Essere imperfetti… O essere unici?

“Dottoressa mio figlio è nato con una piccola malformazione.. Non è nulla di grave o insormontabile, ma io sono molto preoccupata.. Perché il mondo là fuori sa essere molto cattivo, e io non voglio che lui possa essere preso in giro o che questa sua imperfezione possa essere per lui una debolezza… Vorrei solo che mio figlio potesse essere sereno.. Come posso aiutarlo?”

“Sai, forse il primo passo per evitare che questa cosa possa essere un peso per lui, è quello che potete fare voi come genitori: tutti noi abbiamo paura che i nostri figli possano soffrire, ma se impariamo a leggere le piccole imperfezioni non come diversità, ma come caratteristiche, come piccoli dettagli di particolarità, come rarità che impreziosiscono l’essere unici, sarà più facile per i nostri bambini non preoccuparsi di come sono..
Se cerchiamo i modi per cambiarli, o per camuffare le loro particolarità, penseranno di doversi vergognare..
Ma se tu come madre cerchi di vivere la sua diversità come una normalità, o addirittura come una bellezza nella sua unicità, lui potrà imparare ad apprezzarla e nessuno lo prenderà in giro, perché anche se lo facessero sarebbe così sereno da farselo scivolare addosso.
Amalo, anche e soprattutto nella sua imperfezione, e lui si amerà. E sarà felice.”

Aveva le lacrime agli occhi quella madre.
Credo pensasse a quanto è orgogliosa del suo bambino, a quanto lo trova bellissimo, a quanto per lei sia perfetto, nonostante tutto.
E forse ha pensato che anche lui potrà vedersi così perfetto, se solo lei non avrà paura di fargli sentire quanto vale.

Dott.ssa Giulia Schena

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La pazienza delle mamme

Le mamme ci provano ad avere sempre la situazione sotto controllo. Ci provano di continuo, ve l’assicuro.
Ma poi ci sono quei momenti. Dei momenti in cui tutto è davvero troppo.

Troppi impegni, troppi consigli non richiesti, troppe richieste, troppi capricci, troppi litigi, troppi bisogni, troppa stanchezza, troppa fatica, troppo poco tempo.
Troppo.
Troppo.
Troppo.

E allora la pazienza finisce.
E le mamme urlano, oppure piangono, oppure sbagliano, oppure crollano.
E poi si sentono delle fallite. E guardandosi intorno sembra loro di vedere solo altre mamme che non crollano mai.

Cara mamma che hai perso la pazienza, sappi che capita ad ogni singola mamma.
Non sei sola.
Non sei sbagliata.
Non sei meno brava.

Prenditi un momento.
Chiedi una mano.

E ricorda che l’amore di una madre è infinito, ma la sua pazienza no.
E tuo figlio lo sa. E non pretende nulla di diverso.

Dott.ssa Giulia Schena

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Esiste. – Comprendere il lutto perinatale

Per la maggior parte delle persone, anche amici e parenti a volte, è difficile comprendere il lutto per la perdita di un bambino in gravidanza o nel periodo perinatale. Non comprendono come sia possibile provare un dolore così profondo per l’assenza di un bambino che è stato presente per così poco tempo e non realizzano come si possa sentire così forte la mancanza di una persona quasi sconosciuta, con la quale non si è condiviso più di qualche istante.

Quel bambino, quella bambina, anche se non è più tra le braccia dei suoi genitori, è esistito, è esistita.

Quando si scopre di attendere un bambino, si comincia a sognare. Si immagina la propria vita con lui, si ascolta ogni singolo segnale della sua presenza, ci si prepara ad accoglierlo, si fantastica su come sarà, su chi gli somiglierà, ci si chiede come sarà il suo primo compleanno, come sarà vederlo crescere. Ecco. Fin da quel momento, lui esiste.

Poi, quando quel figlio muore, quando il suo cuore smette di battere, lasciando il vuoto nelle braccia dei loro genitori, i sogni vanno in frantumi. Ma lui non smette di esistere. Anche se non c’è più, esiste. Ha vissuto nelle vite dei suoi genitori e di chi l’ha amato, e continua a viverci pur non essendoci più fisicamente.

