Mamme e Papà che sperano – 7 pensieri ai genitori che cercano o aspettano il loro arcobaleno

Dopo che hai perso un figlio, o addirittura più di uno, guardare al futuro è sempre qualcosa di strano, delicato: lì davanti c’è quel futuro immaginato che è diventato passato prima di diventare presente; c’è quel futuro temuto, in cui questo tremendo dolore rimane acuto e sempre più acuto; c’è quel futuro sperato, ma sperato sottovoce per non portarsi sfortuna anche se nella sfortuna non ci credi, in cui può arrivare un altro figlio, un fratello per quel bimbo che si è dovuto lasciar andare, una nuova prospettiva per sé, per riempire quelle braccia che pesano di vuoto.

Ed è in questa atmosfera, di alti e bassi, di gioia e paura, di speranza e preoccupazione, di fiducia e ansia, che si decide di voler cercare un altro figlio e poi, quando arriva, che si attende il momento della sua nascita. E rimane, sempre sempre sempre, in sottofondo quel senso di colpa che ti atterra: senso di colpa per il figlio che non c’è più, per il solo fatto di desiderarne un altro; senso di colpa per il figlio che arriverà, perché non si riesce ad aspettarlo con serenità.

Fermati mamma, fermati papà. È tutto normale. Concediti questa paura, concediti questa speranza. E ricorda sempre queste 7 cose:

  1. Un passo alla volta: non devi fare tutto, non devi farlo oggi. Concediti il tempo che ti serve. E vivi oggi, le emozioni di oggi. Oggi ci sei, oggi può ancora esserci speranza, focalizzala. Mettila lì in un angolo. Usala ogni volta che tutto questo sarà troppo duro.
  2. Sei una madre, sei un padre. Lo sei già, anche se non puoi stringere tuo figlio tra le braccia. Lo sei e hai il diritto di sentirti tale.
  3. Sei un’ottima madre, sei un ottimo padre. È per questo che ti preoccupi, è per questo che sei in ansia, è per questo che sei triste, è per questo che continui a sperare. Ami il figlio che hai avuto, anche se non è più qui con te, ami il figlio che verrà: questo è essere buoni genitori.
  4. Per affrontare tutto questo ci vuole coraggio: sei coraggioso. Soffrire e sperare allo stesso tempo è tremendamente difficile: lo stai facendo, sei coraggioso. E anche se ci sono giorni che dentro di te è tutto un casino, sei coraggioso lo stesso, perché sei qui e, comunque vada, aspetti domani.
  5. Non devi essere forte per forza, non devi essere sereno per forza: puoi essere triste, puoi essere arrabbiato, puoi perdere per un po’ la fiducia, puoi avere paura. Lascia spazio a tutte queste emozioni, non sono sbagliate, non ti rendono peggiore. Vivere la perdita di un figlio, vivere la ricerca di un altro figlio, è un’esperienza tremenda: hai bisogno di ogni emozione che vivi per superare questa prova. 
  6. Hai bisogno di credere che avrai un altro figlio, che andrà tutto bene. Ed è dura crederlo, ma ne hai bisogno, per sopravvivere. E nei giorni in cui non riuscirai a crederlo, ci sarà un amico, un’amica.. Oppure, ci sarò io. In quei giorni lo crederò io un pochino più forte, anche per te. Ovunque tu sia, chiunque tu sia.
  7. Hai bisogno di sperare, di provare ancora gioia per l’attesa di questo nuovo figlio. Concediti anche questo se puoi. Essere felici non può essere una colpa.

L’arcobaleno arriverà, e sarà un altro figlio, o magari un’altra prospettiva, o magari un nuovo progetto. Ma arriverà. 

Dott.ssa Giulia Schena

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“Mio figlio è un guerriero” – Essere genitori di un bambino prematuro

La vita a volte gioca brutti scherzi, e dall’attesa della più grande meraviglia ci si trova in un attimo catapultati in una realtà nuova, inattesa, fatta di paure, di speranze, di preghiere. E l’attesa rimane attesa, ma è tutta un’altra attesa: non più aspettare sereni e sorridenti che arrivi il gran giorno, ma aspettare impazienti, in angoscia, seguendo il sogno di portare a casa il proprio bambino, di poterlo abbracciare, di poter tirare un sospiro di sollievo.

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Essere genitori di un bambino prematuro è un percorso che comincia in salita… E se già diventare mamme e papà non è esattamente una passeggiata, in questo caso è veramente una scalata durissima.

