Quello che resta di quello che non è stato

Ci sono storie che non hanno nemmeno il tempo di essere vissute, futuri che diventano passati ancora prima di essere davvero presenti.

Ci sono genitori che non hanno l’occasione di stringere i loro bimbi tra le braccia, di vederli crescere, di viverli fuori dai loro sogni e dalle loro speranze. Ci sono bambini la cui vita dura poco più di un soffio, lasciando dietro di sé dolore e sogni infranti.

Una culla vuota, un giocattolo ancora impacchettato, un quadro vuoto senza quella fotografia mai scattata, un palloncino sgonfio, una casa silenziosa e ordinata: perdere un figlio non è solo perdere lui, ma anche sogni, speranze.. si perde il futuro che lui non potrà vivere. Ed è in questo futuro senza di lui che si deve andare avanti.

Quando si perde un figlio riuscire a trovare uno spazio a quello che non è stato è tremendamente difficile: elaborare la perdita, riempire il vuoto, riuscire a trasformare il dolore sordo e cupo in nostalgia, riuscire a vedere nell’assenza di quel figlio la presenza di ciò che ha lasciato a chi lo ha amato, nonostante tutto. Riuscire a sentire che in quel futuro, comunque, quel bambino c’è, non come ci si era immaginati, ma c’è e non è stato dimenticato.

Ogni bambino lascia qualcosa con il suo passaggio, una traccia, un cambiamento, un ricordo. Non è facile appigliarsi a questo nel mare del dolore, ma è possibile.. E quando ci si riesce, tutto cambia.

Ogni bambino può aver lasciato dietro di sé…

  • L’amore. Non ho conosciuto nessun genitore che mi abbia detto che avrebbe preferito non aver avuto quel figlio, nonostante l’infinito dolore della sua perdita. Tutti i genitori hanno profondamente amato i loro figli, e continuano ad amarli al di là della loro morte. Tutti i genitori ricordano con tenerezza ogni istante trascorso ad attendere i propri bambini, ricordano le speranze, ricordano i sogni… E in questi ricordi i loro figli rimangono, così come l’amore per loro.
  • Occhi nuovi. Un nuovo modo di guardare al mondo e alla vita. L’attenzione alle piccole cose, la voglia di trovare nei dettagli della propria quotidianità qualche buon motivo per andare avanti, il desiderio di non perdere la speranza e di continuare a credere di poter ancora sorridere.
  • Nuove sensibilità. Aver attraversato la burrasca, essere piombati dalla felicità più pura al burrone buio della sua perdita, sapere cosa significa sentirsi soli e vuoti, apre le porte a una nuova empatia, alla voglia di esserci per chi altro soffre, ad una capacità di ascoltare senza giudizio e senza pretese.

Questo, e tanto altro, è quello che resta di quello che non è stato; e questo, e tanto altro, può essere il motore per elaborare il lutto per la perdita di un figlio. Questi, e molti altri, sono i motivi per cui un bambino che è venuto a mancare non va dimenticato, non va sostituito, ma può e deve essere riconosciuto, sempre e da tutti, come un membro reale, anche se non fisicamente presente, di quella famiglia e della vita dei suoi genitori.

Dott.ssa Giulia Schena

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Quello che c’è dietro all’allattamento al seno

C’è che lo sappiamo tutti quanto sia importante, quanto sia salutare. C’è che siamo tutti consapevoli del fatto che sia la cosa più naturale del mondo. C’è che guardiamo con meraviglia e tenerezza il miracolo di una madre che allatta, che nutre il suo bambino di sé.

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Ma c’è, poi, l’altra faccia della medaglia.

C’è che allattare non è facile e immediato come fanno pensare, a volte, idilliache immagini della maternità.

C’è che allattare inizialmente può provocare dolore, e che questo dolore sia o meno sopportabile lo può sapere solo la mamma in questione.

C’è che allattare è un’enorme responsabilità: devi far crescere il tuo bambino, non troppo, non troppo poco; devi attaccarlo nel modo giusto, d’altronde è una cosa così naturale; devi riconoscere i bisogni del tuo bambino, sintonizzarti su di lui senza farti distrarre dal resto, anche se il resto è il marasma della vita che imperterrita continua a scorrere, noncurante di ciò che avviene tra quella mamma e quel cucciolino.