Ora, se non l’avete vissuto, se non riuscite a capire come possa essere così doloroso, provate per un momento ad immaginare come sarebbe non avere con voi i vostri figli. Immaginate come sarebbe non poter aprire con loro i regali al compleanno o a Natale. Immaginate di non vederli crescere, mentre intorno a voi i figli degli altri crescono. Immaginate le notti che vi hanno fatto trascorrere in bianco, trascorse in bianco non per il loro pianto, ma per la loro assenza. È difficile anche solo immaginarlo, lo so. Provateci, solo per un istante.

E ancora, se riuscite, immaginate se le persone intorno a voi fingessero che vostro figlio non esistesse. Immaginate se dimostrassero di pensare che parlare di lui fosse superfluo e fuori luogo. Immaginate se preferissero non ricordare il giorno del suo compleanno. Immaginate se cercassero di far passare l’idea che non faccia parte della vostra famiglia. Non sarebbe piacevole, vero?

Pensateci quando chiederete a chi ha perso un figlio di andare avanti, di non pensarci più. Pensateci quando vi verrà da dire che non è importante, e che si deve guardare al futuro.

È vero: guardare al futuro è importante. Ma in quel futuro, anche se non si vedrà fisicamente, quel figlio ci sarà. Perché esiste. E solo ammettendo che esiste, si possono aiutare i suoi genitori a trovargli un posto nella loro quotidianità, a parlare di lui con serenità e, quindi, ad andare avanti davvero. Con lui nel cuore anche se non è tra le braccia.

Dott.ssa Giulia Schena

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Sai cosa significa perdere un bambino?

La morte, il lutto, il dolore della perdita, sono esperienze che prima o poi, nella vita, toccano tutti. E ogni volta è un’esperienza dura, intensa, faticosa: ognuno a modo suo affronta la necessità di ritrovarsi e di ritrovare in sé qualcosa di chi ha perso, per poter andare avanti.

Ma perdere un bambino, prima o dopo che sia nato, è qualcosa di un po’ diverso. Innanzitutto perché è qualcosa che si cerca di non voler vedere: fa così paura, così tanto male, anche solo pensare a queste piccole vite spezzate troppo presto, che solo raramente si trova la possibilità di parlarne, riconoscerle, accoglierle. Eppure la perdita di un bambino, in tutta la sua drammaticità, è qualcosa che capita molto più spesso di quanto si pensi, e questo fatto che non se ne parli o che si cerchi di minimizzare, aumenta la fatica che i genitori in lutto devono affrontare per poter elaborare questo lutto.
Perdere un bambino è diverso perché quando tuo figlio muore, muoiono con lui tutti i sogni, le speranze, tutto ciò che avevi immaginato e pianificato per il futuro. Perché lui era così piccolo, aveva tutta la vita davanti, e tu stavi piano piano imparando a cambiare con e per lui. E d’un tratto tutto si ferma, e tu ti trovi in corsa su un treno verso il cambiamento, ma senza più binari a portarti, senza più prospettive davanti. E devi ripartire da capo. Ricostruire un futuro già diventato passato.

Perdere un bambino è diverso perché non ti resta quasi nulla di lui: nulla che tu possa condividere con gli altri per parlare di lui, per ricordarlo; nulla che ti aiuti a costruire le sue memorie; nulla che costituisca la sua storia. È difficilissimo perché rimane il terrore di dimenticare, la paura che gli altri dimentichino o non vogliano ricordare.

Perdere un bambino è diverso perché ogni singolo giorno non si può fare a meno di chiedersi come sarebbe stato. Ogni singolo avvenimento è un avvertimento che si sarebbe potuto vivere con lui. E anche le cose più piccole e banali, si trasformano in grandi punti di domanda: come sarebbero stati i suoi occhi? Avrebbe amato la cioccolata? Avrebbe fatto i capricci per guardare i cartoni? Avrebbe voluto giocare a calcio? O forse fare nuoto? O gli sarebbe piaciuto ballare? 

Perdere un bambino è diverso. È diverso soprattutto perché ci si sente soli. E basterebbe poco per lenire almeno questa solitudine: basterebbe accettare, ascoltare, accogliere. Basterebbe non fingere che “c’è di peggio”, non sostenere che “ne farete altri, non ci pensare”, non concludere che “capita spesso, non ti ci fissare”.

Basterebbe dare uno spazio a questi bimbi, riconoscendo che sono esistiti, anche se solo per poco tempo, e che esisteranno sempre, nell’amore di chi li ha desiderati e attesi.

