Cose da non dire a chi non ha figli

A volte sembra che la vita di tutti debba andare esattamente così come siamo abituati a pensarla e ad immaginarla. È una sorta di auto-convincimento, come se questo ci tenesse al riparo dall’inaspettato, come se mantenesse esattamente il giusto ordine delle cose.

Ed è così che da un certo punto in poi, si comincia a dare per scontato che una coppia dovrebbe avere un figlio. E scatta la fatidica domanda:

“Ma voi allora? Un figlio niente?”

Questa è in assoluto la prima e più importante domanda da NON fare a chi non ha figli. Perché potrebbe non desiderarli, e quindi essere stanco di dover continuamente dare una spiegazione per una scelta tanto personale e intima e, ancora di più, potrebbe essere stanco di sentirsi “strano”, “assurdo” o “insensato” per questa scelta. Ma potrebbe anche non riuscire ad averne, cercarli da tanto, averne persi, essersi sottoposto a cure pesanti ed invasive, ed essere ancora e comunque in attesa. E in questo caso questa domanda oltre che fastidiosa potrebbe essere anche molto dolorosa.

E se già si sa che la persona di fronte a noi nutre il desiderio di avere un bambino, ma per qualche motivo non riesce ad averne, ci sono altre cose che sarebbe meglio evitare di dirle:

  1. Non ditele di rilassarsi, o di non pensarci. Pretendere che una persona possa non pensare a qualcosa che per lei è così importante è assurdo, oltre ad essere una richiesta che mette l’altro in difficoltà: se si presuppone che basti rilassarsi per rimanere incinte e una donna non riesce a rimanere incinta, pare quasi sia solo colpa sua. Il rilassamento, invece, non cura l’infertilità.
  2. Rispettate la privacy: domande personali, curiosi interrogatori, consigli più o meno richiesti non sempre sono graditi (a dir la verità non lo sono quasi mai). Lasciate che sia la persona stessa a parlarne se se la sente o ad evitare l’argomento se preferisce.
  3. D’altro canto, però, rendetevi disponibili ad ascoltare: l’infertilità e le difficoltà di concepimento fanno spesso sentire terribilmente soli, perché quando si parla di figli si vorrebbero sentire solo le cose belle, e non le storie di attesa estenuante. Avere qualcuno che ascolti, ma che ascolti davvero, con partecipazione e accoglienza, può essere un toccasana.
  4. Non sottovalutare il problema e non fare dell’ironia: dire che tutto sommato essere senza figli non è poi così male, perché si può fare tardi la sera, non si viene svegliati la notte o altre simili amenità, non fa che minimizzare la sofferenza che l’altro prova, e di certo non lo fa sentire capito.

A volte bastano piccoli gesti per far sentire la propria presenza e per sollevare un po’ chi già sta combattendo una dura battaglia.

Dott.ssa Giulia Schena

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Non dire mai: “Ma è bravo: mi aiuta!”

“Ma è bravo: mi aiuta”

Quando parlo con una coppia credo che questa sia una delle frasi che più di tutte trovo fuori posto, perché pur apparendo come un complimento o comunque qualcosa di positivo, porta con sé un’idea che non giova a nessuno.

Non giova a chi sostiene che l’altro lo aiuti (tendenzialmente la parte femminile della coppia), perché lo fa apparire come un lagnoso che ha bisogno di aiuto in qualcosa che, di fatto, spetterebbe a lui, e allo stesso tempo fa apparire l’altro come il “salvatore” che gli viene in supporto, pur non essendo assolutamente tenuto a farlo (e quindi, poi, che c’è da lamentarsi se a volte non lo fa?!).

Non giova a chi se la sente dire, perché viene così relegato al ruolo di comparsa, di supporter, di figura laterale (e talvolta, collaterale). Come se vivesse una vita che, in realtà, non lo riguarda, ma in cui, quando può, aiuta.

E, in definitiva, non giova neanche alla coppia come sistema, perché crea una serie di ambiguità nei ruoli, nei compiti, nelle aspettative che ognuno ha verso l’altro.

Quando si condivide la vita i compiti sono di entrambi; ognuno ci mette del suo, ci si dividono gioie e dolori più o meno equamente e nessuno è “bravo” perché aiuta l’altro: aiutare l’altro nelle incombenze quotidiane che riguardano la coppia o la famiglia è un dovere che ci si prende entrambi quando si decide di costruire qualcosa assieme.