Essere genitori di un bambino prematuro vuol dire non poterlo abbracciare immediatamente, non poterne subito conoscere il profumo e la morbidezza; vuol dire dovere aspettare anche solo per vederlo, per poterlo conoscere; vuol dire rispettare orari, tempi, meccanismi, anche solo per potergli portare il proprio amore; vuol dire vederlo attraverso un vetro, pieno di tubi e tubicini, accompagnati dal suono incessante dei mille macchinari che permettono di tenerlo in vita. Vuol dire avere paura, ogni giorno. E vuol dire sentire questa paura mischiarsi all’amore che si prova, sentendosi in colpa, sentendosi inermi, sentendosi arrabbiati per tutto questo.

Ma essere genitori di prematuri non si limita a questo: essere genitori di un bambino nato troppo presto è qualcosa che si porta con sé fuori dai reparti di Terapia Intensiva Neonatale, perché quando ti trovi faccia a faccia con la morte del tuo bambino, o con qualche drammatica conseguenza per la sua salute, non è facile ripartire. Essere genitori di un bambino prematuro vuol dire fare i conti con la paura e con la preoccupazione ancora per diverso tempo dopo le dimissioni; vuol dire non sentirsi all’altezza delle cure che gli hanno offerto medici e infermieri, e contemporaneamente sentire la voglia di essere per lui la migliore madre e il miglior padre possibili, perché dopo tutta la fatica che ha fatto se lo merita; vuol dire avere in agenda un’infinità di visite, controlli, follow up, e ogni volta arrivarci con l’ansia che qualcosa possa andare storto; vuol dire vederlo crescere e non poter fare a meno di pensare a quanto fosse piccolo.

Vuol dire essere genitori di un guerriero. E i guerrieri combattono. E anche i loro genitori.

Avere rispetto per questa battaglia, è il minimo che si possa fare.

Dott.ssa Giulia Schena

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La foto è tratta da un progetto di Red Méthot, fotografa canadese, qui trovate le sue meravigliose foto, che mostrano quanta strada abbiano fatto questi guerrieri.

Vivere una “gravidansia”: quando l’attesa non è accompagnata solo da gioia e beatitudine

Se si pensa ad una donna incinta o ad una coppia in attesa, si immaginano sorrisi, gioie, serenità. Si immagina una donna radiosa, allegra; si immagina una coppia fiduciosa, eccitata; si immaginano acquisti e preparativi, si immagina l’emozionante creazione del nido per questo pargoletto in arrivo.

Ma questa immagine idilliaca non è sempre rappresentativa della realtà. E il solo fatto che esista, rende ancora più difficile vivere una gravidanza diversa, piena di ansie, di paure, di preoccupazioni.

Ci sono storie, vissuti, esperienze che hanno lasciato un segno indelebile su chi ci è passato attraverso. La perdita di un figlio, la nascita di un figlio prematuro, la difficoltà di concepire un bambino… Tante vite, tutte diverse, tutte dolorose, tutte toccanti. Ma anche esperienze apparentemente meno forti, o apparentemente superate, come un’infanzia difficile o la paura di non essere all’altezza di fare il genitore.

Ogni momento della gravidanza può essere segnato da sentimenti contrastanti, da una paurosa altalena tra la voglia di gioire e la sensazione di non poterlo fare.

E  più ci si trova a far pensieri che si crede di non dover fare, più ci si sente inadeguati; e più ci si sente inadeguati, più si pensa che invece si dovrebbe essere felici.. E più si cerca di imporsi di essere felici, più non ci si riesce perché c’è questa paura, questa preoccupazione che tengono in scacco.. Ed è un circolo vizioso in cui poi si finisce a chiedersi se ci si merita questo bambino, e si finisce ad avere il sentore di essere sbagliati, e si cade nella trappola di avere sempre più pensieri, sempre più timore.

Poi si vede la gente intorno, tutti che elargiscono sorrisi e congratulazioni, tutti che distribuiscono frasi fatte sullo stato di grazia della maternità, su “quanto sarete felici adesso”, su “bisogna essere ottimisti” a profusione, tutti che danno per scontato che debba essere tutto rose e fiori. E alla paura si somma il dolore. Il dolore di sentirsi incompresi e incomprensibili. Il dolore di sentirsi soli e alieni. 

Ma voglio dirvi una cosa, sia a voi che state vivendo una gravidansia, sia a voi che vi ostinate a non credere che sia possibile viverla così: è tutto nella norma.

