Quello che resta di quello che non è stato

Ci sono storie che non hanno nemmeno il tempo di essere vissute, futuri che diventano passati ancora prima di essere davvero presenti.

Ci sono genitori che non hanno l’occasione di stringere i loro bimbi tra le braccia, di vederli crescere, di viverli fuori dai loro sogni e dalle loro speranze. Ci sono bambini la cui vita dura poco più di un soffio, lasciando dietro di sé dolore e sogni infranti.

Una culla vuota, un giocattolo ancora impacchettato, un quadro vuoto senza quella fotografia mai scattata, un palloncino sgonfio, una casa silenziosa e ordinata: perdere un figlio non è solo perdere lui, ma anche sogni, speranze.. si perde il futuro che lui non potrà vivere. Ed è in questo futuro senza di lui che si deve andare avanti.

Quando si perde un figlio riuscire a trovare uno spazio a quello che non è stato è tremendamente difficile: elaborare la perdita, riempire il vuoto, riuscire a trasformare il dolore sordo e cupo in nostalgia, riuscire a vedere nell’assenza di quel figlio la presenza di ciò che ha lasciato a chi lo ha amato, nonostante tutto. Riuscire a sentire che in quel futuro, comunque, quel bambino c’è, non come ci si era immaginati, ma c’è e non è stato dimenticato.

Ogni bambino lascia qualcosa con il suo passaggio, una traccia, un cambiamento, un ricordo. Non è facile appigliarsi a questo nel mare del dolore, ma è possibile.. E quando ci si riesce, tutto cambia.

Ogni bambino può aver lasciato dietro di sé…

  • L’amore. Non ho conosciuto nessun genitore che mi abbia detto che avrebbe preferito non aver avuto quel figlio, nonostante l’infinito dolore della sua perdita. Tutti i genitori hanno profondamente amato i loro figli, e continuano ad amarli al di là della loro morte. Tutti i genitori ricordano con tenerezza ogni istante trascorso ad attendere i propri bambini, ricordano le speranze, ricordano i sogni… E in questi ricordi i loro figli rimangono, così come l’amore per loro.
  • Occhi nuovi. Un nuovo modo di guardare al mondo e alla vita. L’attenzione alle piccole cose, la voglia di trovare nei dettagli della propria quotidianità qualche buon motivo per andare avanti, il desiderio di non perdere la speranza e di continuare a credere di poter ancora sorridere.
  • Nuove sensibilità. Aver attraversato la burrasca, essere piombati dalla felicità più pura al burrone buio della sua perdita, sapere cosa significa sentirsi soli e vuoti, apre le porte a una nuova empatia, alla voglia di esserci per chi altro soffre, ad una capacità di ascoltare senza giudizio e senza pretese.

Questo, e tanto altro, è quello che resta di quello che non è stato; e questo, e tanto altro, può essere il motore per elaborare il lutto per la perdita di un figlio. Questi, e molti altri, sono i motivi per cui un bambino che è venuto a mancare non va dimenticato, non va sostituito, ma può e deve essere riconosciuto, sempre e da tutti, come un membro reale, anche se non fisicamente presente, di quella famiglia e della vita dei suoi genitori.

Dott.ssa Giulia Schena

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I figli si fanno in due

“Io non ce la faccio dottoressa: il lavoro, i bambini, le attività extrascolastiche, la casa.. Non sono abbastanza, mi vedo ogni giorno fallire nell’impresa. Eppure pensavo di farcela, quando abbiamo deciso di avere un figlio credevo sarei riuscita a fare tutto, sono sempre stata un vulcano.. Non pensavo di fallire proprio in questo. Mi sento in colpa, non riesco ad essere abbastanza né al lavoro, né come mamma. Come posso fare?”

Questo discorso, più o meno in questi termini, l’ho sentito un milione di volte. Forse anche qualcuna in più. Mamme sull’orlo di una crisi, che non si sentono adeguate, che lottano ogni giorno contro il tempo e contro i sensi di colpa. Raccontano la loro vita sul filo del rasoio, correndo come pazze e lasciando sempre qualcosa di incompiuto, per forza.

Nei loro racconti, però, manca sempre una cosa: manca sempre la figura del padre. E quando chiedi “mi scusi, ma cosa ne pensa il suo compagno?” ti guardano stranite: “Cosa vuole, lui ha da lavorare…”. A volte continuano: “È anche bravo, sa? Quando può mi aiuta.. La sera è presente, cambia pannolini, legge favole”, altre sospirano sconsolate: “Non è da lui fare il mammo.. Lavora tutto il giorno e poi arriva a casa e si aspetta la cena pronta. Però non ci fa mancare niente”.

E allora inviti lui e senti il suo parere. In genere suona più o meno così: “Lavoro tutto il giorno, non posso stare dietro a tutte le cose dei bambini.. E poi loro vogliono la mamma. Ci ho provato delle volte a metterli a nanna io, ma non sono in grado.. Piangono, chiamano lei. Con me non ci stanno più di un tot.. Poi comunque lei ha preso il part time apposta, per riuscire a seguirli. D’altronde hanno un rapporto molto stretto.. I primo tempi stavano sempre insieme, mentre io ero al lavoro.”

Sembra impossibile venirne fuori: madri in crisi, padri (a detta loro) incapaci e oberati di lavoro. Madri che riducono aspettative e impegni fuori casa, padri che non ci provano nemmeno. Madri che corrono, padri pure, ma in modo diverso.

Un tempo la divisione era questa: madre a casa a gestire i figli, padre fuori al lavoro a portare a casa la pagnotta.

Oggi la divisione è più o meno questa: madre con il dono dell’ubiquità un po’ a casa e un po’ al lavoro, padre al lavoro a portare a casa l’altra metà della pagnotta.

Deve esserci sfuggito un passaggio. Quella volta, quando a scuola ci hanno insegnato le divisioni e le percentuali, dobbiamo aver capito male. Perché se casa+lavoro fa il 100% dell’impegno quotidiano, quando si è in due si dovrebbe avere un 50% ciascuno. Quindi ad esempio:

A uno casa (50%), all’altro lavoro (50%).

E se non si può fare una divisione tanto semplice? Se il 50% del lavoro si divide in due? Beh, dovrebbe risultare più o meno così:

A uno 25% casa e 25% lavoro, all’altro… Idem.

Ma l’evoluzione della cosa ha subito un qualche intoppo e dopo aver diviso a metà il 50% del lavoro, ci si è fermati. E fino a nuovo ordine sembra che l’altro impegno, quello di casa, debba rimanere a chi ce lo aveva prima.

Se c’è da sacrificare una carriera, quindi, si sacrifica quella della mamma. Se c’è da sacrificare una sanità mentale idem.