Tra l’altro, spesso, dire che l’altro è bravo perché aiuta è il preludio di una qualche critica o lamentela, ovvero di un malcontento che si cerca di mascherare a sé stessi o all’altro per evitare discussioni. Evitando così, però, anche la possibilità di risolvere ciò che non va.

“Siamo bravi : abbiamo costruito un nostro equilibrio!”

Non è forse meglio dire così? O almeno tentare di lavorarci per ottenerlo?

Dott.ssa Giulia Schena

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Quando il batticuore si sopisce

“Dottoressa io non lo so cosa sia successo, pare che non ci sia più niente.. boh forse stiamo insieme per abitudine.. ma così che senso ha?”

Capita più o meno così: due persone si incontrano, si piacciono, decidono di stare insieme. Ci sono tra loro occhi a cuoricino, farfalle nello stomaco, e un batticuore che sembra non fermarsi mai. È tutto un pensarsi, un chiamarsi, un mancarsi.

Poi il tempo passa, la storia evolve, i pensieri variano. Ci sono nuove preoccupazioni, nuovi impegni. E ogni tanto ci si ferma, e ci si accorge che qualcosa è cambiato. Ma si fa una gran fatica a capire il perché, e ci si aggroviglia in svariati pensieri, che altro non fanno se non aumentare il senso di frustrazione e la fatica ad accettare questa nuova relazione.

Credo che sia colpa dei film. O forse dei libri. O forse delle storie che ci raccontiamo. È colpa della fregatura che ci diamo da soli quando pensiamo che tutto possa essere per sempre allegro e scoppiettante.

L’innamoramento è una fase. E d’altronde non potrebbe essere altrimenti: pensate anche solo fisicamente come sarebbe faticoso sostenere tutta l’eccitazione, tutto il turbinio di emozioni, tutte le fantasticherie del periodo in cui tutto è sbriluccicoso.

Passato l’innamoramento subentra l’amore. Subentra se lo si lascia entrare. Se non si ha paura di accettare anche la fatica di stare insieme conoscendo pregi e difetti invece dell’attesa di scoprirsi ancora un po’; se si accetta la pacatezza di un momento di pace sul divano invece della frenesia del fare cose e costruire ricordi; se si accetta la dolcezza di un bacio dato di fretta prima di uscire la mattina invece della passione dei baci al chiaro di luna quando non ci si vuole salutare e si strappa un altro minuto al tempo.

Stare insieme nel tempo significa passare dal sentirsi sulle montagne russe, al sentirsi a casa. Semplicemente, a casa.

“L’amore non è un falò nell’anima, ma piuttosto un focolare che ci tiene caldi e al sicuro, coccolandoci mentre ci addormentiamo.”

A volte è molto difficile accettarlo. A volte c’è bisogno di una mano, per capire come ritrovare un equilibrio in questo luogo calmo dove prima c’era la tempesta. A volte non è nemmeno possibile, perché magari davvero tutto si è esaurito (e allora, continuare a stare insieme sperando che così faccia meno male, scava nell’anima creando una voragine).

Ma quando ci si riesce. Beh, allora la fatica fatta è valsa la pena.

Dott.ssa Giulia Schena

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Decalogo anti-bullismo

La scuola è ricominciata da un po’, sono ricominciate le attività extra-scolastiche, sono ricominciati i vari corsi e percorsi e puntualissimi sono ricominciati anche i piccoli e grandi atti di bullismo tra bambini e ragazzi e le piccole e grandi preoccupazioni dei genitori su come gestirli.

Gestire le relazioni tra pari e comprendere quando davvero sia necessario l’intervento di un adulto, non è cosa da poco. E soprattutto non è cosa che ha un metodo fisso e sicuro alle spalle, poiché ogni caso è differente dagli altri, ogni bambino ha i suoi punti deboli, ogni situazione può deragliare in seguito a evenienze diverse.

Nonostante ciò, ci sono alcuni piccoli accorgimenti che si possono tenere in considerazione dapprima per evitare di far sì che il proprio figlio si comporti da bullo e che diventi una vittima, oppure quando si ha il sentore che a scuola (o nello sport) stia avvenendo tra i nostri figli e i loro compagni qualcosa che crea un clima negativo.