È normale che un viaggio così intenso, così denso e verso una meta così ignota porti con sé dei sentimenti di ambivalenza e degli aspetti di preoccupazione e di paura. È normale, a maggior ragione, che se si hanno alle spalle vissuti dolorosi le preoccupazioni siano triplicate e che la paura di soffrire ancora faccia viaggiare con il freno a mano tirato, rincorrendo la voglia di felicità e di spensieratezza, ma con quella vocina dentro che continua a chiedersi “ma me lo posso permettere?”, come se nulla fosse vero finché non è vero veramente.

E poi, non serve non avere paura per amare alla follia. Non serve non essere preoccupati per essere grati. Non serve non stare in ansia per nutrire la sincera speranza che tutto vada bene.

Mamme, papà, concedetevi ogni sensazione, ogni emozione. Non bloccate nulla, non sentitevi in colpa. Vivete ciò che arriva ricordandovi che nulla è dovuto.

Comunque vada, questo viaggio sarà un’avventura che porterete con voi per sempre. Comunque vada, sarà la vostra avventura.

Dott.ssa Giulia Schena

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ITG: il dolore di una scelta incompresa

Eccole lì: due lineette su un test di gravidanza annunciano l’arrivo di una nuova vita. Due persone, incredule, si trovano in un attimo catapultate in questa nuova realtà: sono genitori di quel puntino. Si preparano ad affrontare nei prossimi mesi una metamorfosi meravigliosa e difficilissima: da uomo e donna nasceranno una mamma e un papà in piena regola.

Sono un po’ spaventati: sanno che avranno tra le mani una responsabilità enorme, sanno che nessuno potrà dare loro il libretto di istruzioni su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, sanno che anche facendo del loro meglio a volte sbaglieranno.. e ne hanno una gran paura. Ma sono anche felici, incredibilmente felici: sanno che faranno il possibile per crescere questo bambino nel modo migliore, sanno che cercheranno di dargli tutte le possibilità affinché possa essere felice.

Hanno messo in conto tutte queste difficoltà, ma di certo non si aspettano di doversi confrontare con una possibilità tanto tragica e dolorosa come la scoperta di una malformazione nel proprio bambino.

Così si trovano, d’un tratto e senza preavviso, in una realtà parallela, in cui spesso vengono date poche spiegazioni, il tempo è tiranno, e loro devono decidere così su due piedi cosa fare del loro bambino. E si affollano nella loro testa milioni di domande, che difficilmente trovano risposta… Un po’ perché non c’è, un po’ perché in questi casi tutti sono poco compiacenti, tutti sembrano avere paura di spiegare.

“Ma siete sicuri?”

“Ma cosa succederà se portiamo avanti la gravidanza?”

“Chi si prenderà cura del nostro bambino se avrà grosse difficoltà e ad un certo punto noi non ci saremo più?”

“Cosa significa avere questa patologia?”

“Quanto tempo abbiamo per decidere?”

Poco, il tempo generalmente è poco. E per il resto nessuna certezza, poche spiegazioni (la maggior parte delle quali in “medichese” – ovvero la lingua dei medici, incomprensibile ai comuni mortali). Spesso alle poche spiegazioni si accompagnano punti di vista personali, che ingarbugliano ancora di più la possibilità di prendere una decisione tanto delicata.

“Signora, io non lo terrei proprio…!”

“Ma mica vorrete abortire.. la vita è sempre vita”

“Se lo tenete sarà un mostro.. non potrà mai vivere una vita normale”

“Fate voi, ma in questo ospedale siamo tutti obiettori”

Il tempo scorre, le emozioni prendono il sopravvento, è praticamente impossibile essere lucidi. Tutto sembra un incubo, un terribile incubo. E qualsiasi decisione sembra essere quella sbagliata.

I due genitori si fermano un momento, ci pensano, cercano di trovare una risposta. E poi, decidono. Si accollano questo destino terribile, si mettono sulle spalle questo peso enorme, si riempiono il cuore di questo gigantesco dolore e decidono. Saranno loro a soffrire, non il loro bambino. Saranno loro ad affrontare gli sguardi impietosi e colmi di giudizio della gente, non il loro bambino. Saranno loro a prendere questa decisione straziante, a lasciar andare il loro bambino pur di non vederlo affrontare una vita difficile, che già è complicata così com’è, figuriamoci se seidiverso, o peggio se sei malato.

