Esiste. – Comprendere il lutto perinatale

Per la maggior parte delle persone, anche amici e parenti a volte, è difficile comprendere il lutto per la perdita di un bambino in gravidanza o nel periodo perinatale. Non comprendono come sia possibile provare un dolore così profondo per l’assenza di un bambino che è stato presente per così poco tempo e non realizzano come si possa sentire così forte la mancanza di una persona quasi sconosciuta, con la quale non si è condiviso più di qualche istante.

Quel bambino, quella bambina, anche se non è più tra le braccia dei suoi genitori, è esistito, è esistita.

Quando si scopre di attendere un bambino, si comincia a sognare. Si immagina la propria vita con lui, si ascolta ogni singolo segnale della sua presenza, ci si prepara ad accoglierlo, si fantastica su come sarà, su chi gli somiglierà, ci si chiede come sarà il suo primo compleanno, come sarà vederlo crescere. Ecco. Fin da quel momento, lui esiste.

Poi, quando quel figlio muore, quando il suo cuore smette di battere, lasciando il vuoto nelle braccia dei loro genitori, i sogni vanno in frantumi. Ma lui non smette di esistere. Anche se non c’è più, esiste. Ha vissuto nelle vite dei suoi genitori e di chi l’ha amato, e continua a viverci pur non essendoci più fisicamente.

Ora, se non l’avete vissuto, se non riuscite a capire come possa essere così doloroso, provate per un momento ad immaginare come sarebbe non avere con voi i vostri figli. Immaginate come sarebbe non poter aprire con loro i regali al compleanno o a Natale. Immaginate di non vederli crescere, mentre intorno a voi i figli degli altri crescono. Immaginate le notti che vi hanno fatto trascorrere in bianco, trascorse in bianco non per il loro pianto, ma per la loro assenza. È difficile anche solo immaginarlo, lo so. Provateci, solo per un istante.

E ancora, se riuscite, immaginate se le persone intorno a voi fingessero che vostro figlio non esistesse. Immaginate se dimostrassero di pensare che parlare di lui fosse superfluo e fuori luogo. Immaginate se preferissero non ricordare il giorno del suo compleanno. Immaginate se cercassero di far passare l’idea che non faccia parte della vostra famiglia. Non sarebbe piacevole, vero?

Pensateci quando chiederete a chi ha perso un figlio di andare avanti, di non pensarci più. Pensateci quando vi verrà da dire che non è importante, e che si deve guardare al futuro.

È vero: guardare al futuro è importante. Ma in quel futuro, anche se non si vedrà fisicamente, quel figlio ci sarà. Perché esiste. E solo ammettendo che esiste, si possono aiutare i suoi genitori a trovargli un posto nella loro quotidianità, a parlare di lui con serenità e, quindi, ad andare avanti davvero. Con lui nel cuore anche se non è tra le braccia.

Dott.ssa Giulia Schena

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Sai cosa significa perdere un bambino?

La morte, il lutto, il dolore della perdita, sono esperienze che prima o poi, nella vita, toccano tutti. E ogni volta è un’esperienza dura, intensa, faticosa: ognuno a modo suo affronta la necessità di ritrovarsi e di ritrovare in sé qualcosa di chi ha perso, per poter andare avanti.

Ma perdere un bambino, prima o dopo che sia nato, è qualcosa di un po’ diverso. Innanzitutto perché è qualcosa che si cerca di non voler vedere: fa così paura, così tanto male, anche solo pensare a queste piccole vite spezzate troppo presto, che solo raramente si trova la possibilità di parlarne, riconoscerle, accoglierle. Eppure la perdita di un bambino, in tutta la sua drammaticità, è qualcosa che capita molto più spesso di quanto si pensi, e questo fatto che non se ne parli o che si cerchi di minimizzare, aumenta la fatica che i genitori in lutto devono affrontare per poter elaborare questo lutto.
Perdere un bambino è diverso perché quando tuo figlio muore, muoiono con lui tutti i sogni, le speranze, tutto ciò che avevi immaginato e pianificato per il futuro. Perché lui era così piccolo, aveva tutta la vita davanti, e tu stavi piano piano imparando a cambiare con e per lui. E d’un tratto tutto si ferma, e tu ti trovi in corsa su un treno verso il cambiamento, ma senza più binari a portarti, senza più prospettive davanti. E devi ripartire da capo. Ricostruire un futuro già diventato passato.