PRIMA: PER EVITARE CHE IL PROPRIO FIGLIO DIVENTI UN BULLO O UNA VITTIMA

  1. Dare ai propri figli strumenti per comprendere, gestire e comunicare ciò che avviene e ciò che provano : l’educazione emotiva e affettiva è uno dei più potenti mezzi di protezione dei nostri bambini.. Se sono in grado di riconoscere le loro emozioni, non hanno bisogno di esternarle in maniera inadeguata (vale sia per i bulli, che magari hanno rabbia o senso di inadeguatezza inespressi e li manifestano con dispetti o menando le mani, che per le vittime, che magari provano vergogna o solitudine e si chiudono in sé stessi o mettono in atto modalità regressive).
  2. Favorire i momenti di confronto e di rispecchiamento emotivo tra bambini/ragazzi : l’empatia e la comprensione dell’altro sono in certa misura innate (basti pensare all’esistenza dei neuroni specchio…), ma è necessario potenziarle per dare loro la giusta rilevanza e per aiutare i bambini a comprenderne l’importanza e le modalità di utilizzo. Proporre ai bambini momenti di ascolto reciproco o giochi di rispecchiamento permette loro di mettersi nei panni dell’altro e di avere un “vocabolario emotivo” sufficiente per gestire momenti difficili. Si possono proporre alle insegnanti laboratori sulle emozioni o coinvolgere i bambini in giochi che riguardino la consapevolezza emotiva nei pomeriggi che trascorrono insieme.. Parlare di emozioni può essere molto divertente!
  3. Evitare di etichettare il proprio bambino o i suoi compagni : se un bambino è “quello timido” o “quello aggressivo” o “quello che ne combina sempre una”, non potrà fare altro che adeguarsi a ciò che tutti gli dicono che sia. Vi sembra che il vostro bambino sia un pochino introverso? Cominciate a focalizzarvi su tutte le volte che lo è un po’ meno (anche solo poco poco poco) e fateglielo notare. Allo stesso modo fate per i suoi compagni: vi racconta spesso di quel compagnetto dispettoso? Cercate insieme a lui qualche dettaglio che dimostra il contrario, così che la prospettiva possa allargarsi ed essere più realistica.

DURANTE: QUANDO SI HA IL DUBBIO CHE SI STIANO INSTAURANDO DINAMICHE RELAZIONALI INADEGUATE O DISFUNZIONALI

  1. Non intervenire “a gamba tesa” nelle relazioni tra pari : evitare di dare al 100% ragione o torto a ciascun bambino, aiuterà ognuno a prendersi la sua parte di colpa o a riflettere sul fatto di avere anche lati positivi (e poterli implementare!). Invece di risolvere le situazioni spiacevoli al posto loro, è importante lasciare che i bambini le sbrighino in autonomia, sentendo di avere fiducia da parte degli adulti e sentendo di poter contare su di loro per consigli o suggerimenti sulle modalità da mettere in atto.
  2. Evitare di sminuire le situazioni o le emozioni : dire a un bambino affranto o impaurito “non piangere”, “non ci pensare”,  o “non serve a niente lamentarsi” non fa altro che peggiorare la situazione perché oltre al resto si sentirà incompreso o inadeguato o incapace di gestire qualcosa che agli altri sembra banale. Dire ad un bambino arrabbiato o frustrato “non puoi essere sempre tu che combini disastri”, “spero che la maestra non abbia qualcosa da dirmi anche oggi” o “vedi di finirla o nessuno ti vorrà più bene” non può essergli d’aiuto a gestire meglio la sua rabbia. Ascoltare, accogliere, cercare di comprendere (senza commentare/denigrare) aiuta i bambini a sentire di avere gli strumenti per far fronte alla situazione difficile.
  3. Non fomentare i litigi : a volte ci sembra proprio impossibile non dire ai nostri bambini “beh se ti picchia, picchialo pure tu”, ma questo non è una soluzione per niente. Infatti non solo non si risolverà il litigio, che anzi aumenterà di proporzione, ma metterà anche i bambini in confusione su cosa sia lecito fare e cosa no. Se io sono triste perché un bambino mi ha fatto un dispetto e i miei genitori mi dicono di fare altrettanto, non mi sento capito nella mia tristezza, non mi sento adeguato nel mio istinto di non rispondere a tono, e non riesco a capire quando sia giusto questo atteggiamento e quando no (d’altronde “non si picchia” e “non ci si prende in giro” sono regole base.. Ma se sono così derogabili, che sicurezza mi danno?)