Ma le mamme, così, si riempiono di sensi di colpa e di inadeguatezza (che non fanno bene né a loro, né alla loro relazione con i figli) e di frustrazione e rabbia (che non fanno bene né a loro, né alla loro relazione con il partner).

E i papà non sono certo immuni; loro fanno il pieno di senso di incapacità genitoriale (che non fa bene né a loro, né alla loro relazione con i figli) e di rabbia e rancore verso la rabbia della compagna (che non fa bene né a loro, né alla loro relazione con la partner).

Non vince nessuno. Tutti si lamentano. Tutti stanno male.

Ma perché si arriva a questo punto? 

Se siete mamme starete pensando: 

Perché lui non fa la sua parte e non si accorge nemmeno di quanto sono stanca

Se siete papà starete pensando:

Eccola l’ennesima che dà la colpa a me.. Ma cosa diamine dovrei fare di diverso?!

La colpa non è in realtà né dei papà né delle mamme, o meglio è di entrambi. È una colpa culturale.

Quando nasce un bambino si dà per scontato che sia la mamma a doversene occupare (esattamente come quando la divisione casa-lavoro era 50% e 50%). A nessuno viene in mente che entrambi i genitori possono (e devono) fare la loro parte. A nessuno viene in mente che i papà siano tanto bravi quanto le mamme ad accudire i figli, se solo si lasciano fare. A nessuno viene in mente che il lavoro di una donna è tanto importante quanto quello di un uomo, e quindi sono ugualmente sacrificabili (e, pensateci, così verrebbero anche meno alcune delle differenze tra uomini e donne nel mondo del lavoro: perché assumere l’uno o l’altra non cambierebbe granché visto che entrambi prima o poi potrebbero sottrarre del tempo al lavoro per fare i genitori).

I figli si fanno in due e c’è un buon motivo: c’è bisogno di due teste, quattro braccia, quattro occhi, due cuori per tirarli su. (Lode a chi riesce a farlo da sola/o, siete dei super eroi!!)

Ma a nessuna mamma (o a molto poche) viene in mente di dire: i permessi di maternità/paternità li prendiamo un po’ per ciascuno, così nessuno si perde troppo da nessuna delle due parti e ognuno fa la sua parte in entrambi gli ambiti. A nessuna mamma (o a molto poche) viene in mente di dire al compagno: questa cosa di casa/del bambino la gestisci tu, come vuoi tu, non come farei io, ma come vuoi fare tu. E a nessun papà (o a molto pochi) viene in mente di rivendicare un posto che poi, a poco a poco, scivola via, con il loro rammarico. E a nessun papà (o a molto pochi) viene in mente di dire che se a volte tacciano le compagne di esserci solo per i figli non è per gelosia, ma perché perdono il loro ruolo e la loro identità (sia quella di compagno che quella di padre).

Poche sono, da entrambe le parti, le richieste e gli accordi espliciti. Tutti e due ci si aspetta che l’altro capisca, così come per magia. E alla fine, stanchi ed incompresi, ci si manda a quel paese.

I figli si fanno in due, non ci sono (o non dovrebbero esserci) madri supersoniche, né padri incompetenti: c’è (o dovrebbe esserci) il mettersi alla prova, il sostenersi e il dirsi apertamente ciò che si pensa per gestire meglio le cose da fare, prima che i sentimenti negativi siano talmente tanti che arrivano a tappare occhi e orecchie (facendo vedere così solo quello che non va).

Il succo del discorso è:

Mamma, non sei un’incapace se non riesci a fare tutto. Sei umana.

Papà, non sei obbligato a lasciar fare alla tua compagna. Sei adeguato.

Voi due, insieme, potete comunicare, organizzare, programmare e gestire tutto in due, con più serenità. Fidatevi, potete riuscirci.

Dott.ssa Giulia Schena

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Caro papà – Riconoscere l’importanza della figura paterna

Caro papà,

Sì tu, parlo proprio con te. Lo so che ti sembra strano: non è consuetudine parlare ai papà quando si parla di bambini, di educazione, di famiglia.. Per queste cose, si pensa, “ci sono le mamme”.

E io, invece, parlo con te. Con te che sei l’altra metà della storia, l’altra metà della relazione, l’altra metà della crescita di questi piccoli adulti di domani. Parlo con te per dirti che lo so che sei importante, tanto quanto la tua compagna, ma so anche che è davvero raro che te lo riconoscano. E so anche che, proprio per questo motivo, spesso vai in crisi, molli la presa e, diventi complice di questa profezia che in un attimo di autoavvera: rimani in disparte, non fai, non chiedi, non dici, ma dentro di te rimugini e ti rammarichi di non poter dare tutto quello che vorresti.

E allora io parlo con te. E voglio dirti che lo so quanto può essere frustrante essere considerati poco utili, di certo non indispensabili, importanti solo come contorno. Voglio dirti che posso capire se ad un certo punto getti la spugna, e davvero sembri voler far credere che non ti interessi, così come dicono tutti.

Ma, ancora, parlo con te. E voglio dirti anche che non è per forza così che deve andare. Voglio dirti che a volte i luoghi comuni possono essere contrastati e falsificati: so per certo che puoi dimostrare di essere l’ottimo genitore che sai di voler essere. Voglio dirti che, a volte, senza rabbia e senza rancore, puoi spiegare alla tua compagna che probabilmente è vero che non gestisci le cose come le gestirebbe lei, ma che questa è una ricchezza, perché permette di conoscere diverse possibilità e di trovarne di sempre più congeniali. Voglio dirti che a volte puoi andare dritto per la tua strada, facendo ciò che ritieni giusto, in barba a chi pensa che tu non sappia fare il padre. Ma poi, se ci riesci, non rinfacciarlo, altrimenti si riparte da capo.

Se mi permetti, continuo a parlare con te. E voglio dirti che diventare genitori non è facile. Non lo è per te, ma, fidati, non lo è nemmeno per la tua compagna. Voglio dirti che lo so bene quanto sia complicato trovare nuovi equilibri, trovare uno spazio che rimanga per la coppia, trovare del tempo che non sia contaminato dalle nuove preoccupazioni e, soprattutto, dalla stanchezza. Voglio dirti che è tutto nella norma se ogni tanto si sbaglia, se ogni tanto si litiga, se ogni tanto si ha voglia solo di mandarsi a quel paese. E proprio perché è normale amministrazione, voglio dirti che poi, però, è importante fermarsi e valutare bene quello che è successo: soppesarlo e decidere quanto valga la pena fare i cocciuti e quanto invece sarebbe più semplice tornare indietro e chiarire, lasciando da parte tutta la rabbia e la frustrazione.