Perdere un bambino è diverso perché non ti resta quasi nulla di lui: nulla che tu possa condividere con gli altri per parlare di lui, per ricordarlo; nulla che ti aiuti a costruire le sue memorie; nulla che costituisca la sua storia. È difficilissimo perché rimane il terrore di dimenticare, la paura che gli altri dimentichino o non vogliano ricordare.

Perdere un bambino è diverso perché ogni singolo giorno non si può fare a meno di chiedersi come sarebbe stato. Ogni singolo avvenimento è un avvertimento che si sarebbe potuto vivere con lui. E anche le cose più piccole e banali, si trasformano in grandi punti di domanda: come sarebbero stati i suoi occhi? Avrebbe amato la cioccolata? Avrebbe fatto i capricci per guardare i cartoni? Avrebbe voluto giocare a calcio? O forse fare nuoto? O gli sarebbe piaciuto ballare? 

Perdere un bambino è diverso. È diverso soprattutto perché ci si sente soli. E basterebbe poco per lenire almeno questa solitudine: basterebbe accettare, ascoltare, accogliere. Basterebbe non fingere che “c’è di peggio”, non sostenere che “ne farete altri, non ci pensare”, non concludere che “capita spesso, non ti ci fissare”.

Basterebbe dare uno spazio a questi bimbi, riconoscendo che sono esistiti, anche se solo per poco tempo, e che esisteranno sempre, nell’amore di chi li ha desiderati e attesi.

Dott.ssa Giulia Schena

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“E se ti volessi aiutare?” – 6 verità importanti per sostenere chi è in lutto

A volte quando si sta soffrendo, in particolare quando si sta soffrendo per qualcosa di così tremendo e doloroso come una perdita o un lutto, sembra che nessuno possa capire. Anzi, per essere ancora più precisi, sembra che nessuno voglia capire. Sembra che nessuno si fermi a pensare a come aiutarti, che nessuno sia interessato a ciò che provi, che nessuno presti occhi e orecchie a capire davvero quello che stai vivendo.

Per fortuna, non è sempre così: ci sono tante persone che avrebbero voglia di essere d’aiuto, ma, per un motivo o per l’altro non ci riescono. Il timore di dire la cosa sbagliata, che tiene bloccati nel non dire nulla; il fatto di rendersi conto che per quanto si possa fare non si è ciò di cui l’altro ha bisogno; la paura di far stare peggio invece che far stare meglio; la sensazione di non essere compresi nella propria voglia di dare una mano.. Questo, e tanto altro, crea voragini di distanza, abissi di silenzi, baratri di solitudine, profondità di incomprensioni. E tanto, tanto dolore. Che si somma al dolore di partenza.

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Quindi, se vuoi essere d’aiuto ad una persona che sta attraversando un lutto, non tirarti indietro. Ricorda, piuttosto, queste 6 cose:

  1. Puoi prenderti il tuo tempo: rifletti su ciò che vuoi dire, pensa a ciò che desideri far arrivare, ascolta come ti senti e cosa provi, pesa le tue sensazioni e immagina quelle dell’altro. Non serve agire di fretta, il lutto è un percorso che avanza lento, quindi tutto intorno può procedere con calma.
  2. Concedi all’altro di prendersi il suo tempo: non essere pressante, non mettere fretta, non creare ansie e aspettative. Esplicita che ci sei, fai un salto a dimostrare la tua presenza, ma poi rimani solo se richiesto. Parla solo se l’altro sembra volerlo. Ascolta solo ciò che l’altro sembra voler dire. Un minuto al giorno, un messaggio al giorno, un abbraccio al giorno.. possono essere sufficienti. Non fanno sentire soli, e al contempo non fanno sentire sotto esame.
  3. Non puoi fare tutto: non puoi risolvere tutte le preoccupazioni, tutte le incombenze, tutti i problemi di chi vorresti aiutare. Fai ciò che riesci, ciò che ti risulta possibile, oppure ciò che ti viene esplicitamente richiesto (spiegando, nell’eventualità non ti fosse possibile, perché non puoi o non riesci a farlo e offrendoti di fare ciò che senti più congeniale alle tue possibilità).
  4. Puoi fare qualcosa: anche solo con la tua presenza, anche solo con il tuo interesse, sei importante. Non preoccuparti del resto.
  5. Quello che hai vissuto tu, non è quello che vive l’altro: anche se hai vissuto un’esperienza simile, non dare per scontato di sapere già cosa prova o di che cosa ha bisogno l’altro. Siete persone diverse, avete alle spalle vite diverse, vivete questa cosa in modo diverso. Ascolta, osserva, accogli. Non giudicare, non commentare.
  6. Non verrai ringraziato (o almeno sempre e non subito): a volte i tuoi sforzi sembreranno vani, o addirittura malvisti o malinterpretati. Non fartene un cruccio: chi stai cercando di aiutare è in un momento difficile, in cui ogni cosa assume connotati particolari e sfalsati. Non sei tu il problema: il problema è ciò che ha vissuto e sta vivendo. Non allontanarti perché non ti senti compreso: chi hai di fronte si sente meno compreso (e meno comprensibile) di te.