DOPO: QUANDO SI SA CHE È AVVENUTO UN EPISODIO DI BULLISMO

  1. Denigrare apertamente e completamente il gesto, ma non farlo con la persona che l’ha compiuto : se si collega in maniera indissolubile quello che è stato fatto a quello che è la persona che l’ha fatto, sarà molto difficile aiutare quel bambino a cambiare.. E questo non va solo a discapito del “bullo”, ma anche di tutti quelli che gli stanno intorno: se lui rimane “il bullo” di riflesso ci saranno sempre delle “vittime”.
  2. Allearsi tra adulti di riferimento e non creare fazioni : come genitori può essere molto difficile non puntare il dito contro il bambino che ha fatto un dispetto a nostro figlio e, ancora di più, contro i suoi genitori. Ma quando si sta per farlo sarebbe bene fermarsi un secondo e mettersi nei panni di quei genitori: “cosa farei io se fosse stato mio figlio a combinare questa cosa e tutti dicessero che è colpa mia?”.  Di fronte ad atti di bullismo la buona prassi non dovrebbe essere trovare di chi sia la colpa (anche perché in genere non c’è mai una sola colpa o un solo fattore causale), quanto piuttosto scardinare la dinamica negativa che si è creata. Se anche tra adulti cominciamo a litigare o a incolparci, l’esempio che diamo non è esattamente quello che vorremmo che arrivasse ai nostri figli.
  3. Creare le condizioni affinché il “bullo” ripari al proprio errore, piuttosto che venga punito : togliere giocattoli o privilegi, mettere in disparte, estromettere dalle attività comunitarie non insegnerà al bambino ad essere più empatico e non gli insegnerà a relazionarsi con gli altri; inoltre non farà sentire meglio il bambino “vittima”. Piuttosto farà sentire il “bullo” arrabbiato, incompreso e giudicato e la “vittima” vendicativa, ma pur sempre offesa. Si può invece trovare il modo affinché chi ha provocato una sofferenza cerchi di comprenderla, si metta al livello del bambino che ha offeso, si trovi a dover riflettere sulle emozioni altrui.
  4. Se il bullo e/o la vittima dimostrano di è provare disagio o di vivere male questa situazione, meglio non sorvolare ma farsene carico : verbalizzare ciò che si percepisce, cercare un dialogo o cercare il supporto di un esperto o una persona esterna alla situazione che possa essere d’aiuto a rivedere i significati implicati nella situazione e le emozioni che ne sono derivate.. Anche la situazione peggiore ha la potenzialità di far imparare qualcosa o di far sentire all’altezza delle cose, aumentando il senso di adeguatezza e l’autostima, ma per farlo occorre che non venga dato per scontato che si debba superare in quattro e quattr’otto e darle l’importanza che merita (e che ha agli occhi dei bambini)

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Il bullismo rovina la vita di tutti quelli che vi si trovano coinvolti: i bulli e le vittime sono tutti sulla stessa barca da questo punti di vista. Non lasciargli spazio è importante: non si deve aspettare di esservi immersi fino al collo per fare qualcosa… L’educazione emotiva inizia dal primo giorno di vita.

Dott.ssa Giulia Schena

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5 frasi da non dire se si vuole essere d’aiuto a chi soffre

Persone che soffrono o che vivono una difficoltà ce ne sono tante. Ognuno ha i suoi motivi, ognuno ha il suo modo di affrontare la cosa, ognuno ha le sue modalità per tentare di uscirne.

Fortunatamente sono tante anche le persone che vorrebbero essere d’aiuto: si cerca di far sentire la propria presenza, si cerca di essere di sostegno, si cerca di aiutare chi è a terra a rialzarsi.

Purtroppo non sempre alle buone intenzioni corrispondono buoni risultati. Anzi, citando Oscar Wilde, in certe situazioni si può davvero dire che

“Le cose peggiori sono sempre state fatte con le migliori intenzioni.”

E così, ignari di quanto possa essere doloroso e controproducente, si continuano ad usare delle frasi che all’apparenza possono essere d’aiuto, ma in realtà non fanno altro che far sentire incompresi, far sentire soli e spingere ancora di più chi sta male nel baratro della sofferenza.