Dott.ssa Giulia Schena

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Quello che resta di quello che non è stato

Ci sono storie che non hanno nemmeno il tempo di essere vissute, futuri che diventano passati ancora prima di essere davvero presenti.

Ci sono genitori che non hanno l’occasione di stringere i loro bimbi tra le braccia, di vederli crescere, di viverli fuori dai loro sogni e dalle loro speranze. Ci sono bambini la cui vita dura poco più di un soffio, lasciando dietro di sé dolore e sogni infranti.

Una culla vuota, un giocattolo ancora impacchettato, un quadro vuoto senza quella fotografia mai scattata, un palloncino sgonfio, una casa silenziosa e ordinata: perdere un figlio non è solo perdere lui, ma anche sogni, speranze.. si perde il futuro che lui non potrà vivere. Ed è in questo futuro senza di lui che si deve andare avanti.

Quando si perde un figlio riuscire a trovare uno spazio a quello che non è stato è tremendamente difficile: elaborare la perdita, riempire il vuoto, riuscire a trasformare il dolore sordo e cupo in nostalgia, riuscire a vedere nell’assenza di quel figlio la presenza di ciò che ha lasciato a chi lo ha amato, nonostante tutto. Riuscire a sentire che in quel futuro, comunque, quel bambino c’è, non come ci si era immaginati, ma c’è e non è stato dimenticato.

Ogni bambino lascia qualcosa con il suo passaggio, una traccia, un cambiamento, un ricordo. Non è facile appigliarsi a questo nel mare del dolore, ma è possibile.. E quando ci si riesce, tutto cambia.

Ogni bambino può aver lasciato dietro di sé…

  • L’amore. Non ho conosciuto nessun genitore che mi abbia detto che avrebbe preferito non aver avuto quel figlio, nonostante l’infinito dolore della sua perdita. Tutti i genitori hanno profondamente amato i loro figli, e continuano ad amarli al di là della loro morte. Tutti i genitori ricordano con tenerezza ogni istante trascorso ad attendere i propri bambini, ricordano le speranze, ricordano i sogni… E in questi ricordi i loro figli rimangono, così come l’amore per loro.
  • Occhi nuovi. Un nuovo modo di guardare al mondo e alla vita. L’attenzione alle piccole cose, la voglia di trovare nei dettagli della propria quotidianità qualche buon motivo per andare avanti, il desiderio di non perdere la speranza e di continuare a credere di poter ancora sorridere.
  • Nuove sensibilità. Aver attraversato la burrasca, essere piombati dalla felicità più pura al burrone buio della sua perdita, sapere cosa significa sentirsi soli e vuoti, apre le porte a una nuova empatia, alla voglia di esserci per chi altro soffre, ad una capacità di ascoltare senza giudizio e senza pretese.

Questo, e tanto altro, è quello che resta di quello che non è stato; e questo, e tanto altro, può essere il motore per elaborare il lutto per la perdita di un figlio. Questi, e molti altri, sono i motivi per cui un bambino che è venuto a mancare non va dimenticato, non va sostituito, ma può e deve essere riconosciuto, sempre e da tutti, come un membro reale, anche se non fisicamente presente, di quella famiglia e della vita dei suoi genitori.

Dott.ssa Giulia Schena

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“Mangi o non mangi? Ti prego, mangia!” – Genitori alle prese con l’alimentazione dei figli

Quello dell’alimentazione è uno dei temi scottanti della genitorialità. Il bimbo non fa in tempo ad essere nato che già comincia l’inquisizione:

“Mangia? Ma quanto mangia?”, “Ma gli hai dato da mangiare?”, “Guarda che piange, ha fame.. Hai poco latte”, “Guarda che è troppo ciccione, mangia troppo”..

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E con una partenza di questo tipo non stupisce che spesso e (mal)volentieri il momento del pasto sia qualcosa che mette tutta la famiglia sul chi va là, creando così non pochi problemi.

Nella maggioranza dei casi i problemi sono di origine transitoria e non compromettono la crescita e la serenità dei bambini (cliccando qui , in ogni caso, potete trovare la spiegazione dei principali disturbi dell’alimentazione in età evolutiva).