Finisco, ora, di parlare con te. Ma voglio ancora dirti che so che a volte non ti sentirai all’altezza, so che a volte non ti sentirai né visto né compreso, so che a volte ti verrà voglia di cercare conferme altrove, ma non farti ingannare. Sei importante, anzi sei fondamentale. Hai molto da dare e molti modi (diversi da quelli della tua compagna!!!) per darlo. E quando la certezza di ciò inizia a vacillare, pensa a quanto bene può fare ai tuoi figli conoscere sempre due punti di vista; pensa a quanto può essere per loro arricchente conoscere la carezza della mano più delicata della mamma e anche quella della mano più grande e ruvida del papà; pensa a quanto possa ampliare i loro orizzonti vedere i genitori che si spartiscono i compiti, che a volte litigano, ma sanno anche parlare, e che possono anche non andare d’accordo, ma si fidano l’uno dell’altra. Pensa, insomma, a quanto potranno andare lontano se ad accompagnarli non sarà una sola guida, ma due, e se potranno fare pezzetti di strada diversi (ma ugualmente importanti) con ognuna delle due, conoscendo scorci differenti di questa vita.

papa

Infine, dato che ci sono, parlo anche con te, mamma: abbi fiducia nell’uomo che hai di fianco. Non metterlo sempre alla prova, ma impara ad accettare i suoi modi, che forse non ti sembreranno adeguati, ma possono funzionare se trovano lo spazio per esprimersi. D’altronde se vi siete scelti è perché vi completate, e per completarsi bisogna essere diversi. Il papà è importante, non credere a chi ti dice che non è così.

Dott.ssa Giulia Schena

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Pensieri sparsi di un neonato nel suo nuovo mondo

“Caro diario,
Non puoi immaginare che strano posto sia questo. Per cominciare non ci sono pareti! È largo, larghissimo! Ti muovi e non colpisci niente. È molto strano, un po’ sconvolgente. Per fortuna di tanto in tanto gli esseri che vivono qui riescono a cogliere quanto assurdo sia e mi avvolgono con due lunghe cose che hanno attaccate al corpo. Lo chiamano “in braccio”. Io strillo e loro arrivano e dicono “vuoi venire in braccio amorino?!”. Ehccerto che voglio venire in braccio, che diamine. Almeno così questo mondo assomiglia un po’ di più al mio, mi sento contenuto, mi sento al sicuro.

Ma le stranezze non finiscono certo qui: vorrei comunicare con questi esseri. Ma pare che prima di spedirmi qui abbiano dimenticato di insegnarmi almeno i fondamenti della loro lingua. Sono stato dotato di un unico strumento per comunicare: strillo. Ho fame? Strillo. Ho freddo? Strillo. Ho caldo? Strillo. Ho sonno? Strillo. Ho sete? Strillo. Mi annoio? Strillo. E via così. Io mi impegno molto a differenziare i tipi di strilli, ma non è mica facile. E poi, cosa vuoi, questi non sembrano essere ben tarati per tradurre i miei strilli. Temo si siano dimenticati di dare loro il libretto di istruzioni. Non ci resta che studiarci e imparare assieme.

Tra l’altro questi esseri non sono mica tutti uguali!! Ce n’è una bella, profumata, morbida. Ho come l’impressione di conoscerla da tempo, come se ci fossimo incontrati già nel posto da cui provengo. La sua voce, il suo tocco, mi fanno ricordare quel posto comodo e sicuro in cui stavo tanto bene. Dice di chiamarsi “mamma”; devo indagare. Ma credo che per ora sia la mia preferita.

Poi  ce n’è un altro, decisamente meno profumato, ma molto simpatico. Sembra essere un po’ impacciato, come se non ci conoscessimo, ma io sono sicuro di aver già sentito la sua voce: la riconosco, mi tranquillizza. Pare che qui intorno molti credano che lui non sia in grado di gestirmi, ma a me piace come lo fa: spero non si lasci convincere dalle malelingue. Credo si chiami “papà”. Anche lui mi piace tanto, se ci lasciano fare diventeremo di certo buoni amici.

Poi c’è tanta gente più o meno carina, più o meno interessante. Tanti cercano di dire alla signora mamma e al signor papà cosa devono fare, quando devono farlo, come devono farlo. Credo non si rendano conto che già riuscire a capirci con questi due linguaggi diversi non sia facile, se ci si mettono pure loro viene fuori un gran casino.

Ti faccio un esempio: a volte io piango, no?, d’altronde come ti dicevo è l’unico modo che ho per cercare di farmi capire. Arriva la signora mamma che, per carità, è alle prime armi, ma non è mica una sprovveduta…poi sarà sto fatto che pare ci conoscessimo anche prima che io arrivassi, ma sembra essere proprio sintonizzata con me. Insomma, arriva, fa per prendermi in braccio (proprio come vorrei!!) e taac!, arriva qualcuno a dirle che non lo deve fare, che altrimenti prendo il vizio. Che sarà mai poi, sto vizio? Credo sia una tremenda malattia, perché ne sono tutti terrorizzati.

O in altri casi, io strillo, la signora mamma si appresta ad allattarmi e taaac!, arriva qualcuno a dirle che non lo deve fare, che mica è passato tot tempo.. Ehi, ma io c’ho fame!! Che c’entra il tempo?

E insomma allattalo, non allattarlo; dai la tetta, dai il bibe; fallo dormire nella culla, fallo dormire nel lettone; tienilo in braccio, mettilo in passeggino; stimolalo tanto, non stimolarlo troppo. Per ogni cosa ci sono mille opinioni.

Riuscire ad allontanare sta gentaglia è davvero complicato. E li vedo i poveri signori mamma e papà che vanno un po’ in crisi. E poi, pur di risolvere lo smarrimento, smettono di ascoltare me e si mettono a seguire un dettame piuttosto che un altro. In certi casi, ad un certo punto, mi adeguo, che ci posso fare?! Di certo però, non credo sia giusto trattare così un nuovo arrivato: già devo spendere energie ad ambientarmi!!

Insomma, caro mio, mi sa che mi spetta una vita piuttosto faticosa qui. Spero che almeno ne valga la pena.. Dai sorrisi che mi fanno questi due, comunque, pare di sì.

Ti  farò sapere.”

Forse è il caso di ascoltarli i nostri bambini, che dite? Forse è il caso si seguire l’istinto e non i consigli… Forse è il caso di crescere insieme, giorno per giorno, al di fuori di qualsiasi manuale.

Dott.ssa Giulia Schena

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Il lutto perinatale e… i papà.