1. “Ma tu sei forte.” – Spesso chi utilizza questa frase pensa di fare un complimento, dando il merito a chi ha di fronte di sapersela cavare. Ma se ciò che sto vivendo mi fa sentire sopraffatto, forse ho più bisogno di una spalla su cui piangere, di un abbraccio e di un “non preoccuparti, ci sono io”, che dell’idea che posso farcela da solo. Perché quando si soffre non si ha alcuna forza per sentirsi in grado di rialzarsi da soli, si ha solo voglia di vedere una mano tesa e qualcuno che ci conceda di piangere tutte le lacrime che abbiamo bisogno di piangere. 

2. “Le battaglie più difficili capitano a chi può sostenerle.” – Anche in questo caso si sta cercando di riconoscere capacità e forza d’animo alla persona in difficoltà. Però, di fatto, questa affermazione può essere una pugnalata al cuore: “Ma allora se mi è capitata questa cosa così assurda e così straziante è perché mi sono sempre fatto forza? Se fossi stato più fragile non sarebbe successo?”, e ancora: “Ma se adesso sento di non riuscire a risalire la china significa che non sto facendo abbastanza? Dovrei riuscire a venirne fuori senza fare tante storie?”. Purtroppo le battaglie più dure capitano a casaccio, nessuno è pronto per affrontare certe batoste, e nessuno è per sua natura più bravo di altri ad affrontarle. Se si vuole far sì che chi sta male senta di poter superare il suo dramma, è bene cercare di essere i primi a dimostrare non c’è bisogno di essere capaci di sostenere questa battaglia, perché intorno c’è chi può dare una mano a farlo.

3. “Era il volere di Dio.” – Il fatto che qualcuno di più grande e più potente dell’essere umano abbia scritto questo percorso generalmente vuole essere una consolazione per chi soffre, perché si cerca di inserirlo in un disegno divino più ampio e più importante. Ma questa frase non può essere di alcuna consolazione: se sto vivendo un’esperienza così tremenda da farmi tremare la terra sotto ai piedi, mi manca solo di pensare che qualcuno, sia pure il Padre Eterno, abbia avuto un buon motivo per mettermici in mezzo. Inoltre se una persona è atea o se nel bel mezzo della tormenta in cui si trova vede vacillare la propria fede (che magari prima era importante per lui), sentir parlare del “volere di Dio” può sembrargli anche una beffa senza eguali.

4. “Al tuo posto non so come farei.” – Di nuovo un tentativo di far leva sulla forza d’animo e sulla capacità della persona di affrontare le difficoltà. Ma, davvero, non ce n’è bisogno. In mezzo alla tempesta io per primo non so come fare; io per primo mi sento perso, confuso, incapace di andare avanti; io per primo avrei voglia di scappare dalla mia vita e guardarla scorrere da lontano pensando che a viverla “non so come farei”. Ma non posso fare altro: ci sono dentro e mi tocca affrontarla anche se non so come fare. Non mi serve sentirmi dire che tu non sapresti stare al mio posto, mi serve, piuttosto, sentirmi dire che ci possiamo fare forza insieme, che puoi entrare nella tempesta con me e accogliere quello che sento, quello che vivo. Anche perché quando si sta attraversando un momento duro sentirsi dire da qualcuno che sta fuori che non vorrebbe essere al proprio posto sembra una presa in giro: “Non ci sei, accontentati”.

5. “Devi solo evitare di pensarci.” – Quando si vede qualcuno soffrire, si prova un profondo dispiacere, soprattutto se chi soffre è qualcuno a cui si vuole bene. E allora si vorrebbe riuscire in qualche modo ad alleviare la sua sofferenza, per alleviare anche un po’ la propria. E se quello che lo fa stare male non fosse mai successo, tutto tornerebbe al proprio posto. E se non ci si pensa è come se non fosse mai successo… Magari fosse così facile!! Purtroppo quello che è successo è successo e non si può cambiare il passato. E non pensarci non è la soluzione, anzi: imporsi di far finta di niente congelerebbe il dolore in una bolla, impedendo di elaborarlo, di dargli un senso, di trovargli un posto. Tra l’altro se sto soffrendo per un’esperienza difficile sentirmi dire di non pensarci può farmi arrivare solo un messaggio: tu non hai voglia di parlarne, tu non hai voglia di ascoltarmi, tu non hai voglia di sostenermi, tu non hai voglia di accogliermi. E io sono solo e devo tenermi tutto dentro perché nessuno può/vuole ascoltarmi e capirmi. 