Ciò che rischia di irrigidire o rendere davvero difficoltosa la relazione dei bambini con il cibo, di fatto, sono proprio le ansie e l’eccessiva apprensione dei genitori e la conseguente gestione inadeguata del momento del pasto: una normale inclinazione o una fase di sviluppo del bimbo può così trasformarsi in un reale disturbo.

Ma quale potrebbe essere una gestione funzionale della sfera alimentare dei bambini? 

  • Qualche nozione:
  1. Prima di allarmarsi/innervosirsi/insistere di fronte ad un bambino che non mangia o che mangia poco, assicurarsi che non vi siano problemi medici alla base di questo comportamento: un mal di gola, un’otite, un po’ di nausea possono essere motivo di rifiuto alimentare.. Ma se i genitori ne fanno una tragedia invece che risolversi con il recupero della salute, il comportamento potrebbe diventare strutturato e persistente. 
  2. Attenzione all’ipersensibilità sensoriale: alcuni bambini possono faticare ad accettare cibi di una certa consistenza o di una certa temperatura (troppo caldi/troppo freddi) a causa della presenza di una sensibilità tattile  più spiccata.. Eventualmente basta evitare tali consistenze senza irrigidirsi su pretese che creano dissapori, scontri e incomprensioni.
  3. Tra i 18 e i 20 mesi di vita inizia una fase definita “neofobia“: da quel momento fino ai 3-5 anni i bambini possono essere restii ad accettare cibi sconosciuti o presentati loro in forme sconosciute (ad esempio l’uovo sodo a bambini abituati a mangiare l’uovo strapazzato).. Questa è una fase adattiva, che nell’ambito della sopravvivenza della specie ha il significato di proteggere i piccoli da alimenti potenzialmente velenosi. Nulla di preoccupante, quindi: basterà continuare a presentare loro i cibi “incriminati” senza imposizioni e senza drammi.. Piano piano acquisiranno fiducia.
  • Qualche dritta:
  1. I primi a cambiare dobbiamo essere noi: i bambini seguono l’esempio degli adulti dei quali si fidano e ai quali si affidano.. Una buona educazione alimentare parte dalle abitudini familiari: per questo mangiare tutti insieme, condividere gli stessi alimenti e rendere positivo il momento del pasto, è il primo passo per vivere con serenità l’alimentazione.
  2. Il cibo non va usato come strumento di potere: è bene che non divenga né un ricatto (“se mangi tutto ti compro il giocattolo”, “se non mangi non puoi guardare la TV”), né un’intimidazione (“se non mangi arriva il lupo…!”). Inoltre è importante che non si mescolino aspetti affettivi ed educativi legati all’alimentazione (“se non mangi la mamma piange”, “i bambini bravi mangiano tutto”).
  3. Come in tutto il resto, non c’è un modo giusto o un modo sbagliato di educare i bambini al momento del pasto: ogni famiglia può decidere le proprie regole purché siano chiare, condivise e, soprattutto, che tengano conto delle capacità e delle possibilità dei propri bambini a seconda della loro età (ad esempio è fuori luogo aspettarsi che un bambino di due anni stia seduto composto a tavola senza sporcarsi e facendo beatamente conversazione per più di 15 minuti). Mamma e papà hanno, anche in questo ambito, l’importante ruolo di gestire la situazione, decidendo insieme e sostenendosi a vicenda (e quindi chi si sente più sereno nella gestione dell’alimentazione, è bene si faccia avanti nel dirimere le piccole o grandi tragedie che si possono instaurare a causa delle apprensioni dell’altro, senza criticarlo o giudicarlo: ognuno fa il meglio che può e se si è in due, un motivo c’è). In ogni caso ricordate che concedere tutto e non concedere niente si equivalgono e sono entrambi, a modo loro, comportamenti che creano confusione e che non permettono di far emergere i confini sicuri di cui i bambini hanno tanto bisogno.
  4. Essere genitori che danno fiducia al proprio bambino e al suo istinto, gli permetterà di gestire l’alimentazione in maniera serena, con la naturalezza tipica di tutti i bisogni primari: a meno che non ci siano motivi collaterali, biologici o emotivi, che gli impediscono di farlo, ogni bambino sa regolarsi in maniera autonoma, soprattutto se sente intorno a sé un ambiente che lo sostiene e crede in questa sua innata capacità.
  5. Mettetevi in ascolto del vostro bambino: se le sue abitudini alimentari cambiano, cercate di capire se vi sta comunicando un disagio o se è cambiato qualcosa nella sua vita. Il benessere emotivo ha un grande peso sui comportamenti dei bambini ed è importante tenerne conto, cercando di accogliere le emozioni piuttosto che impuntarsi o evitarle.