“Sono il papà.. Cioè, ero il papà. Insomma non lo so.. Il mio bambino non c’è più.. Non so quando ci sia stato: il suo cuore, nella pancia della sua mamma, a un certo punto, ha smesso di battere. E io non so se sono stato il suo papà, se lo sono.. Non abbiamo avuto neanche il tempo di conoscerci. E la sua mamma.. Lei sì che è la sua mamma, lei lo ha portato dentro di sé. E lei, adesso, sta troppo male. Ancora non abbiamo capito bene: siamo genitori, ma il nostro bambino non c’è. Forse, allora, non siamo genitori. Avrei tanto voluto essere il suo papà.. Ma la sua mamma, adesso, è distrutta. E io.. Io devo essere forte. Tutti mi dicono che devo riuscire ad andare avanti, almeno io, per noi, per lei. Non posso lasciarmi andare, altrimenti cadiamo giù, tutti e due, e chi ci risolleva più?! E io, io non l’ho nemmeno conosciuto: come posso soffrire la sua mancanza? Io è meglio se vado avanti con la vita di tutti i giorni, così lei piano piano mi seguirà e questo incubo passerà. Io è meglio se non ci penso, così non mi abbatto e il dolore sembrerà meno intenso. Io è meglio se mi convinco che non è mai esistito, che ce ne saranno altri.. così mi dicono tutti, e forse è meglio che li ascolti. Io sono il suo papà, o forse lo ero. O forse no. Forse io posso solo essere forte, forse è questo che fanno i papà. Anche quando non sanno se lo sono oppure no.”

Quando un bambino muore e i suoi genitori si trovano a braccia vuote e con i sogni infranti, non c’è più il futuro che era stato immaginato, e sembra che nemmeno il passato possa esistere perché tutti sì ostinano a non volerlo considerare.. E quando in una famiglia piomba questo dolore che è enorme, ma che non si sa che volto possa e debba avere (perché la società, ancora e ancora, si volta dall’altra parte), le reazioni e i pensieri di ciascun membro della famiglia possono essere diverse, perché nessuno sa cosa sia giusto o sbagliato fare (come se potesse esserci qualcosa di giusto e qualcosa di sbagliato, e non, semplicemente, qualcosa di spontaneo e naturale come l’afflizione e il bisogno di sostegno).

Ecco, in questa situazione molto spesso capita che la mamma e il papà del piccolo cuore che ha smesso di battere, si trovino a dover sopportare una difficoltà in più: quella di non riconoscersi nel dolore. Ognuno di loro, infatti, vive il proprio dolore a modo suo, perché ognuno è diverso.. E come se non bastasse anche la società fa apparire più o meno consone certe modalità, a seconda della persona e a seconda del ruolo.

Così i papà, generalmente attanagliati dalla sofferenza quanto le mamme, si trovano a sentirsi obbligati a stringere i denti, a sfoggiare una forza che non sono nemmeno così sicuri di possedere, e ad andare, semplicemente, avanti. Ai papà, infatti, si dice spesso che non sono tali finché non conoscono il bambino (mentre, si dice, che una mamma è tale da quando vede il test di gravidanza positivo); ai papà si dice che devono essere forti, perché sono meno sensibili delle mamme, perché sono più pratici, perché devono essere un pilastro per la loro compagna che soffre; ai papà si dice che quell’istinto genitoriale di amare in maniera viscerale i propri figli non ce l’hanno: li amano, sì, ma non come le mamme (non per niente, abitualmente quell’istinto viene chiamato istinto “materno”); ai papà si dice che, non avendolo avuto nella pancia, tutto sommato non possono aver creato un grande legame con quel bambino.

E i papà? I papà finiscono per crederci, finiscono per mettersi davvero d’impegno per sembrare indifferenti, per sembrare forti, per sembrare inscalfibili.

E le mamme? Le mamme soffrono per questo. Non si rendono conto dello sforzo spesso sovrumano dei loro compagni, e pensano che davvero a loro non interessi, che loro davvero abbiano già dimenticato, che loro vogliano davvero non pensarci più e andare avanti come nulla fosse.

E la coppia? La coppia, spesso, scoppia. Diventa  il luogo delle incomprensioni, delle recriminazioni. Diventa lo spazio in cui scaraventare gli sfoghi, in cui esprimere la rabbia. Diventa il modo per distogliere l’attenzione dalla sofferenza, portandolo sui rancori tra marito e moglie, tra compagno e compagna, tra mamma e papà. Senza rendersi conto che si perde così la possibilità, quella vera, di sostenersi, di mostrarsi limpidamente nei propri diversi modi di soffrire, di aiutarsi l’un l’altro a conoscere nuove modalità per affrontare questo momento buio.

I papà, quando perdono un figlio, soffrono. Soffrono come le mamme: forse in modo diverso, ma non meno intenso.

I papà, quando perdono un figlio, hanno bisogno di sostegno. Esattamente come le mamme.

I papà, quando perdono un figlio, hanno bisogno delle mamme. Così come le mamme hanno bisogno dei papà. Hanno bisogno di riconoscere insieme la loro storia e quella di questo bambino che c’è e che è loro anche se all’apparenza non c’è più.

È importante che ognuno possa avere il proprio tempo e il proprio spazio per vivere il dolore come ritiene opportuno fare. Ma poi, di tanto in tanto, è importante anche trovarsi, in uno spazio comune, e raccontarsi,  ascoltarsi, accogliersi reciprocamente, senza pregiudizi e senza la pretesa di sapere cosa sia corretto e cosa invece non lo sia, semplicemente facendo attenzione al fatto che la sofferenza può essere chiamata con diversi nomi, può essere attraversata con diversi percorsi, ma rimane tale. E da soli è più difficile farsene carico.

Dott.ssa Giulia Schena

A te, creatura. E ad ogni genitore che ti guarda crescere.

È successo a tutti, un giorno qualunque, stringendo la propria creatura al petto di guardarla e, ad un tratto, iniziare a pensare.

Oggi è piccina, minuscola, indifesa. La guardi mentre si accoccola tra le tue braccia.. Pensi, sognante e un po’ spaventata, a quanto in fretta passerà il tempo.

Di qui a un attimo inizierà a camminare, poi a correre e a percorrere una strada che sarà solo sua.. Con te lì di fianco, ma in realtà con la sola possibilità di stare a guardare, cercando di non spingerla troppo, né di tenerla troppo stretta a te, ma semplicemente sostenerla nel Suo percorso. Poi andrà all’asilo e avrà nuovi amichetti. Si divertirà con loro e, di tanto in tanto, comincerà a dimenticarsi di pensare a te. E poi ci saranno i primi “no” e i primi capricci, ci saranno le punizioni quando ormai non se ne può più e ci sarà il pentirsi un minuto dopo, chiedendosi se non si è stati troppo duri. Ma ci sarà da tenere duro, sapendo che si cresce anche grazie alle frustrazioni e che le regole, anche se sembrano stare strette, in realtà creano sicurezza e tracciano la via maestra.