È difficile trovare le parole giuste per essere di conforto, ma a volte basta solo provare a mettersi nei panni di chi soffre. Oppure, nel dubbio, meglio non dire niente e offrire solo un abbraccio, la disponibilità ad ascoltare e la propria calorosa presenza.

Dott.ssa Giulia Schena

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Conoscere i capricci (per gestirli meglio)

Il vocabolario ci dice che i capricci sono:

Voglia o idea stravagante o bizzarra, perseguita, sia pure non a lungo, con ostinazione o cocciutaggine

Ma tutti i genitori sanno che i capricci possono essere molto di più: un capriccio è qualcosa che può mettere a dura prova la pazienza, la voglia di stare assieme in famiglia e, soprattutto, la sanità mentale dei genitori.

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La cosa che più mette in crisi genitori ed educatori non è tanto la difficoltà a gestire i capricci, quanto più a comprenderne i motivi: di fronte ad un bambino che urla e strepita, che piange e si strappa i capelli, che sembra non riuscire più né ad ascoltare alcuna motivazione, né a dare risposte sensate, capire il perché di quello stato sarebbe certamente d’aiuto all’adulto nel capire come rapportarsi a quell’esserino apparentemente indemoniato.

C’è chi sostiene che i capricci non esistano. Ma questo, oltre ad essere falso (non si può non ammettere che tutti i bambini, in modo particolare in alcuni periodi della loro vita, abbiano richieste strane e le perseguano in maniera cocciuta), non fornisce nessun aiuto: quando ci si trova con un bambino strillante pensare che “questo non è un capriccio perché i capricci non esistono” non è di alcuna utilità, anzi forse contribuisce ad aumentare il senso di inadeguatezza, di sfiducia e di sfinimento dell’adulto che dovrebbe calmarlo.

I capricci esistono. E questo lo considero un dato di fatto. Ma i capricci non sono mai privi di significato. E questo è un altro dato di fatto, ed è importante capirlo. Vostro figlio, il vostro alunno, il bambino incontrato per caso per strada, non mettono in atto quelle scenate teatrali per il mero gusto di darvi fastidio, ma lo fanno per motivi ben precisi.

Per semplificare si può dire che i motivi che sono alla base dei capricci sono tre:

1. Un bisogno, non visto o non compreso dagli adulti, che in qualche maniera deve essere portato alla loro attenzione.

Faccio un esempio: un bambino potrebbe aver bisogno di sentirsi capace e meritevole di fiducia nelle sue capacità, quindi quando è ora di mettere il pigiama potrebbe piantare un capriccio infinito perché non vuole che gli venga messo, semplicemente perché sente di volerlo fare da solo e di voler essere supportato in questo. È chiaro, però, che una mamma o un papà, stanchi per la lunga giornata appena trascorsa, possono non capire il perché di un tanto ostinato rifiuto e arrabbiarsi con questo bambino dispettoso che non vuole andare a letto. Di fronte a questa rabbia il bambino capisce di non essere stato compreso e, dato che ancora non ha i mezzi e gli strumenti cognitivi per spiegarsi in maniera più adeguata, alza l’asticella e si arrabbia pure lui. Un loop infinito di rabbia e malcontento, mischiati con la sensazione di non essere capiti e non essere comprensibili (sia per il bimbo che per i genitori, che a loro modo si chiedono come sia possibile che il loro bambino non capisca che sono stanchi e che corrono tutto il giorno per non fargli mancare nulla).

Se prima di arrabbiarsi di fronte ad un capriccio si riuscisse a fermarsi un attimo e a proporre un’alternativa alla situazione che ha scatenato la scenata, si potrebbero evitare mezz’ore di urli e strepiti da ambo le parti. Importante, però, che l’alternativa proposta sia accettabile per gli adulti, e non un modo di tamponare la situazione “dandola vinta” al piccolo (ad esempio rispetto alla situazione succitata nel momento in cui il bambino comincia a rifiutarsi di farsi mettere il pigiama gli si può proporre di provare a farlo da solo, ma è bene evitare di piazzarlo davanti alla tv per infilarglielo mentre è ipnotizzato).

