
Ma poi ci sono quei momenti. Dei momenti in cui tutto è davvero troppo.

Troppi impegni, troppi consigli non richiesti, troppe richieste, troppi capricci, troppi litigi, troppi bisogni, troppa stanchezza, troppa fatica, troppo poco tempo.
Troppo.
Troppo.
Troppo.

E allora la pazienza finisce.
E le mamme urlano, oppure piangono, oppure sbagliano, oppure crollano.
E poi si sentono delle fallite. E guardandosi intorno sembra loro di vedere solo altre mamme che non crollano mai.

Cara mamma che hai perso la pazienza, sappi che capita ad ogni singola mamma.
Non sei sola.
Non sei sbagliata.
Non sei meno brava.

Prenditi un momento.
Chiedi una mano.

E ricorda che l’amore di una madre è infinito, ma la sua pazienza no.
E tuo figlio lo sa. E non pretende nulla di diverso.

Dott.ssa Giulia Schena

_______________________

Info 3423645985 (anche WhatsApp) o psicologa.schena@gmail.com

Cose da non dire a chi non ha figli

A volte sembra che la vita di tutti debba andare esattamente così come siamo abituati a pensarla e ad immaginarla. È una sorta di auto-convincimento, come se questo ci tenesse al riparo dall’inaspettato, come se mantenesse esattamente il giusto ordine delle cose.

Ed è così che da un certo punto in poi, si comincia a dare per scontato che una coppia dovrebbe avere un figlio. E scatta la fatidica domanda:

“Ma voi allora? Un figlio niente?”

Questa è in assoluto la prima e più importante domanda da NON fare a chi non ha figli. Perché potrebbe non desiderarli, e quindi essere stanco di dover continuamente dare una spiegazione per una scelta tanto personale e intima e, ancora di più, potrebbe essere stanco di sentirsi “strano”, “assurdo” o “insensato” per questa scelta. Ma potrebbe anche non riuscire ad averne, cercarli da tanto, averne persi, essersi sottoposto a cure pesanti ed invasive, ed essere ancora e comunque in attesa. E in questo caso questa domanda oltre che fastidiosa potrebbe essere anche molto dolorosa.

E se già si sa che la persona di fronte a noi nutre il desiderio di avere un bambino, ma per qualche motivo non riesce ad averne, ci sono altre cose che sarebbe meglio evitare di dirle:

  1. Non ditele di rilassarsi, o di non pensarci. Pretendere che una persona possa non pensare a qualcosa che per lei è così importante è assurdo, oltre ad essere una richiesta che mette l’altro in difficoltà: se si presuppone che basti rilassarsi per rimanere incinte e una donna non riesce a rimanere incinta, pare quasi sia solo colpa sua. Il rilassamento, invece, non cura l’infertilità.
  2. Rispettate la privacy: domande personali, curiosi interrogatori, consigli più o meno richiesti non sempre sono graditi (a dir la verità non lo sono quasi mai). Lasciate che sia la persona stessa a parlarne se se la sente o ad evitare l’argomento se preferisce.
  3. D’altro canto, però, rendetevi disponibili ad ascoltare: l’infertilità e le difficoltà di concepimento fanno spesso sentire terribilmente soli, perché quando si parla di figli si vorrebbero sentire solo le cose belle, e non le storie di attesa estenuante. Avere qualcuno che ascolti, ma che ascolti davvero, con partecipazione e accoglienza, può essere un toccasana.
  4. Non sottovalutare il problema e non fare dell’ironia: dire che tutto sommato essere senza figli non è poi così male, perché si può fare tardi la sera, non si viene svegliati la notte o altre simili amenità, non fa che minimizzare la sofferenza che l’altro prova, e di certo non lo fa sentire capito.

A volte bastano piccoli gesti per far sentire la propria presenza e per sollevare un po’ chi già sta combattendo una dura battaglia.

Dott.ssa Giulia Schena

________________________

Hai bisogno di informazioni? Hai dubbi, domande, curiosità? Contattami via email a psicologa.schena@gmail.com o cercami su facebook psicologaschena

Non dire mai: “Ma è bravo: mi aiuta!”

“Ma è bravo: mi aiuta”

Quando parlo con una coppia credo che questa sia una delle frasi che più di tutte trovo fuori posto, perché pur apparendo come un complimento o comunque qualcosa di positivo, porta con sé un’idea che non giova a nessuno.