Piano piano, poi, arriverà il momento di andare a scuola, e con il suo grembiulino e uno zaino più grande di lei entrerà in classe un po’ timorosa. E poi ci saranno i compiti, ogni giorno un tedio per farli, e uno dei due genitori che cercherà di dargliela vinta e l’altro che li bacchetterà entrambi. E poi inizieranno le medie, le prime uscite con gli amici, sempre più compiti e sempre meno voglia di farli. Ci saranno gli esami e lei terrorizzata per una cosa che a voi farà quasi ridere. Ci sarà il primo amore e voi, mamma e papà, che dovrete consolarvi a vicenda, cercando di far passare inosservata la vostra preoccupazione mista a nostalgia, di quando a far brillare i suoi occhi eravate solo voi.

Poi dovrete scegliere le superiori, con l’ansia di non metterla sulla strada giusta per lei, senza tenere a mente che qualunque scelta in quel momento non sarà quella giusta, perché la vita corre veloce, su un percorso che non si sa mai dove possa portare e che è fatto di mille bivi, con mille possibilità tutte in divenire.

E ci saranno le prime delusioni d’amore e tu che vorrai imbracciare un fucile per far fuori chiunque la faccia star male e invece potrai solo starle accanto e farle capire che così va la vita, ma quando si chiude una porta si apre un portone. Ci saranno, poi, le litigate per tutte le cose che lei vorrà fare e voi le negherete e tutte quelle che voi vorrete che lei faccia e lei non vorrà fare. Poi arriverà la maturità e lo studio matto e disperatissimo dell’ultimo momento. Ci sarà l’ansia malcelata dietro ad un menefreghismo di facciata. Ci sarà il bisogno di essere approvata e coccolata, opportunamente nascosto dietro la voglia di sembrare grande. E intanto ci saranno tanti amici e tanti fidanzatini che passeranno a toccare la sua esistenza e voi sembrerete avere sempre meno importanza.

Poi ci sarà, forse, l’università. Ci sarà il “non so niente” e poi prendere 30, e il “ho studiato come un pazzo” e poi non passare l’esame. Oppure ci sarà il cercare un lavoro. Ci saranno colloqui perfetti con il solo risultato di “le faremo sapere” e colloqui disastrosi che strapperanno un sorriso al futuro capo. Ci sarà l’orgoglio il giorno della sua laurea o in occasione del primo contratto. Ci saranno le difficoltà a crearsi uno spazio, in una società a volte troppo stretta. Ci sarà il vederla andare nel mondo, sapendo che si porta via un pezzetto di te, ma senza farglielo troppo notare, cosicché lei possa andare sicura, serena e portare negli occhi il tuo sorriso fiero e non la tua malinconia.

E magari prima o poi arriverà con l’ennesimo uomo o l’ennesima donna e voi a sbiancare come la prima volta. Magari sarà quello giusto, o forse no. E magari un giorno arriverà dicendo “mamma, aspettiamo un bambino” e forse sarà preoccupata, forse non sarà il momento giusto. O forse sarà solo felice. Speri, se possibile, non ci siano difficoltà troppo grandi, dolori troppo forti. E, in ogni caso, tu potrai solo starle accanto, cercando di sostenerla nelle sue decisioni, qualunque esse siano.

Pensi all’importanza di farle sentire quanto bene le vuoi, ma anche quella di farle capire che ti fidi di lei, che sai che può andare da sola, che sai che anche senza il tuo aiuto potrà andare lontano, fare grandi cose ed essere felice. Pensi all’importanza di essere per lei una ruota di scorta, che si usa al bisogno e poi si ripone, con la certezza di trovarla di nuovo lì, all’occorrenza.

Pensi tutto questo e ti scende una lacrimuccia, poi abbassi lo sguardo e lei, creatura, è ancora lì tra le tue braccia e con le sue manine ti tiene stretta quasi avesse paura che scappassi via.

Ma deve aver sentito che sei pensierosa.. Alza lo sguardo e, incontrando il tuo, fa uno dei suoi sorrisi sdentati. E allora pensi solo che, comunque vada, l’amerai sempre.
Dedicato a ogni bimbo che cresce, e ad ogni genitore al suo fianco.

Dott.ssa Giulia Schena

Lettera di una Mamma ai bimbi su una stella

Ci sono genitori senza figli tra le braccia; in occasione del Babyloss 2016 una mamma, Daniela Scavone, ha lanciato un messaggio ai bambini partiti troppo presto, un messaggio che accomuni le mamme e i papà, che li faccia sentire meno soli; ma anche un messaggio che intenerisca chi non conosce questo dolore, e che aiuti questi a capire che questo lutto è un lutto reale, che non finisce mai di pulsare nel cuore e nella mente di questi genitori.

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“Carissimi Davide, Irene, Sofia, Nicolas, Asia, Andrea, Leonardo, Elena, Matias, Rachele, Anna, Ginevra, Leonida, MariaGiulia, Kevin, Yara, Melissa e tutti i bimbi che non hanno avuto nemmeno il tempo di avere un nome,

Oggi siamo qui tutte noi mamme, e siamo qui per voi angioletti.
Ci sentiamo unite dalla stessa gioia di avervi potuti avere, anche se per poco; ci sentiamo unite nella momento dello sconforto, ci sentiamo comprese e soprattutto sentiamo che i nostri bimbi sono amati.
A volte non è facile, ma ci aggrappiamo alle piccole cose: una macchia a forma di cuore, una farfallina, un sassolino; piccoli gesti insignificanti per molti, ma non per noi.
Ci aggrappiamo al vostro ricordo, vorremmo rivivere anche solo pochi minuti dei momenti con voi, ma non ci è possibile; e allora ci leghiamo ai ricordi, ad un oggetto, ad un’immagine impressa nella nostra mente, ad un movimento nella nostra pancia, agli istanti che abbiamo vissuto insieme.

Scusate se a volte ci vedete piangere, scusateci se a volte non siamo abbastanza forti, scusate se a volte la voglia di avervi con noi fisicamente prevale; a volte siamo fragili, quel vuoto e quel dolore al cuore è troppo forte e ci fa cadere…
Trovate anche voi, come i vostri papà, la pazienza di sopportarci.
Noi vacilliamo, a volte cadiamo, ma troviamo sempre la forza di rialzarci, per voi, per i vostri fratelli o sorelle in terra o per i piccoli babyrainbows.

Ci piace immaginare che anche voi su in cielo state tutti insieme, che ci guardate mentre giocate felici e spensierati…
Non smettete mai di starci vicini, non smettete mai di amarci; speriamo un giorno di poterci rivedere e vivere insieme quella vita che per chissà quale ragione ci è stata negata.