Un ultimo, importante, consiglio è quello di vivere in maniera più serena possibile il momento del pasto e non far mai venir meno l’aspetto conviviale dello stare a tavola insieme e del condividere il cibo (quindi, ad esempio, meglio chiacchierare e fare un po’ di caos mentre si mangia, piuttosto che ipnotizzarsi davanti alla TV).

Dott.ssa Giulia Schena

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Mamme e Papà che sperano – 7 pensieri ai genitori che cercano o aspettano il loro arcobaleno

Dopo che hai perso un figlio, o addirittura più di uno, guardare al futuro è sempre qualcosa di strano, delicato: lì davanti c’è quel futuro immaginato che è diventato passato prima di diventare presente; c’è quel futuro temuto, in cui questo tremendo dolore rimane acuto e sempre più acuto; c’è quel futuro sperato, ma sperato sottovoce per non portarsi sfortuna anche se nella sfortuna non ci credi, in cui può arrivare un altro figlio, un fratello per quel bimbo che si è dovuto lasciar andare, una nuova prospettiva per sé, per riempire quelle braccia che pesano di vuoto.

Ed è in questa atmosfera, di alti e bassi, di gioia e paura, di speranza e preoccupazione, di fiducia e ansia, che si decide di voler cercare un altro figlio e poi, quando arriva, che si attende il momento della sua nascita. E rimane, sempre sempre sempre, in sottofondo quel senso di colpa che ti atterra: senso di colpa per il figlio che non c’è più, per il solo fatto di desiderarne un altro; senso di colpa per il figlio che arriverà, perché non si riesce ad aspettarlo con serenità.

Fermati mamma, fermati papà. È tutto normale. Concediti questa paura, concediti questa speranza. E ricorda sempre queste 7 cose:

  1. Un passo alla volta: non devi fare tutto, non devi farlo oggi. Concediti il tempo che ti serve. E vivi oggi, le emozioni di oggi. Oggi ci sei, oggi può ancora esserci speranza, focalizzala. Mettila lì in un angolo. Usala ogni volta che tutto questo sarà troppo duro.
  2. Sei una madre, sei un padre. Lo sei già, anche se non puoi stringere tuo figlio tra le braccia. Lo sei e hai il diritto di sentirti tale.
  3. Sei un’ottima madre, sei un ottimo padre. È per questo che ti preoccupi, è per questo che sei in ansia, è per questo che sei triste, è per questo che continui a sperare. Ami il figlio che hai avuto, anche se non è più qui con te, ami il figlio che verrà: questo è essere buoni genitori.
  4. Per affrontare tutto questo ci vuole coraggio: sei coraggioso. Soffrire e sperare allo stesso tempo è tremendamente difficile: lo stai facendo, sei coraggioso. E anche se ci sono giorni che dentro di te è tutto un casino, sei coraggioso lo stesso, perché sei qui e, comunque vada, aspetti domani.
  5. Non devi essere forte per forza, non devi essere sereno per forza: puoi essere triste, puoi essere arrabbiato, puoi perdere per un po’ la fiducia, puoi avere paura. Lascia spazio a tutte queste emozioni, non sono sbagliate, non ti rendono peggiore. Vivere la perdita di un figlio, vivere la ricerca di un altro figlio, è un’esperienza tremenda: hai bisogno di ogni emozione che vivi per superare questa prova. 
  6. Hai bisogno di credere che avrai un altro figlio, che andrà tutto bene. Ed è dura crederlo, ma ne hai bisogno, per sopravvivere. E nei giorni in cui non riuscirai a crederlo, ci sarà un amico, un’amica.. Oppure, ci sarò io. In quei giorni lo crederò io un pochino più forte, anche per te. Ovunque tu sia, chiunque tu sia.
  7. Hai bisogno di sperare, di provare ancora gioia per l’attesa di questo nuovo figlio. Concediti anche questo se puoi. Essere felici non può essere una colpa.

L’arcobaleno arriverà, e sarà un altro figlio, o magari un’altra prospettiva, o magari un nuovo progetto. Ma arriverà. 

Dott.ssa Giulia Schena

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