So bene che non è facile, ma ci si può provare. Considerando quanto tutto questo possa essere di supporto a chi soffre e quanto possa aiutarlo nell’elaborazione del lutto, credo ne valga la pena.

Dott.ssa Giulia Schena

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Quello che resta di quello che non è stato

Ci sono storie che non hanno nemmeno il tempo di essere vissute, futuri che diventano passati ancora prima di essere davvero presenti.

Ci sono genitori che non hanno l’occasione di stringere i loro bimbi tra le braccia, di vederli crescere, di viverli fuori dai loro sogni e dalle loro speranze. Ci sono bambini la cui vita dura poco più di un soffio, lasciando dietro di sé dolore e sogni infranti.

Una culla vuota, un giocattolo ancora impacchettato, un quadro vuoto senza quella fotografia mai scattata, un palloncino sgonfio, una casa silenziosa e ordinata: perdere un figlio non è solo perdere lui, ma anche sogni, speranze.. si perde il futuro che lui non potrà vivere. Ed è in questo futuro senza di lui che si deve andare avanti.

Quando si perde un figlio riuscire a trovare uno spazio a quello che non è stato è tremendamente difficile: elaborare la perdita, riempire il vuoto, riuscire a trasformare il dolore sordo e cupo in nostalgia, riuscire a vedere nell’assenza di quel figlio la presenza di ciò che ha lasciato a chi lo ha amato, nonostante tutto. Riuscire a sentire che in quel futuro, comunque, quel bambino c’è, non come ci si era immaginati, ma c’è e non è stato dimenticato.

Ogni bambino lascia qualcosa con il suo passaggio, una traccia, un cambiamento, un ricordo. Non è facile appigliarsi a questo nel mare del dolore, ma è possibile.. E quando ci si riesce, tutto cambia.

Ogni bambino può aver lasciato dietro di sé…

  • L’amore. Non ho conosciuto nessun genitore che mi abbia detto che avrebbe preferito non aver avuto quel figlio, nonostante l’infinito dolore della sua perdita. Tutti i genitori hanno profondamente amato i loro figli, e continuano ad amarli al di là della loro morte. Tutti i genitori ricordano con tenerezza ogni istante trascorso ad attendere i propri bambini, ricordano le speranze, ricordano i sogni… E in questi ricordi i loro figli rimangono, così come l’amore per loro.
  • Occhi nuovi. Un nuovo modo di guardare al mondo e alla vita. L’attenzione alle piccole cose, la voglia di trovare nei dettagli della propria quotidianità qualche buon motivo per andare avanti, il desiderio di non perdere la speranza e di continuare a credere di poter ancora sorridere.
  • Nuove sensibilità. Aver attraversato la burrasca, essere piombati dalla felicità più pura al burrone buio della sua perdita, sapere cosa significa sentirsi soli e vuoti, apre le porte a una nuova empatia, alla voglia di esserci per chi altro soffre, ad una capacità di ascoltare senza giudizio e senza pretese.

Questo, e tanto altro, è quello che resta di quello che non è stato; e questo, e tanto altro, può essere il motore per elaborare il lutto per la perdita di un figlio. Questi, e molti altri, sono i motivi per cui un bambino che è venuto a mancare non va dimenticato, non va sostituito, ma può e deve essere riconosciuto, sempre e da tutti, come un membro reale, anche se non fisicamente presente, di quella famiglia e della vita dei suoi genitori.