L’interruzione terapeutica di gravidanza ha un nome che di per sé è già un controsenso: le terapie curano, l’itg lascia solo il vuoto. Il vuoto nella pancia, il vuoto nel cuore, il vuoto nel futuro.. Il vuoto intorno, perché nessuno sembra capire.

“È stata una vostra scelta, quindi perché soffrite?”

“Lo avete deciso voi, avete ritenuto che fosse la cosa più giusta.. Non si può stare male se si fa la cosa giusta”

“Non so davvero come abbiate potuto….”

E intanto anche dentro, nelle viscere di quei due genitori, rimangono solo tanti dubbi, tanto dolore. “Chissà perché proprio a noi… Chissà cosa sarebbe stato… Chissà se abbiamo fatto bene.” E tutto questo dolore, spesso, è costretto a rimanere inespresso, coperto sotto a quintali di sensi di colpa, nascosto dietro alla vergogna che gli altri instillano dentro di loro.

Il dolore è dolore. Nessuna scelta è più giusta di un’altra: ogni decisione è personale. Non c’è più o meno dignità nella scelta di tenere o lasciar andare il proprio bambino malato. Ognuno ha la propria storia, le proprie motivazioni.. E in ogni caso vanno ascoltate, accolte, non giudicate.

I genitori sanno che devono prendere spesso decisioni difficili, che non lasciano spazio alle possibilità perché vanno prese, così alla cieca, sapendo che per amore dei loro bambini dovranno rimanere loro, per sempre, col dubbio di “come sarebbe stato se…”.

Dott.ssa Giulia Schena

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Aborto spontaneo: parliamone!!!

Aborto spontaneo. Ne abbiamo sentito parlare più o meno tutti. Ma spesso in modo superficiale, come se fosse una cosa banale. E se per banale intendiamo comune, beh allora possiamo anche pensarlo come una cosa banale. Perché, anche se forse non sembra, capita spesso, tremendamente spesso.

Quando si sente nominare l’aborto spontaneo, si può stare da una delle due parti della barricata: puoi essere quello che pensa che capiti solo ad alcuni, in casi specifici, e che di certo non potrà capitare a te; oppure puoi essere quello che ha scoperto sulla sua pelle che invece doveva capitare proprio a te, inaspettatamente, crudelmente, a te.

Il fatto è che quando ti capita arriva come un uragano, ti travolge e ti lascia senza fiato. Sarà perché quando si parla di gravidanza nell’aria aleggia un non so che di spensierata ingenuità, sarà perché non c’è modo di prevederlo, o sarà a causa del silenzio che perpetua la disinformazione. Resta il fatto che ti trovi lì a chiederti cos’avresti potuto fare di diverso, come mai sia andata così, se mai potrà andare diversamente. Resti lì con una montagna di sogni e di progetti pronti per essere vissuti, e li devi rimpacchettare tutti, ad uno ad uno, con la morte nel cuore e il pensiero continuo, incombente, martellante che ti fa domandare se un giorno potrai, vorrai, sarai in grado di riaprirli e dare loro nuovo respiro. Resti lì, inconsapevole, e intorno nessuno sembra saperne nulla, nessuno sembra volerne parlare. “E allora”, ti chiedi, “è vero che l’unico sfigato sono io? è vero che forse sono io ad aver fatto qualcosa di sbagliato?”. E questo pensiero ti corrode, scava nella tua anima assieme al ricordo di quel puntino nella pancia e all’immagine di quello che sarebbe potuto essere.

L’aborto spontaneo è questo: un minuto prima eri incinta, un minuto dopo non lo sei più. Un minuto prima ti sentivi già mamma, o già papà, un minuto dopo sembra che tu non abbia più il diritto di esserlo. Un minuto prima sentivi di essere invincibile, pronto per questa nuova emozionante avventura, un minuto dopo sei a terra, sei quello che non ce l’ha fatta. Un minuto prima non vedevi l’ora di dare a tutti la lieta notizia e tutti sembravano lì a posta, pronti a rallegrarsi con te, un minuto dopo sono spariti tutti, dopo una frase qualsiasi “capita”, “doveva andare così”, “ci saranno altre occasioni”, tutti eclissati. Un minuto prima gioia, un minuto dopo sconforto. Sconforto, solitudine e silenzio. Assordante silenzio.

Una gravidanza su quattro termina con un aborto spontaneo. Com’è possibile che nonostante questo ci siano così tanta solitudine e così tanto silenzio?

Sull’aborto spontaneo rimane un tabù enorme, che nessuno sembra potere o volere far crollare.