2. Un’emozione troppo forte, troppo irruenta o troppo imbarazzante, che si fatica a gestire.

Faccio un esempio: un bambino vive una situazione, magari anche banale ad un occhio adulto (tipo rimanere al buio o immaginare dei mostri), e prova paura; gli viene detto che non deve avere paura, si cerca di aiutarlo a razionalizzare, gli si mostra che non c’è niente che lo debba spaventare. Lui prova a crederci, ma non c’è verso la paura rimane (bastasse essere razionali per non avere paura hai voglia i disturbi fobici che ci risparmieremmo!!). E così quando si ripresenta la situazione, o quando pensa che sia quasi il momento che si ripresenti, il bambino pianta un capriccio di dimensioni astronomiche, incomprensibile agli occhi del genitore, ma funzionale per il bambino a non ritrovarsi in quella situazione e a non dover ammettere che ha ancora paura, sentendosi così in colpa e inadeguato.

Per evitare questo tipo di capricci la via è solo e soltanto una: accogliere tutte le emozioni, lasciare loro spazio, ammettere che sono normali e che anche i grandi le provano e trovare un modo per esorcizzarle insieme (ad esempio inventare una formula magica scacciapaure, o un gioco-sfogo per far uscire tutta la rabbia, o una coccola speciale per lasciare il suo spazio alla tristezza, ma anche un rituale divertente per accogliere le gioie incontenibili…).

3. La necessità di “mettere alla prova” la tenuta dei propri genitori e/o dei propri educatori.

Faccio un esempio (e lo faccio volutamente banale, per essere comprensibile): un bambino di 3-4 anni sa che i genitori gli ripetono sempre che non può avere tutto ciò che desidera. Un giorno al supermercato vede un giocattolo davvero interessante e decide di volerlo. I genitori glielo negano, così lui pianta un inenarrabile capriccio. Sembrerà paradossale, ma a quel bambino questo capriccio non serve tanto a ottenere quel giocattolo, quanto piuttosto a capire da un lato la capacità dei genitori a tenergli testa e a non cedere alla frustrazione dall’altro quanto davvero valga la regola “non si può ottenere tutto ciò che si vuole”. Se i genitori, imbarazzati per il caos provocato dal bambino o semplicemente stanchi di vederlo urlare, cedono alla sua richiesta, il messaggio che arriva al bambino è piuttosto confusivo: quanto è importante realmente la regola? Quanto mi posso fidare dei miei genitori (ovvero, se avessi bisogno di loro in una situazione difficile, saprebbero reggere la frustrazione)?

Le regole e i “no” che si danno ai bambini sono il loro “territorio sicuro”, sono ciò che li rende certi del fatto che se faranno qualche passo falso i genitori sapranno rimetterli in riga. Quel territorio sicuro deve essere sufficientemente ampio affinché il bambino possa testare le proprie capacità di cavarsela da solo (ecco perché troppi no e troppe regole non sono funzionali), ma deve anche essere abbastanza rigido e definito affinché il bambino possa sentirsi sereno nell’esplorarlo, avendone ben chiari i confini (ecco perché a volte i bambini si intestardiscono o sono molto richiestivi: hanno bisogno di capire quanto effettivamente regga quel confine).

I bambini, anche se può non sembrare, hanno tanti bisogni emotivi, come sentirsi all’altezza delle cose, sentirsi adeguati, sentirsi capaci, sentirsi al sicuro, e per soddisfare questi bisogni sento che devono affidarsi alla guida e al sostegno dei loro caregiver (ovvero le figure che si prendono cura di loro). Più diventano grandi più si rendono conto da un lato che non sono un tutt’uno con i genitori e che, quindi, questi possono anche non esserci, e dall’altro che i genitori non sono infallibili, e che, quindi, possono anche non essere in grado di rispondere ai loro bisogni.

Fare i conti con i propri bisogni e anche con la consapevolezza che le persone sulle quali si conta per vederli soddisfatti potrebbero fallire, fa inevitabilmente una gran paura e mette nelle condizioni di dover essere sicuri che i genitori, comunque vada, saranno in grado di “tenere testa” ai bisogni dei loro bambini. Inoltre rende necessario il fatto di mettere alla prova le “regole” e i “valori” che i propri genitori/educatori propongono, per capire meglio quali siano effettivamente basilari.