C’è che tutti ti danno consigli, ma pochi ti stanno davvero a sentire: c’è che a volte vorresti solo un abbraccio, nel quale percepire che “stai facendo bene”, “andrà tutto bene”.

C’è che una mamma quando incontra il suo bambino per la prima volta vorrebbe sentirsi la miglior madre del mondo, vorrebbe essere sicura di dargli il meglio, vorrebbe saper fare immediatamente tutto ciò che serve al suo bambino. E invece c’è che essere mamma è un mestiere difficile, fin dal primo istante.

C’è che se vi fosse più supporto, più attenzione, più ascolto, più accoglienza verso le madri, verso le loro difficoltà, verso ciò che provano e ciò che le spaventa, crescere un figlio sarebbe più semplice.

C’è che è importante che l’allattamento al seno arrivi alle mamme come qualcosa di bello, qualcosa di fattibile, qualcosa di auspicabile. Ma c’è anche che è importante che arrivi loro che comunque vada saranno sostenute, saranno accettate, saranno sempre e comunque delle buone madri.

C’è che l’allattamento al seno può essere una magica avventura, di contatto, di coccola, di conoscenza reciproca, di annusarsi e riconoscersi in un solo istante. Ma può essere tutto questo solo se lo si toglie dall’idea della “buona madre che allatta” e del “ti deve riuscire per forza, perché è così che si fa”.

C’è che se non ti riesce di allattare al seno o se ad un certo punto sei stanca o se non riesci a trovare la tua dimensione in questa funzione, sei comunque una madre meravigliosa. Ma c’è anche che se non ti riesce di allattare al seno puoi chiedere un supporto, se hai voglia di farlo, senza il timore di sentirti giudicata, o obbligata, o rinchiusa dentro canoni troppo rigidi per i tuoi gusti.

Ecco cosa c’è per me dentro il motto della SAM2017, “Sostenere l’Allattamento Insieme”. C’è che ognuno può fare il suo pezzetto per far sentire adeguata una mamma e aiutarla a fare il meglio che può, anche quando lei crede di non essere all’altezza. C’è che si può ascoltare senza giudicare, si può osservare senza criticare, si può sostenere senza obbligare.

Dott.ssa Giulia Schena

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La Giornata Internazionale delle Madri in Lutto

Ieri, una settimana prima della festa della Mamma, è stata la giornata internazionale delle madri in lutto. Per questa occasione ho scritto un post (se ve lo foste perso, lo trovate qui).

Questo post ha avuto molto successo, ma in molti non conoscevano questa giornata e mi hanno chiesto informazioni a riguardo.

Le origini della festa della Mamma

La Festa della Mamma, tradizionalmente festeggiata in diverse parti del mondo nel mese di maggio, nella sua veste “moderna” è fatta risalire alla battaglia fatta da Anna M. Jarvis che agli inizi del ‘900 si è battuta per la sua istituzione, in onore della sua defunta madre. Nel 1908 riuscì nel suo intento e venne festeggiata la prima “festa della mamma”. Nel 1914, poi, il presidente degli Stati Uniti istituì ufficialmente il “Mother’s Day” , fissandolo per la seconda domenica di maggio.

Ma forse non tutti sanno che

La madre di Anna M. Jarvis, Ann, diede alla luce 12 figli, dei quali però solo 4 sopravvissero e diventarono grandi. La madre alla quale per prima è stata dedicata questa festa, dunque, è una madre che è passata attraverso l’atroce dolore della perdita di un figlio.

Per questo motivo, CarlyMarie, nel 2010 ha istituito la Festa delle Madri in lutto, che si celebra una settimana prima della Festa della Mamma e che vuole sottolineare l’importanza del riconoscimento del lutto pre e perinatale, che vuole riportare la Festa della Mamma al suo significato originario: dare ad ogni madre l’attenzione, l’accoglienza, il riconoscimento che merita, a prescindere dal fatto che possa coccolare suo figlio ogni giorno.

CarlyMarie è una madre Australiana che ha perso suo figlio al termine della gravidanza e da allora ha avviato un progetto di sostegno alle famiglie e di informazione sul lutto perinatale (qui il suo sito internet).