Perché quando lo vivi ti senti solo, ti senti l’unico strano, l’unico mal funzionante, e preferisci non parlarne perché pensi di sembrare assurdo ad attaccarti così a qualcosa che per tutti sembra semplicemente essere un “doveva andare così”. E preferisci non parlarne, per evitare frasi di circostanza e sguardi sfuggenti. Così stai in silenzio.

E quando (e se) poi scopri di non essere il solo, cominci a parlarne con altri che lo hanno vissuto, cercate un po’ di darvi conforto, ma riuscite solo a convincervi che nessun’altra possa capire. Così state in silenzio.

E se invece non l’hai mai vissuto sembra una cosa così irreale che non sai nemmeno che significato possa avere, non sai come qualificarla, non sai cosa poter dire o fare. E quindi ripeschi dalla memoria qualche frase di circostanza, e poi sparisci. Stai in silenzio.

Parlare dell’aborto spontaneo non è solo un modo per rompere questa cortina di silenzio, ma permette di sbarrare la strada alla solitudine creando connessioni, permette di rimpiazzare i tabù con il dialogo, permette di annientare la disinformazione e parlare della realtà. Parlare dell’aborto spontaneo permette alle persone di non dover più indossare maschere e sentirsi accolti semplicemente per ciò che sono e per ciò che provano. Parlare dell’aborto spontaneo permette di creare spazi di confronto, spazi in cui poter capire e sentirsi capiti, spazi in cui poter dare supporto e in cui poter elaborare l’accaduto.

Parlare dell’aborto spontaneo permette di aprire le porte a luoghi del cuore che altrimenti rimarrebbero silenziosi e doloranti, o silenziosi e inconsapevoli.

Parlare dell’aborto spontaneo costruisce un ponte che porta dalla solitudine alla speranza.

Parlare dell’aborto spontaneo si può. Parlare dell’aborto spontaneo si deve.

Parliamone.

Dott.ssa Giulia Schena

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Diventare genitori, essere genitori, fare i genitori: che sfida!

Quella della genitorialità è una delle tappe più particolari, più emozionanti e… più faticose della vita.

A partire dal desiderio di un figlio, passando per la gravidanza e arrivando ad avere un frugoletto tra le braccia, si mette in moto un processo di trasformazione, di ricerca di nuovi equilibri, di scoperta di nuovi lati di sé, che porta alla nascita di un genitore.

Questo processo non è semplice, né scontato: significa rimettersi in discussione, come persone e come coppia, significa affrontare tempeste ormonali ed emotive, significa mettere a repentaglio certezze duramente costruite, per fare posto a nuove sensazioni e a nuove responsabilità.

Ma una volta diventati genitori, la fatica non è finita. Anzi forse si può dire che è solo all’inizio. Essere genitori è apparentemente semplice: c’è un istinto predeterminato che consente di avere gli strumenti per far sopravvivere la prole. Nulla di più riduttivo: la questione dell’essere genitori non è solo far sopravvivere un figlio, ma farlo vivere giorno per giorno, dandogli gli strumenti per crescere e divenire autonomo. Essere genitori significa, dunque, fare i conti ogni giorno con pensieri ed emozioni contrastanti, con sensi di colpa e di inadeguatezza, con mille dubbi e mille confronti. Essere genitori significa non smettere mai di mettersi in gioco, senza certezze e senza controllo.

Resta il fatto, poi, che essere genitori non significa necessariamente anche fare i genitori. Se da un lato abbiamo gli aspetti emotivi e più marcatamente relazionali, dall’altra c’è il lato pratico, il cosa-fare e cosa-non-fare, le scelte quotidiane e i tentativi di risolvere le difficoltà che mano a mano si presentano.

La genitorialità è una sfida continua, fin dal principio. Va da sé che, anche se culturalmente si fatica ancora un po’ ad accettarlo, in questa sfida ogni tanto si possa sentire la necessità di un pit stop, di un sostegno, di qualcuno che ci dia una mano a vedere le cose sotto un altro punto di vista, concedendoci di sentirci all’altezza di questo ruolo difficilissimo e concedendoci di sentire che anche se ogni tanto si è in difficoltà, non si è inferiori a nessuno.