Dott.ssa Giulia Schena

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Mamme e Papà che sperano – 7 pensieri ai genitori che cercano o aspettano il loro arcobaleno

Dopo che hai perso un figlio, o addirittura più di uno, guardare al futuro è sempre qualcosa di strano, delicato: lì davanti c’è quel futuro immaginato che è diventato passato prima di diventare presente; c’è quel futuro temuto, in cui questo tremendo dolore rimane acuto e sempre più acuto; c’è quel futuro sperato, ma sperato sottovoce per non portarsi sfortuna anche se nella sfortuna non ci credi, in cui può arrivare un altro figlio, un fratello per quel bimbo che si è dovuto lasciar andare, una nuova prospettiva per sé, per riempire quelle braccia che pesano di vuoto.

Ed è in questa atmosfera, di alti e bassi, di gioia e paura, di speranza e preoccupazione, di fiducia e ansia, che si decide di voler cercare un altro figlio e poi, quando arriva, che si attende il momento della sua nascita. E rimane, sempre sempre sempre, in sottofondo quel senso di colpa che ti atterra: senso di colpa per il figlio che non c’è più, per il solo fatto di desiderarne un altro; senso di colpa per il figlio che arriverà, perché non si riesce ad aspettarlo con serenità.

Fermati mamma, fermati papà. È tutto normale. Concediti questa paura, concediti questa speranza. E ricorda sempre queste 7 cose:

  1. Un passo alla volta: non devi fare tutto, non devi farlo oggi. Concediti il tempo che ti serve. E vivi oggi, le emozioni di oggi. Oggi ci sei, oggi può ancora esserci speranza, focalizzala. Mettila lì in un angolo. Usala ogni volta che tutto questo sarà troppo duro.
  2. Sei una madre, sei un padre. Lo sei già, anche se non puoi stringere tuo figlio tra le braccia. Lo sei e hai il diritto di sentirti tale.
  3. Sei un’ottima madre, sei un ottimo padre. È per questo che ti preoccupi, è per questo che sei in ansia, è per questo che sei triste, è per questo che continui a sperare. Ami il figlio che hai avuto, anche se non è più qui con te, ami il figlio che verrà: questo è essere buoni genitori.
  4. Per affrontare tutto questo ci vuole coraggio: sei coraggioso. Soffrire e sperare allo stesso tempo è tremendamente difficile: lo stai facendo, sei coraggioso. E anche se ci sono giorni che dentro di te è tutto un casino, sei coraggioso lo stesso, perché sei qui e, comunque vada, aspetti domani.
  5. Non devi essere forte per forza, non devi essere sereno per forza: puoi essere triste, puoi essere arrabbiato, puoi perdere per un po’ la fiducia, puoi avere paura. Lascia spazio a tutte queste emozioni, non sono sbagliate, non ti rendono peggiore. Vivere la perdita di un figlio, vivere la ricerca di un altro figlio, è un’esperienza tremenda: hai bisogno di ogni emozione che vivi per superare questa prova. 
  6. Hai bisogno di credere che avrai un altro figlio, che andrà tutto bene. Ed è dura crederlo, ma ne hai bisogno, per sopravvivere. E nei giorni in cui non riuscirai a crederlo, ci sarà un amico, un’amica.. Oppure, ci sarò io. In quei giorni lo crederò io un pochino più forte, anche per te. Ovunque tu sia, chiunque tu sia.
  7. Hai bisogno di sperare, di provare ancora gioia per l’attesa di questo nuovo figlio. Concediti anche questo se puoi. Essere felici non può essere una colpa.

L’arcobaleno arriverà, e sarà un altro figlio, o magari un’altra prospettiva, o magari un nuovo progetto. Ma arriverà. 

Dott.ssa Giulia Schena

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5 frasi da non dire se si vuole essere d’aiuto a chi soffre

Persone che soffrono o che vivono una difficoltà ce ne sono tante. Ognuno ha i suoi motivi, ognuno ha il suo modo di affrontare la cosa, ognuno ha le sue modalità per tentare di uscirne.

Fortunatamente sono tante anche le persone che vorrebbero essere d’aiuto: si cerca di far sentire la propria presenza, si cerca di essere di sostegno, si cerca di aiutare chi è a terra a rialzarsi.

Purtroppo non sempre alle buone intenzioni corrispondono buoni risultati. Anzi, citando Oscar Wilde, in certe situazioni si può davvero dire che

“Le cose peggiori sono sempre state fatte con le migliori intenzioni.”