Mamma Daniela”

Il 15 ottobre è in tutto il mondo la giornata per la consapevolezza sul lutto perinatale. È una giornata in cui si cerca di sensibilizzare sul significato e sui vissuti dei genitori senza figli tra le braccia; è una giornata in cui si cerca di promuovere la conoscenza e la prevenzione in gravidanza; è, soprattutto, una giornata in cui le mamme e i papà dei bimbi che hanno solo sfiorato la terra e li hanno lasciati col vuoto della loro assenza nel cuore, si incontrano, salutano i loro bambini morti e trovano per un momento uno spazio di comprensione e di accoglienza per il loro lutto, spesso poco riconosciuto.

La celebrazione di questa giornata vuole aprire le porte ad una sempre maggiore consapevolezza e accettazione di questo enorme dolore e vuole allontanare i tabù e i pregiudizi che ci sono su questa tematica.

Perché non parlarne, fingere che non esista, ghettizzare i genitori “speciali” relegandoli a confrontarsi tra loro e trovando intorno solo silenzi, non potrà mai cambiare le cose.

* Questa lettera è stata condivisa sulla pagina Facebook di Pensiero Celeste, associazione che si occupa di lutto perinatale, di sostegno ai genitori, di formazione e informazione, di prevenzione e tutela della gravidanza.
È possibile conoscere la realtà di quest’associazione sulla pagina Facebook (qui) o sul sito internet (www.pensieroceleste.it).
È possibile contattare l’associazione tramite l’indirizzo email info@pensieroceleste.it *

Dott.ssa Giulia Schena

I capricci: che dramma.

Tutti i bambini fanno i capricci.
Tutti. Tutti! (Non credeteci quando qualche genitore vi dice “il mio non ha mai fatto tutte queste scene”, perché mente, mente spudoratamente).

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I capricci sono normali, sono sani, sono funzionali alla crescita. Sono una sorta di tappa evolutiva. Ed è questo il motivo per cui tutti i bambini li fanno.

Nonostante questo, è chiaro che gestire un bambino che pianta una grana infinita per qualsiasi cosa, è difficile. Anzi, non è solo difficile: è faticoso perché mette a dura prova; è svilente perché impone di chiedersi se si sta sbagliando qualcosa; è snervante perché fa sentire inadeguati nella comprensione del proprio bambino.
Per questi motivi capita spesso che intorno all’argomento dei capricci si innestino veri e propri drammi e circoli viziosi dai quali è difficile uscire.

Ad esempio:
Il bambino fa i capricci-il genitore cerca di resistere-il bambino alza il tiro-il genitore comincia a sentirsi stanco e spossato-il bambino continua-il genitore ormai con i capelli dritti e gli occhi fuori dalle orbite sbotta-il bambino mette in scena il delirio-il genitore si sente in colpa-il bambino non molla-il genitore sì.

Il bambino impara che:
– i capricci vincono sempre (o anche solo in qualche caso, quindi vale la pena di provarci);
– i sensi di colpa hanno un potere incredibile;
– i genitori non sanno tenergli testa, arrivano alla frustrazione prima di lui, ed è necessario metterli alla prova per capire dove si trovano i confini sicuri e affidabili della loro relazione e delle sue possibilità d’azione.

È molto importante tenere presente che i capricci non sono mai fini a sé stessi: hanno sempre un significato, che può essere quello di esprimere un disagio, oppure quello di testare la relazione con gli adulti di riferimento, o ancora quello di mettere alla prova le proprie abilità e i propri limiti.
I bambini, infatti, intorno ai due anni (ma a volte già ad un anno e mezzo!) cominciano a possedere molte capacità, che piano piano imparano ad affinare e ad utilizzare per “governare” il proprio mondo. Nonostante questi grandi miglioramenti ed apprendimenti, sono ben consapevoli di non essere in grado di fare tutto, perché si scontrano quotidianamente con la realtà che li relega al ruolo di “controllati” più che di “controllanti”.
Ecco che, allora, devono trovare un modo per vedere se possono in qualche modo avere un po’ più di potere.

Inoltre, a questo va aggiunto il fatto che, proprio perché cominciano ad avere più libertà d’azione sul mondo, i bambini in certe situazioni sentono il forte bisogno di avere dei confini e delle basi sicure ed affidabili.
Ecco che, allora cercano di capire meglio se i loro genitori sono all’altezza del compito di tenere loro testa, per non sentirsi in balia degli eventi e per essere pressoché certi che se tirano troppo la corda, qualcuno (“i grandi”) li può aiutare a tornare dentro ai ranghi, dando loro indicazioni e sicurezza.

Questi due bisogni, evidentemente contrapposti, hanno anche il potere di creare frustrazione nel bambino che non sa bene come dosare ed equilibrare il bisogno di controllare e quello di essere controllato. Questo equilibrio, infatti, solo gli adulti possono aiutarli a trovarlo.

È facile capire quanto un sano capriccio di quelli da far perdere la pazienza al Dalai Lama, si sposi bene con tutto questo marasma di sensazioni, pensieri, capacità e mancanze.

Una volta capito il senso dei capricci, bisognerebbe fermarsi un momento e pensare ad un piano d’azione, che consenta:
– da un lato di non tarpare le ali ai bambini che hanno bisogno di sperimentare e di crescere;
– da un altro di far sentire queste creature al sicuro;
– e non da ultimo, di evitare che la vita familiare diventi un campo di battaglia in cui scompare la serenità lasciando il posto all’ansia, alla rabbia e all’esasperazione.

Un paio di riflessioni sono importanti, e non vanno intese in senso cronologico, ma vanno integrate l’una con l’altra.

La prima, fondamentale, riflessione che si deve fare è la seguente:

Quanto spazio decisionale voglio/posso lasciare al mio piccolo vikingo (leggasi bambino in piena fase “terrible two” o successive, ma simili)?!

Fin da subito è importante avere chiara la risposta a questa domanda, perché a ogni capriccio al quale cederò, a ogni “vittoria” concessa, succederà naturalmente il pensiero che quella è una cosa che “si può ragionevolmente pensare di fare o di ottenere in qualche modo”.
Quindi se si pensa che qualcosa non vada fatto, bisogna dire di no fin da subito. E poi rimanere SEMPRE coerenti. Cascasse il mondo. (Quindi pensateci bene prima di dire di no, non fatelo solo per ripicca o solo perché in quel momento vi va così).

Badate bene: i no non sono una cosa terribile. I no sono una cosa normale e sana come lo sono i capricci. I no sono una lezione di vita importantissima e un grande aiuto per i vostri bambini ad affrontare le difficoltà della vita.

Seconda riflessione, altrettanto fondamentale è questa:

Che bisogno cerca di comunicarmi il mio bambino in questo momento? È un bisogno legittimo o che non condivido? Posso in qualche modo aiutarlo a dare una risposta al suo bisogno?