Celebrare questa giornata significa accettare l’idea che una madre è tale dal momento in cui crea uno spazio nella sua mente e nel suo cuore per il figlio che avrà. Significa far sentire a tutte le madri in lutto il calore di cui hanno bisogno per non trovarsi congelate nel dolore il giorno della festa della Mamma.
Dott.ssa Giulia Schena

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Mamma è chi porta un figlio nel cuore 

Cos’è una mamma?
Una mamma è qualcuno che ama. Ama all’infinito. Ama prima ancora di sapere dell’esistenza del suo bambino. Ama nella mente, nei sogni, nei pensieri, nei desideri. Ama nel cuore, nelle speranze, nelle preoccupazioni, nell’attesa.

Una mamma è qualcuno che un giorno ha sentito dentro di sé la vita crescere: un test positivo le ha detto che c’era un puntino dentro il suo ventre e ha cominciato ad amarlo. Una mamma è colei che ha saputo in quel momento che una parte di sé sarebbe per sempre vissuta fuori dal suo corpo.

Una mamma è qualcuno che porta sempre nei suoi pensieri il suo bimbo, che mette lui al primo posto, che spera nel meglio per lui. 

Una mamma porta suo figlio nel cuore e, vicino o lontano, sa che è sempre con lei.

Una mamma è una Mamma. E non cambia nulla se quel figlio che ama può portarlo con sé solo nel cuore o anche tra le braccia. 

Oggi, prima domenica di maggio, si dedica un giorno alle mamme “speciali”, quelle normali mamme, che hanno perso i loro bambini. Si dedica loro un giorno forse pensando che la Festa della Mamma, la seconda domenica di maggio, non faccia al caso loro. Ma nessuna mamma è meno Mamma perché ama suo figlio nel vento invece che dentro ad una culla.
Che lo spazio che oggi si dedica a queste mamme, sia uno spazio che serva a riflettere e a capire che sono “mamme e basta”, senza nulla di speciale. Che serva ad imparare ad essere più sensibili e più consapevoli verso il lutto perinatale, così come verso la maternità in genere.

Dott.ssa Giulia Schena

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I figli si fanno in due

“Io non ce la faccio dottoressa: il lavoro, i bambini, le attività extrascolastiche, la casa.. Non sono abbastanza, mi vedo ogni giorno fallire nell’impresa. Eppure pensavo di farcela, quando abbiamo deciso di avere un figlio credevo sarei riuscita a fare tutto, sono sempre stata un vulcano.. Non pensavo di fallire proprio in questo. Mi sento in colpa, non riesco ad essere abbastanza né al lavoro, né come mamma. Come posso fare?”

Questo discorso, più o meno in questi termini, l’ho sentito un milione di volte. Forse anche qualcuna in più. Mamme sull’orlo di una crisi, che non si sentono adeguate, che lottano ogni giorno contro il tempo e contro i sensi di colpa. Raccontano la loro vita sul filo del rasoio, correndo come pazze e lasciando sempre qualcosa di incompiuto, per forza.

Nei loro racconti, però, manca sempre una cosa: manca sempre la figura del padre. E quando chiedi “mi scusi, ma cosa ne pensa il suo compagno?” ti guardano stranite: “Cosa vuole, lui ha da lavorare…”. A volte continuano: “È anche bravo, sa? Quando può mi aiuta.. La sera è presente, cambia pannolini, legge favole”, altre sospirano sconsolate: “Non è da lui fare il mammo.. Lavora tutto il giorno e poi arriva a casa e si aspetta la cena pronta. Però non ci fa mancare niente”.

E allora inviti lui e senti il suo parere. In genere suona più o meno così: “Lavoro tutto il giorno, non posso stare dietro a tutte le cose dei bambini.. E poi loro vogliono la mamma. Ci ho provato delle volte a metterli a nanna io, ma non sono in grado.. Piangono, chiamano lei. Con me non ci stanno più di un tot.. Poi comunque lei ha preso il part time apposta, per riuscire a seguirli. D’altronde hanno un rapporto molto stretto.. I primo tempi stavano sempre insieme, mentre io ero al lavoro.”

Sembra impossibile venirne fuori: madri in crisi, padri (a detta loro) incapaci e oberati di lavoro. Madri che riducono aspettative e impegni fuori casa, padri che non ci provano nemmeno. Madri che corrono, padri pure, ma in modo diverso.

Un tempo la divisione era questa: madre a casa a gestire i figli, padre fuori al lavoro a portare a casa la pagnotta.

Oggi la divisione è più o meno questa: madre con il dono dell’ubiquità un po’ a casa e un po’ al lavoro, padre al lavoro a portare a casa l’altra metà della pagnotta.