E così, ignari di quanto possa essere doloroso e controproducente, si continuano ad usare delle frasi che all’apparenza possono essere d’aiuto, ma in realtà non fanno altro che far sentire incompresi, far sentire soli e spingere ancora di più chi sta male nel baratro della sofferenza.

1. “Ma tu sei forte.” – Spesso chi utilizza questa frase pensa di fare un complimento, dando il merito a chi ha di fronte di sapersela cavare. Ma se ciò che sto vivendo mi fa sentire sopraffatto, forse ho più bisogno di una spalla su cui piangere, di un abbraccio e di un “non preoccuparti, ci sono io”, che dell’idea che posso farcela da solo. Perché quando si soffre non si ha alcuna forza per sentirsi in grado di rialzarsi da soli, si ha solo voglia di vedere una mano tesa e qualcuno che ci conceda di piangere tutte le lacrime che abbiamo bisogno di piangere. 

2. “Le battaglie più difficili capitano a chi può sostenerle.” – Anche in questo caso si sta cercando di riconoscere capacità e forza d’animo alla persona in difficoltà. Però, di fatto, questa affermazione può essere una pugnalata al cuore: “Ma allora se mi è capitata questa cosa così assurda e così straziante è perché mi sono sempre fatto forza? Se fossi stato più fragile non sarebbe successo?”, e ancora: “Ma se adesso sento di non riuscire a risalire la china significa che non sto facendo abbastanza? Dovrei riuscire a venirne fuori senza fare tante storie?”. Purtroppo le battaglie più dure capitano a casaccio, nessuno è pronto per affrontare certe batoste, e nessuno è per sua natura più bravo di altri ad affrontarle. Se si vuole far sì che chi sta male senta di poter superare il suo dramma, è bene cercare di essere i primi a dimostrare non c’è bisogno di essere capaci di sostenere questa battaglia, perché intorno c’è chi può dare una mano a farlo.

3. “Era il volere di Dio.” – Il fatto che qualcuno di più grande e più potente dell’essere umano abbia scritto questo percorso generalmente vuole essere una consolazione per chi soffre, perché si cerca di inserirlo in un disegno divino più ampio e più importante. Ma questa frase non può essere di alcuna consolazione: se sto vivendo un’esperienza così tremenda da farmi tremare la terra sotto ai piedi, mi manca solo di pensare che qualcuno, sia pure il Padre Eterno, abbia avuto un buon motivo per mettermici in mezzo. Inoltre se una persona è atea o se nel bel mezzo della tormenta in cui si trova vede vacillare la propria fede (che magari prima era importante per lui), sentir parlare del “volere di Dio” può sembrargli anche una beffa senza eguali.

4. “Al tuo posto non so come farei.” – Di nuovo un tentativo di far leva sulla forza d’animo e sulla capacità della persona di affrontare le difficoltà. Ma, davvero, non ce n’è bisogno. In mezzo alla tempesta io per primo non so come fare; io per primo mi sento perso, confuso, incapace di andare avanti; io per primo avrei voglia di scappare dalla mia vita e guardarla scorrere da lontano pensando che a viverla “non so come farei”. Ma non posso fare altro: ci sono dentro e mi tocca affrontarla anche se non so come fare. Non mi serve sentirmi dire che tu non sapresti stare al mio posto, mi serve, piuttosto, sentirmi dire che ci possiamo fare forza insieme, che puoi entrare nella tempesta con me e accogliere quello che sento, quello che vivo. Anche perché quando si sta attraversando un momento duro sentirsi dire da qualcuno che sta fuori che non vorrebbe essere al proprio posto sembra una presa in giro: “Non ci sei, accontentati”.

5. “Devi solo evitare di pensarci.” – Quando si vede qualcuno soffrire, si prova un profondo dispiacere, soprattutto se chi soffre è qualcuno a cui si vuole bene. E allora si vorrebbe riuscire in qualche modo ad alleviare la sua sofferenza, per alleviare anche un po’ la propria. E se quello che lo fa stare male non fosse mai successo, tutto tornerebbe al proprio posto. E se non ci si pensa è come se non fosse mai successo… Magari fosse così facile!! Purtroppo quello che è successo è successo e non si può cambiare il passato. E non pensarci non è la soluzione, anzi: imporsi di far finta di niente congelerebbe il dolore in una bolla, impedendo di elaborarlo, di dargli un senso, di trovargli un posto. Tra l’altro se sto soffrendo per un’esperienza difficile sentirmi dire di non pensarci può farmi arrivare solo un messaggio: tu non hai voglia di parlarne, tu non hai voglia di ascoltarmi, tu non hai voglia di sostenermi, tu non hai voglia di accogliermi. E io sono solo e devo tenermi tutto dentro perché nessuno può/vuole ascoltarmi e capirmi. 