Se il bambino ha bisogno di sentirsi all’altezza di una situazione che però non gli compete, sarà mio compito aiutarlo ad accettare la frustrazione di non riuscire; se il mio bambino ha bisogno di sentirsi al sicuro, sarà mio compito fargli sentire che io non perdo il controllo, qualsiasi cosa succeda, qualsiasi cosa lui faccia; se il mio bambino ha bisogno di sentirsi visto e ascoltato, sarà mio compito accoglierlo e fargli capire che ci sono, senza dover fare il diavolo a quattro.

I capricci, se vengono presi come bisogni e se vengono gestiti senza rabbia, ma con consapevolezza e fermezza, possono non essere un dramma, ma diventare per tutti un’importante occasione di crescita e di miglioramento.
Il vostro bambino, infatti, potrà diventare più abile nell’accettare le emozioni negative e le sconfitte, e nel comunicare i suoi bisogni in modalità man mano più adeguate.
Voi stessi, invece, potrete imparare a gestire meglio le relazioni, a diversificare le situazioni veramente importanti da quelle trascurabili e, naturalmente.. Ad essere un po’ più zen.

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Dott.ssa Giulia Schena

Eccomi qua: sono il papà! – Il ruolo del padre oggi, tra mito e realtà

I papà sono oggi una razza strana, poco conosciuta e poco riconosciuta. Sono in bilico tra il nuovo ruolo che si chiede loro di coprire, e la reale possibilità di farlo.
Negli ultimi decenni, e sempre di più di anno in anno negli ultimi anni, la figura paterna ha subito una trasformazione epocale, divenendo un attore centrale della realtà familiare, con nuovi compiti e nuove responsabilità. Tutto questo ha grandissimi risvolti positivi: per i bambini, che ne risultano arricchiti perché possono così avere due modelli ai quali ispirarsi e dai quali apprendere anche cose e modi differenti; per le mamme che hanno un appoggio, morale e fisico, nell’arduo compito di educare e far crescere i figli; e soprattutto per i papà, che possono godersi la gioia di vedere i figli diventare grandi e rispecchiare ciò che imparano di giorno in giorno e che possono (o almeno dovrebbero potere) essere meno schiacciati dal cliché dell’ “uomo che non deve chiedere mai”.

Questo, almeno, è quello che è avvenuto in teoria.

Nella pratica vi basta mettervi sull’uscio di una sala parto per vedere una realtà molto diversa, ma che (a mio parere) ben rispecchia la più ampia realtà quotidiana: padri terrorizzati, che non sanno dove stare e cosa fare, che tentano di sdrammatizzare con malcelata ansia; padri ai quali nessuno dice niente, se non qualcosa tipo “dai che le deve fare forza” oppure “su, l’aiuti”.
Ecco, riuscite ad immaginare l’istantanea di un momento come questo? Ce l’avete bene in mente (no, non ridete! E voi donne, non pensate “cos’avrà da lamentarsi?! Siamo noi a partorire!”)? Bene, bloccatela e tenetela da parte.
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E ora, ripercorrete con me il percorso che ha portato quel papà in quella sala parto.
Lo vedete entusiasta e spaventato davanti a quel test di gravidanza? (Sicuramente suo padre non lo era stato altrettanto, o almeno non lo aveva dato a vedere)
Lo vedete dal ginecologo a scrutare lo schermo dell’ecografia, cercando di indovinare quale parte del corpo sia quella che vede, con le lacrime agli occhi? (Sicuramente suo padre non era stato presente in quella situazione, o almeno non aveva mostrato così tanta commozione)
Lo vedete a immaginare il suo bimbo nelle vesti di un calciatore o di una principessa, scegliendo con la compagna il nome migliore? (Sicuramente suo padre non era stato così coinvolto, almeno emotivamente)
Lo vedete a toccare quel pancione, a sobbalzare ad ogni movimento, a parlare con quell’esserino? (Sicuramente suo padre non si era concesso una tale vicinanza emotiva)
Lo vedete al corso preparto….? Ah no? Non lo vedete? Ecco, nemmeno io. La maggior parte dei corsi preparto sono riservati alle future mamme. I papà rimangono fuori e sono invitati sì e no ad un paio di incontri. In particolare a quello in cui si visita la sala parto. Perché così “impari la strada e sai dove portarla quando è il momento” (frase realmente pronunciata in un corso preparto).
E va bene che a prenderci i calci nelle costole siamo noi donne, va bene che quelle che vedono il proprio corpo deformato siamo noi, va bene che siamo noi quelle che per nove mesi e più abbiamo gli ormoni in subbuglio, ma sto esserino l’abbiamo comunque fatto in due, no?!

Ma adesso torniamo nella sala parto. Vi è in po’ più comprensibile il terrore negli occhi di quel padre? Da lui ci si aspetta che sappia cosa fare (perché ormai si sa che il papà deve essere coinvolto!), ma non ha la minima idea di quello che sta accadendo (perché nessuno si è preoccupato di renderlo partecipe e prepararlo a questo momento).

Ecco, dicevo che il momento del parto ben rispecchia la realtà quotidiana, perché spesso da quel momento in avanti la dinamica rimane invariata: devi esserci, ma si dà assolutamente per scontato il come, il dove, il perché. E i papà vanno in crisi, perché (come velatamente succitato) non hanno modelli a cui ispirarsi, perché il ruolo dei loro padri era ben diverso. E così, in qualche modo, alla bell’e meglio, improvvisano, provano, si adoperano. A volte funziona, a volte no.

Purtroppo il grande cambiamento culturale relativo al ruolo del padre non è stato ancora seguito da un altrettanto grande cambiamento sociale di quella stessa figura.
E anche se a parole tutti (professionisti e non) sostengono la centralità della figura paterna nell’educazione dei figli, di fatto molto spesso nessuno ci crede. Quando si immagina un genitore che si occupa dei figli, spesso, inevitabilmente, si immagina una donna. Se proprio si immagina un uomo quello sta giocando coi bambini, nulla di più.

Scena di vita vissuta: Papà a passeggio con la figlioletta di qualche mese in passeggino. Una signora li vede e, intenerita, interviene: “Ciao bella bimba, sei a spasso con il papà?! E la mamma dov’è (con voce incredula, guardandosi intorno alla ricerca di una figura femminile che di certo non può mancare)?!”.
Scena di vita vissuta 2: Da una scuola elementare arriva una richiesta: “dottoressa, potremmo organizzare qualche incontro per le mamme.. Ad esempio sui compiti” – “beh sì, per i genitori..bisogna organizzare perché possano esserci anche i papà” – “ma va, tanto sono le mamme che si occupano dei compiti!!!!”.
Scena di vita vissuta 3: in una scuola media, il giorno dei colloqui generali, attraversando un corridoio capto uno stralcio di conversazione tra un’insegnante e un papà: “Ah, è venuto lei!! Beh sì, tutto bene dai.. Poi magari del resto parlo con sua moglie”.