Deve esserci sfuggito un passaggio. Quella volta, quando a scuola ci hanno insegnato le divisioni e le percentuali, dobbiamo aver capito male. Perché se casa+lavoro fa il 100% dell’impegno quotidiano, quando si è in due si dovrebbe avere un 50% ciascuno. Quindi ad esempio:

A uno casa (50%), all’altro lavoro (50%).

E se non si può fare una divisione tanto semplice? Se il 50% del lavoro si divide in due? Beh, dovrebbe risultare più o meno così:

A uno 25% casa e 25% lavoro, all’altro… Idem.

Ma l’evoluzione della cosa ha subito un qualche intoppo e dopo aver diviso a metà il 50% del lavoro, ci si è fermati. E fino a nuovo ordine sembra che l’altro impegno, quello di casa, debba rimanere a chi ce lo aveva prima.

Se c’è da sacrificare una carriera, quindi, si sacrifica quella della mamma. Se c’è da sacrificare una sanità mentale idem.

Ma le mamme, così, si riempiono di sensi di colpa e di inadeguatezza (che non fanno bene né a loro, né alla loro relazione con i figli) e di frustrazione e rabbia (che non fanno bene né a loro, né alla loro relazione con il partner).

E i papà non sono certo immuni; loro fanno il pieno di senso di incapacità genitoriale (che non fa bene né a loro, né alla loro relazione con i figli) e di rabbia e rancore verso la rabbia della compagna (che non fa bene né a loro, né alla loro relazione con la partner).

Non vince nessuno. Tutti si lamentano. Tutti stanno male.

Ma perché si arriva a questo punto? 

Se siete mamme starete pensando: 

Perché lui non fa la sua parte e non si accorge nemmeno di quanto sono stanca

Se siete papà starete pensando:

Eccola l’ennesima che dà la colpa a me.. Ma cosa diamine dovrei fare di diverso?!

La colpa non è in realtà né dei papà né delle mamme, o meglio è di entrambi. È una colpa culturale.

Quando nasce un bambino si dà per scontato che sia la mamma a doversene occupare (esattamente come quando la divisione casa-lavoro era 50% e 50%). A nessuno viene in mente che entrambi i genitori possono (e devono) fare la loro parte. A nessuno viene in mente che i papà siano tanto bravi quanto le mamme ad accudire i figli, se solo si lasciano fare. A nessuno viene in mente che il lavoro di una donna è tanto importante quanto quello di un uomo, e quindi sono ugualmente sacrificabili (e, pensateci, così verrebbero anche meno alcune delle differenze tra uomini e donne nel mondo del lavoro: perché assumere l’uno o l’altra non cambierebbe granché visto che entrambi prima o poi potrebbero sottrarre del tempo al lavoro per fare i genitori).

I figli si fanno in due e c’è un buon motivo: c’è bisogno di due teste, quattro braccia, quattro occhi, due cuori per tirarli su. (Lode a chi riesce a farlo da sola/o, siete dei super eroi!!)

Ma a nessuna mamma (o a molto poche) viene in mente di dire: i permessi di maternità/paternità li prendiamo un po’ per ciascuno, così nessuno si perde troppo da nessuna delle due parti e ognuno fa la sua parte in entrambi gli ambiti. A nessuna mamma (o a molto poche) viene in mente di dire al compagno: questa cosa di casa/del bambino la gestisci tu, come vuoi tu, non come farei io, ma come vuoi fare tu. E a nessun papà (o a molto pochi) viene in mente di rivendicare un posto che poi, a poco a poco, scivola via, con il loro rammarico. E a nessun papà (o a molto pochi) viene in mente di dire che se a volte tacciano le compagne di esserci solo per i figli non è per gelosia, ma perché perdono il loro ruolo e la loro identità (sia quella di compagno che quella di padre).

Poche sono, da entrambe le parti, le richieste e gli accordi espliciti. Tutti e due ci si aspetta che l’altro capisca, così come per magia. E alla fine, stanchi ed incompresi, ci si manda a quel paese.

I figli si fanno in due, non ci sono (o non dovrebbero esserci) madri supersoniche, né padri incompetenti: c’è (o dovrebbe esserci) il mettersi alla prova, il sostenersi e il dirsi apertamente ciò che si pensa per gestire meglio le cose da fare, prima che i sentimenti negativi siano talmente tanti che arrivano a tappare occhi e orecchie (facendo vedere così solo quello che non va).