Non giova a chi sostiene che l’altro lo aiuti (tendenzialmente la parte femminile della coppia), perché lo fa apparire come un lagnoso che ha bisogno di aiuto in qualcosa che, di fatto, spetterebbe a lui, e allo stesso tempo fa apparire l’altro come il “salvatore” che gli viene in supporto, pur non essendo assolutamente tenuto a farlo (e quindi, poi, che c’è da lamentarsi se a volte non lo fa?!).

Non giova a chi se la sente dire, perché viene così relegato al ruolo di comparsa, di supporter, di figura laterale (e talvolta, collaterale). Come se vivesse una vita che, in realtà, non lo riguarda, ma in cui, quando può, aiuta.

E, in definitiva, non giova neanche alla coppia come sistema, perché crea una serie di ambiguità nei ruoli, nei compiti, nelle aspettative che ognuno ha verso l’altro.

Quando si condivide la vita i compiti sono di entrambi; ognuno ci mette del suo, ci si dividono gioie e dolori più o meno equamente e nessuno è “bravo” perché aiuta l’altro: aiutare l’altro nelle incombenze quotidiane che riguardano la coppia o la famiglia è un dovere che ci si prende entrambi quando si decide di costruire qualcosa assieme.

Tra l’altro, spesso, dire che l’altro è bravo perché aiuta è il preludio di una qualche critica o lamentela, ovvero di un malcontento che si cerca di mascherare a sé stessi o all’altro per evitare discussioni. Evitando così, però, anche la possibilità di risolvere ciò che non va.

“Siamo bravi : abbiamo costruito un nostro equilibrio!”

Non è forse meglio dire così? O almeno tentare di lavorarci per ottenerlo?

Dott.ssa Giulia Schena

________________________

Hai bisogno di informazioni? Hai dubbi, domande, curiosità? Contattami via email a psicologa.schena@gmail.com o cercami su facebook psicologaschena

Quando il batticuore si sopisce

“Dottoressa io non lo so cosa sia successo, pare che non ci sia più niente.. boh forse stiamo insieme per abitudine.. ma così che senso ha?”

Capita più o meno così: due persone si incontrano, si piacciono, decidono di stare insieme. Ci sono tra loro occhi a cuoricino, farfalle nello stomaco, e un batticuore che sembra non fermarsi mai. È tutto un pensarsi, un chiamarsi, un mancarsi.

Poi il tempo passa, la storia evolve, i pensieri variano. Ci sono nuove preoccupazioni, nuovi impegni. E ogni tanto ci si ferma, e ci si accorge che qualcosa è cambiato. Ma si fa una gran fatica a capire il perché, e ci si aggroviglia in svariati pensieri, che altro non fanno se non aumentare il senso di frustrazione e la fatica ad accettare questa nuova relazione.

Credo che sia colpa dei film. O forse dei libri. O forse delle storie che ci raccontiamo. È colpa della fregatura che ci diamo da soli quando pensiamo che tutto possa essere per sempre allegro e scoppiettante.

L’innamoramento è una fase. E d’altronde non potrebbe essere altrimenti: pensate anche solo fisicamente come sarebbe faticoso sostenere tutta l’eccitazione, tutto il turbinio di emozioni, tutte le fantasticherie del periodo in cui tutto è sbriluccicoso.

Passato l’innamoramento subentra l’amore. Subentra se lo si lascia entrare. Se non si ha paura di accettare anche la fatica di stare insieme conoscendo pregi e difetti invece dell’attesa di scoprirsi ancora un po’; se si accetta la pacatezza di un momento di pace sul divano invece della frenesia del fare cose e costruire ricordi; se si accetta la dolcezza di un bacio dato di fretta prima di uscire la mattina invece della passione dei baci al chiaro di luna quando non ci si vuole salutare e si strappa un altro minuto al tempo.

Stare insieme nel tempo significa passare dal sentirsi sulle montagne russe, al sentirsi a casa. Semplicemente, a casa.

“L’amore non è un falò nell’anima, ma piuttosto un focolare che ci tiene caldi e al sicuro, coccolandoci mentre ci addormentiamo.”

A volte è molto difficile accettarlo. A volte c’è bisogno di una mano, per capire come ritrovare un equilibrio in questo luogo calmo dove prima c’era la tempesta. A volte non è nemmeno possibile, perché magari davvero tutto si è esaurito (e allora, continuare a stare insieme sperando che così faccia meno male, scava nell’anima creando una voragine).

Ma quando ci si riesce. Beh, allora la fatica fatta è valsa la pena.

Dott.ssa Giulia Schena

________________________

Hai bisogno di informazioni? Hai dubbi, domande, curiosità? Contattami via email a psicologa.schena@gmail.com o cercami su facebook psicologaschena