Niente, non c’è fase della vita in cui si riesca senza fatica a legittimare apertamente il papà nel suo ruolo educativo. Ed è evidente che lui non possa fare altro che uscirne sconfitto, disconfermato, non visto. E in questa situazione è chiaro che fatichi a trovare una sua posizione, un suo ruolo da gestire autonomamente, senza doversi sempre interfacciare con l’ “autorizzazione” altrui.

Dunque immaginatela così: per accudire, educare e curare i figli ci sono tante cose da fare e tanti aspetti da prendere in considerazione. Per chiarezza facciamo finta che tutte queste cose siano un mazzo di carte. Ogni momento educativo è una carta da giocare. Questo mazzo per molto tempo è stato ad esclusivo appannaggio delle donne. Ad un certo punto, grazie all’evoluzione della società, alla comprensione di alcune dinamiche relazionali e anche al cambiamento delle possibilità e del ruolo della donna, si è cominciato a pensare che anche l’uomo dovesse entrare in gioco. Gli si è mostrato il mazzo di carte, ma nessuno (o molto pochi) ha preso in considerazione la possibilità di spiegargli le regole e di dividere il mazzo tra lui e la sua partner. A volte la mamma di turno passa sottobanco una carta al compagno e gli dice di usarla, ma questa pratica rimane un po’ aleatoria.
Se si vuole che i papà possano davvero assumere il nuovo ruolo che si chiede loro di assumere, che si prenda nuove responsabilità, che si riconosca in un ruolo educativo positivo e propositivo, è necessario prima di tutto aprirsi a questa realtà, dargli la possibilità di sperimentarsi, e credere che possa farlo. Insomma, smezziamo questo mazzo e diamo ad ognuno le sue carte da giocare.
E se sbaglia, lasciamolo sbagliare o eventualmente cerchiamo insieme di capire come mai ha sbagliato.
E non aspettiamoci che il papà faccia la mamma: lui farà il papà, ed è questo che aumenta il valore della genitorialità, è proprio questo ciò che migliora la relazione e le possibilità di crescita dei bambini, perché crea condizioni nuove e diverse.

E voi, papà, sappiate che sappiamo che è difficile, che a volte non sapete dove sbattere la testa, che è molto complicato trovare una mediazione tra il ruolo del papà che avete conosciuto da figli e il ruolo del papà che vi si chiede oggi, che in certi casi gettate la spugna perché sembra che nessuno vi capisca e vi riconosca, ma sappiate anche che il vostro appoggio è importante ed essenziale, anche se a volte non lo diamo a vedere.
E sappiate che per i nostri figli, potersi addormentare anche sul vostro petto, conoscendo il battito di un altro cuore che non sia il nostro, è una risorsa di una potenza incredibile, che apre porte di inestimabile valore e che dà a questi piccoli cuccioli d’uomo una sicurezza e una possibilità in più di crescere forti e sereni.
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Dott.ssa Giulia Schena

19 Marzo – Festa del Papà

Ci sono persone che affrontano la vita con il peso di portarsi addosso un’etichetta: quella del supereroe. Vengono visti dai loro bambini come invincibili, adorabili e immancabili.
Sono i papà.

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Ci sono papà che escono presto la mattina e stanno tutto il giorno al lavoro, e quando la sera la loro chiave gira nella toppa, è un momento di festa. E questo entrano in casa braccine piccole, ma forti si lanciano ad aggrapparsi a lui. E nonostante la stanchezza, il papà trova sempre modo di strappare un sorriso al suo (o ai suoi) piccolo nanetto.

Ci sono papà che, invece, tornano a tarda notte e non possono neanche farsi assalire in quel l’abbraccio ristoratore. Papà che si avvicinano alla porta chiusa della cameretta, ascoltano il respiro dei loro bambini, e se non c’è il pericolo di svegliarli vanno loro accanto, annusano il loro profumo e danno loro il bacio della buonanotte.

Ci sono anche papà che non stanno tutto il giorno al lavoro e quando possono danno il cambio alla mamma, che lavora anche lei, e indi si arrabattano per non far mancare nulla alla loro truppa.

E poi ci sono papà che stanno poco con i figli. Perché quello è un lavoro da mamma. E a pensarci molti di noi inorridiscono e si chiedono “ma come è possibile?!”. Ma dovremmo fare un passo indietro e capire come mai questi uomini si perdono una parte così meravigliosa della vita in nome di un pensiero che la delega completamente. E forse, secondo me, a volte è un po’ la società e la cultura dominante che ci fa credere che ” è così che si fa” e chiede ai papà di fare i duri, di non commuoversi alle coccole dei loro bimbi, e che dice loro che tanto non sono in grado di cambiare un pannolino e che tanto i bambini hanno bisogno della mamma. E nessuno (o pochi) dice loro che hanno valore e abilità nell’accudire i figli quanto la loro partner. E nessuno (o pochi) dice loro che quel piccolo fagotto ha tanto bisogno anche di lui (come lui, anche se non può darlo troppo a vedere, ha bisogno del suo bimbo).

E poi ci sono papà che non vogliono fare i papà. O che non sanno proprio farlo. E scappano o fingono di non capire.
E se è vero che per diventare papà ci vuole un momento, ma per essere padre ci vuole l’impegno di tutta la vita, oggi non me la sento di non fare gli auguri anche a questi papà. Perché credo che non sappiano cosa si perdono, o forse lo sanno, ma credono di non essere all’altezza e di poter dare più male che bene a quei bambini.

E poi ci sono papà che non sono papà, ma sono mamme che fanno anche i papà. Mamme fortissime, che ogni giorno raccolgono le forze e prendono tra le braccia i loro bambini con un abbraccio che deve valere per due.

A tutti questi papà, e anche a quelli che non ho nominato, auguro una giornata felice. E auguro che, sempre di più, il ruolo del papà venga valorizzato e che ai papà venga detto fuori dai denti che anche loro sono indispensabili. Che non devono essere solo quelli che vanno a lavorare, o solo quelli che fanno i buffoni con i bambini, o solo quelli che fanno arrabbiare le mamme. Possono essere anche degli ottimi papà che, assieme alle mamme, organizzano, gestiscono, decidono, sistemano e fanno sentire la loro presenza. E se ogni tanto scappa una lacrima (che sia di felicità, di commozione o di tristezza), ben venga.

Sei umano, papà. Non sei un supereroe. Anche se i tuoi bimbi ti vedranno sempre così.

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Dott.ssa Giulia Schena