Il succo del discorso è:

Mamma, non sei un’incapace se non riesci a fare tutto. Sei umana.

Papà, non sei obbligato a lasciar fare alla tua compagna. Sei adeguato.

Voi due, insieme, potete comunicare, organizzare, programmare e gestire tutto in due, con più serenità. Fidatevi, potete riuscirci.

Dott.ssa Giulia Schena

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Pensieri sparsi di un neonato nel suo nuovo mondo

“Caro diario,
Non puoi immaginare che strano posto sia questo. Per cominciare non ci sono pareti! È largo, larghissimo! Ti muovi e non colpisci niente. È molto strano, un po’ sconvolgente. Per fortuna di tanto in tanto gli esseri che vivono qui riescono a cogliere quanto assurdo sia e mi avvolgono con due lunghe cose che hanno attaccate al corpo. Lo chiamano “in braccio”. Io strillo e loro arrivano e dicono “vuoi venire in braccio amorino?!”. Ehccerto che voglio venire in braccio, che diamine. Almeno così questo mondo assomiglia un po’ di più al mio, mi sento contenuto, mi sento al sicuro.

Ma le stranezze non finiscono certo qui: vorrei comunicare con questi esseri. Ma pare che prima di spedirmi qui abbiano dimenticato di insegnarmi almeno i fondamenti della loro lingua. Sono stato dotato di un unico strumento per comunicare: strillo. Ho fame? Strillo. Ho freddo? Strillo. Ho caldo? Strillo. Ho sonno? Strillo. Ho sete? Strillo. Mi annoio? Strillo. E via così. Io mi impegno molto a differenziare i tipi di strilli, ma non è mica facile. E poi, cosa vuoi, questi non sembrano essere ben tarati per tradurre i miei strilli. Temo si siano dimenticati di dare loro il libretto di istruzioni. Non ci resta che studiarci e imparare assieme.

Tra l’altro questi esseri non sono mica tutti uguali!! Ce n’è una bella, profumata, morbida. Ho come l’impressione di conoscerla da tempo, come se ci fossimo incontrati già nel posto da cui provengo. La sua voce, il suo tocco, mi fanno ricordare quel posto comodo e sicuro in cui stavo tanto bene. Dice di chiamarsi “mamma”; devo indagare. Ma credo che per ora sia la mia preferita.

Poi  ce n’è un altro, decisamente meno profumato, ma molto simpatico. Sembra essere un po’ impacciato, come se non ci conoscessimo, ma io sono sicuro di aver già sentito la sua voce: la riconosco, mi tranquillizza. Pare che qui intorno molti credano che lui non sia in grado di gestirmi, ma a me piace come lo fa: spero non si lasci convincere dalle malelingue. Credo si chiami “papà”. Anche lui mi piace tanto, se ci lasciano fare diventeremo di certo buoni amici.

Poi c’è tanta gente più o meno carina, più o meno interessante. Tanti cercano di dire alla signora mamma e al signor papà cosa devono fare, quando devono farlo, come devono farlo. Credo non si rendano conto che già riuscire a capirci con questi due linguaggi diversi non sia facile, se ci si mettono pure loro viene fuori un gran casino.

Ti faccio un esempio: a volte io piango, no?, d’altronde come ti dicevo è l’unico modo che ho per cercare di farmi capire. Arriva la signora mamma che, per carità, è alle prime armi, ma non è mica una sprovveduta…poi sarà sto fatto che pare ci conoscessimo anche prima che io arrivassi, ma sembra essere proprio sintonizzata con me. Insomma, arriva, fa per prendermi in braccio (proprio come vorrei!!) e taac!, arriva qualcuno a dirle che non lo deve fare, che altrimenti prendo il vizio. Che sarà mai poi, sto vizio? Credo sia una tremenda malattia, perché ne sono tutti terrorizzati.

O in altri casi, io strillo, la signora mamma si appresta ad allattarmi e taaac!, arriva qualcuno a dirle che non lo deve fare, che mica è passato tot tempo.. Ehi, ma io c’ho fame!! Che c’entra il tempo?

E insomma allattalo, non allattarlo; dai la tetta, dai il bibe; fallo dormire nella culla, fallo dormire nel lettone; tienilo in braccio, mettilo in passeggino; stimolalo tanto, non stimolarlo troppo. Per ogni cosa ci sono mille opinioni.