È difficile trovare le parole giuste per essere di conforto, ma a volte basta solo provare a mettersi nei panni di chi soffre. Oppure, nel dubbio, meglio non dire niente e offrire solo un abbraccio, la disponibilità ad ascoltare e la propria calorosa presenza.

Dott.ssa Giulia Schena

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Vivere una “gravidansia”: quando l’attesa non è accompagnata solo da gioia e beatitudine

Se si pensa ad una donna incinta o ad una coppia in attesa, si immaginano sorrisi, gioie, serenità. Si immagina una donna radiosa, allegra; si immagina una coppia fiduciosa, eccitata; si immaginano acquisti e preparativi, si immagina l’emozionante creazione del nido per questo pargoletto in arrivo.

Ma questa immagine idilliaca non è sempre rappresentativa della realtà. E il solo fatto che esista, rende ancora più difficile vivere una gravidanza diversa, piena di ansie, di paure, di preoccupazioni.

Ci sono storie, vissuti, esperienze che hanno lasciato un segno indelebile su chi ci è passato attraverso. La perdita di un figlio, la nascita di un figlio prematuro, la difficoltà di concepire un bambino… Tante vite, tutte diverse, tutte dolorose, tutte toccanti. Ma anche esperienze apparentemente meno forti, o apparentemente superate, come un’infanzia difficile o la paura di non essere all’altezza di fare il genitore.

Ogni momento della gravidanza può essere segnato da sentimenti contrastanti, da una paurosa altalena tra la voglia di gioire e la sensazione di non poterlo fare.

E  più ci si trova a far pensieri che si crede di non dover fare, più ci si sente inadeguati; e più ci si sente inadeguati, più si pensa che invece si dovrebbe essere felici.. E più si cerca di imporsi di essere felici, più non ci si riesce perché c’è questa paura, questa preoccupazione che tengono in scacco.. Ed è un circolo vizioso in cui poi si finisce a chiedersi se ci si merita questo bambino, e si finisce ad avere il sentore di essere sbagliati, e si cade nella trappola di avere sempre più pensieri, sempre più timore.

Poi si vede la gente intorno, tutti che elargiscono sorrisi e congratulazioni, tutti che distribuiscono frasi fatte sullo stato di grazia della maternità, su “quanto sarete felici adesso”, su “bisogna essere ottimisti” a profusione, tutti che danno per scontato che debba essere tutto rose e fiori. E alla paura si somma il dolore. Il dolore di sentirsi incompresi e incomprensibili. Il dolore di sentirsi soli e alieni. 

Ma voglio dirvi una cosa, sia a voi che state vivendo una gravidansia, sia a voi che vi ostinate a non credere che sia possibile viverla così: è tutto nella norma.

È normale che un viaggio così intenso, così denso e verso una meta così ignota porti con sé dei sentimenti di ambivalenza e degli aspetti di preoccupazione e di paura. È normale, a maggior ragione, che se si hanno alle spalle vissuti dolorosi le preoccupazioni siano triplicate e che la paura di soffrire ancora faccia viaggiare con il freno a mano tirato, rincorrendo la voglia di felicità e di spensieratezza, ma con quella vocina dentro che continua a chiedersi “ma me lo posso permettere?”, come se nulla fosse vero finché non è vero veramente.

E poi, non serve non avere paura per amare alla follia. Non serve non essere preoccupati per essere grati. Non serve non stare in ansia per nutrire la sincera speranza che tutto vada bene.

Mamme, papà, concedetevi ogni sensazione, ogni emozione. Non bloccate nulla, non sentitevi in colpa. Vivete ciò che arriva ricordandovi che nulla è dovuto.

Comunque vada, questo viaggio sarà un’avventura che porterete con voi per sempre. Comunque vada, sarà la vostra avventura.

Dott.ssa Giulia Schena

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