E non conta che il bisogno di aiuto si senta prima ancora della nascita (quando tutti pensano si stia vivendo un momento idilliaco), durante i primi tempi con il bimbo (quando tutti pensano che si possa percepire solo l’amore per quella creaturina e tutto il resto non conti), quando il piccoletto comincia ad essere più autonomo (quando tutti pensano che ci si dovrebbero godere i progressi e gestire i capricci con un po’ di autorità, che non ci vuole mica poi tanto), quando il bimbo va a scuola (quando tutti pensano che se non ha voglia è normale, che se è più lento è colpa sua, che se non è all’altezza è perché non lo segui abbastanza), quando il ragazzino è ormai adolescente (quando tutti pensano che un po’ di ribellione sia inevitabile e che se non te la sai giostrare con un ragazzino non sei n bravo genitore), o in qualsiasi altro momento.

E non conta se il bisogno di aiuto è legato a un passaggio (l’allattamento, lo svezzamento, il sonno, l’inserimento a scuola…) o a una caratteristica (la timidezza, la sfrontatezza, l’esuberanza, la fatica a gestire le frustrazioni…) che tutti dicono di saper gestire (tutti chi?) o che tutti lasciano intendere che un buon genitore dovrebbe saper gestire (buon genitore rispetto a chi?).

Ciò che conta è che ce la si mette tutta, ci si prova, ci si impegna, e se ogni tanto si arranca si ha il diritto di farlo. E se qualcosa non torna, si può cercare una spiegazione. E se si ha bisogno di aiuto, si ha diritto di chiederlo.

La genitorialità è una sfida, che si vince più facilmente se lo si fa insieme.

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Dott.ssa Giulia Schena

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“Se non ci pensi, arriva”

È una di quelle frasi che si sentono spesso quando si è alla ricerca di un figlio, in particolare se quella ricerca dura da molto o se la gravidanza è molto desiderata.

“Non ci pensare, vedrai che arriva”
“Ho un cugino/conoscente/amico che sul più bello che hanno smesso di cercarlo, è arrivato”

“È inutile: più ci pensi, meno arriva”.

Ma è vero? Funziona davvero così? Seriamente basta non pensarci per rimanere incinte?

Beh, si può essere d’accordo con il fatto che lo stress non sia certamente un buon amico della fertilità (ma neanche per il benessere in generale, per dirla tutta), ma questo non giustifica l’abuso di quest’assurda considerazione.

A ben vedere, anzi, questo è uno di quei consigli-non-richiesti che non sono solo assolutamente inutili e decisamente poco realistici, ma rischiano di essere anche fastidiosi e dolorosi.

Immaginatevela una coppia che da tanto tempo sogna di avere un figlio. Immaginatevi che magari alle spalle abbiano tanti tentativi falliti, tante delusioni, tanti dubbi, tante domande. Immaginateli già lì a rimuginare, a cercare di capire, a sentirsi incompleti, a sentirsi incapaci. Riuscite ad immaginarli? Immaginate le loro lacrime all’arrivo del ciclo? Immaginate i giorni in cui la rabbia e la frustrazione non si riescono più a sopportare? Immaginate quando si trovano a litigare per la stanchezza, senza neanche sapere più il motivo? 

Ecco, ora che li state immaginando, provate a chiedervi che utilità possa avere dire loro di “non pensarci”. Può servire davvero a farli rasserenare? Può servire davvero a farli vivere la ricerca con più tranquillità? 

Ecco, dunque possiamo dire che non è un consiglio utile. Ma d’altro canto, che male fa? Si fa così: si parla del più e del meno, si dicono alcune cose così per dirle. 

Purtroppo, però, non è così semplice. Ce l’avete ancora in mente quella coppia, stanca e frustrata, alla ricerca di un figlio che sembra non voler arrivare mai? Cosa potrebbero pensare nel sentirsi dire che “basta non pensarci”? 

Probabilmente si sentirebbero ancora più inadeguati, ancora più in colpa, ancora più incapaci. D’altronde “chi è causa del suo mal, pianga sé stesso”. E se non si è nemmeno capaci di fare una cosa così semplice come “non pensarci”. Se non si è nemmeno in grado di concentrarsi su altro. Se non si sa seguire questo consiglio, che per quante volte viene ripetuto viene davvero da pensare sia realistico, come si fa a “meritarsi” un figlio?!

E così, alla frustrazione si somma altra frustrazione. Ai dubbi si sommano altri dubbi. Alla stanchezza altra stanchezza. Alla sensazione di incapacità altra sensazione di incapacità. 

All’infelicità altra infelicità.

Tutto solo con una frase.

Pensiamoci prima di dare consigli non richiesti, anche se è solo pour parler, anche se è così per dire. 

Dott.ssa Giulia Schena

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