Avendo chiari i motivi che spingono i bambini a fare i capricci, forse, si può fare un po’ meno fatica a comprenderli e, quindi, a gestirli.

Capita, però, di trovarsi in situazioni in cui, per un motivo o per l’altro, si è instaurato un circolo vizioso come questo:

capriccio ⇒ frustrazione dei genitori ⇒ senso di inadeguatezza del bambino (e quindi ulteriore capriccio) ⇒ infelicità di tutti (e senso di colpa di tutti)

In queste situazioni ritrovare il bandolo della matassa, comprendo i significati delle azioni proprie e dei propri bambini, può essere davvero complicato. In questi casi è bene ricordare che si può chiedere una mano.. perché anche se tutti i genitori e gli educatori hanno a che fare con i capricci dei bambini, non c’è da vergognarsi se si è persa la rotta e che, anzi, rendersene conto può essere l’occasione per ritrovarla.

Dott.ssa Giulia Schena

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5 accorgimenti per aiutare i bambini a gestire le emozioni

Quando nasce un bambino, ogni genitore si prepara a sostenerlo e ad accompagnarlo nell’apprendimento: nei primi anni di vita si aiutano i bimbi ad imparare a muoversi nell’ambiente, a parlare, a fare dei giochi; poi crescono e, con l’incoraggiamento dei grandi, imparano a leggere, a scrivere, a contare… Si dà importanza allo studio, allo sport, agli hobbies.

Spesso, però, si sottovaluta l’intelligenza emotiva, dandola per scontata, pensando che sia una cosa naturale e poco gestibile.

Ma cos’è l’intelligenza emotiva? È la capacità di riconoscere, comprendere, utilizzare, gestire le proprie emozioni e quelle degli altri in maniera consapevole. E per quanto sia vero che le emozioni ci pervadono in maniera abbastanza automatica, l’abilità di gestirle è tutt’altro che meccanica.

E perché è importante coltivarla e potenziarla? Saper gestire le emozioni, lasciarle fluire senza bloccarle né farsi paralizzare da esse, capire i sentimenti altri senza farsene travolgere né ignorarli, sono tutte abilità che permettono di vivere più serenamente, di creare relazioni positive e soddisfacenti e di adattarsi a ciò che si incontra sul proprio cammino senza perdere il controllo.

Aiutare i bambini a vivere con tranquillità le proprie emozioni (a volte anche travolgenti) e a gestirle in modo proficuo è utile sia per loro che per sé stessi come genitori o educatori, perché permette di costruire con loro relazioni funzionali, senza troppe lotte di potere e senza troppi capricci.

Sostenere i bambini nel loro coltivare l’intelligenza emotiva non è facile, ma di certo non è impossibile. Per cominciare si possono seguire questi 5 consigli:

  1. Tutti i sentimenti possono (e devono) essere accettati: se un bambino è triste o si arrabbia non è il caso di cercare di distrarlo o di farlo sentire “sbagliato”, piuttosto si può accoglierlo.
  2. Quando un bambino sta esprimendo un’emozione è bene ascoltarlo in silenzio, senza giudicarlo, senza cercare di dare spiegazioni alle sue percezioni, senza anticipare ciò che vogliono dire.
  3. Quando un bambino sembra in difficoltà nella definizione o nell’espressione di un sentimento, si può aiutarlo cercando di dare una definizione di come ci si potrebbe sentire o verbalizzando l’emozione che sembra provare, senza però “ingabbiarlo” nel proprio pensiero (ad esempio “questa cosa sembra molto frustrante”, “credo che questa cosa potrebbe farmi provare rabbia”, “quando le persone vivono cose come questa spesso si sentono tristi”…)
  4.  Mentre un bambino parla di qualcosa che ha vissuto e che lo ha colpito (in positivo o in negativo), si può fargli capire che lo si sta ascoltando, che lo si capisce e che lo si accoglie con semplici commenti, come: “capisco…”, ” oooh…”.
  5. I desideri dei bambini o gli episodi frustranti che vivono, possono essere risolti nella fantasia, accogliendo così la possibilità che ci si possa sentire infastiditi o arrabbiati (ad esempio “capisco che tu vorresti aver vinto.. Se avessimo una bacchetta magica potremmo esaudire questo desiderio”).

Provateci, potreste scoprire tante nuove possibilità di stare accanto con più piacere ai vostri bimbi.

Dott.ssa Giulia Schena

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