Riuscire ad allontanare sta gentaglia è davvero complicato. E li vedo i poveri signori mamma e papà che vanno un po’ in crisi. E poi, pur di risolvere lo smarrimento, smettono di ascoltare me e si mettono a seguire un dettame piuttosto che un altro. In certi casi, ad un certo punto, mi adeguo, che ci posso fare?! Di certo però, non credo sia giusto trattare così un nuovo arrivato: già devo spendere energie ad ambientarmi!!

Insomma, caro mio, mi sa che mi spetta una vita piuttosto faticosa qui. Spero che almeno ne valga la pena.. Dai sorrisi che mi fanno questi due, comunque, pare di sì.

Ti  farò sapere.”

Forse è il caso di ascoltarli i nostri bambini, che dite? Forse è il caso si seguire l’istinto e non i consigli… Forse è il caso di crescere insieme, giorno per giorno, al di fuori di qualsiasi manuale.

Dott.ssa Giulia Schena

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Non sei una cattiva madre!

Mamma, lo so che lo hai pensato tante volte, per le motivazioni più disparate.

Non mangia: è colpa mia, forse non sono una buona madre.

Non dorme: è colpa mia, forse non sono una buona madre.
Piange: è colpa mia, forse non sono una buona madre.

Fa i capricci: è colpa mia, forse non sono una buona madre.

Cresce meno dei suoi coetanei: è colpa mia, forse non sono una buona madre.

Cresce più dei suoi coetanei: è colpa mia, forse non sono una buona madre.

Non ha ancora imparato a camminare, a parlare, a stare senza pannolino: è colpa mia, forse non sono una buona madre.

E così via, ogni volta che ti è sembrato che qualcosa non andasse, è stato il primo pensiero che ti è venuto in mente. 

Eppure fai il possibile, ci provi e ci riprovi, ti impegni con tutta te stessa, ma ti sembra sempre di non fare abbastanza. Ti sembra sempre che le altre mamme siano migliori, più reattive, più intuitive, più capaci. Ti sembra sempre che gli altri bambini siano migliori, più sereni, più svegli, più gestibili.

Fermati, fermati un attimo, mamma.

Se qualcosa non va, non è colpa tua. Tu fai il possibile, ma sei un essere umano. Tutto quello che fai è per il bene del tuo bambino, e questo basta. Basta per essere a pieno titolo una buona madre. Non basta, purtroppo, perché tutto vada sempre liscio: ci sono cose che non puoi controllare, cose che devi imparare, cose che puoi affinare. Datti il beneficio di sentirti all’altezza, datti il merito di mettercela tutta.

Mamma, non ascoltare chi, di fronte ad ogni magagna, punta il dito verso di te. Non ascoltare chi, di fronte ad ogni problema, impone che tu debba saper trovare una soluzione. Non ascoltare chi, di fronte ad un bambino, si aspetta che tu sappia esattamente cosa fare, come farlo, quando farlo.

Non sentirti sola, mamma. Non sentirti la sola, l’unica ad affrontare queste difficoltà. Mamma non si nasce, lo si diventa ogni giorno, imparando, facendo e anche sbagliando. E tutte le mamme affrontano questo percorso.

Chiedi aiuto, mamma. Quando senti di non farcela, quando credi di essere al limite, quando inizi a dubitare delle tue capacità, chiedi aiuto. A chi può darti una mano nelle faccende quotidiane, e a chi può ascoltare i tuoi sfoghi. Non vergognarti mai della tua fatica: è normale, è umana. Sei perfetta così come sei e non deve stare tutto sulle tue spalle affinché tu possa riconoscerti in una buona madre. Cerca qualcuno che sappia sostenerti e ti faccia vedere quanto sei brava: è solo questione di puntare lo sguardo sulle cose giuste, le miliardi di cose positive che fai ogni giorno e non i piccoli incidenti di percorso.

Ricordalo ogni giorno, mamma. Ripetitelo come un mantra ogni volta che hai un dubbio: io sono una buona madre, la migliore per il mio bambino. E se sbaglio, aggiusterò il tiro e lui mi amerà sempre.

E ricorda, soprattutto, non conta cosa e come fanno gli altri. Non contano i consigli non richiesti che contengono giudizi malcelati. Conta quello che ti senti di fare tu, che è di certo la cosa giusta.

Dott.ssa Giulia Schena

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