Cose da non dire a chi non ha figli

A volte sembra che la vita di tutti debba andare esattamente così come siamo abituati a pensarla e ad immaginarla. È una sorta di auto-convincimento, come se questo ci tenesse al riparo dall’inaspettato, come se mantenesse esattamente il giusto ordine delle cose.

Ed è così che da un certo punto in poi, si comincia a dare per scontato che una coppia dovrebbe avere un figlio. E scatta la fatidica domanda:

“Ma voi allora? Un figlio niente?”

Questa è in assoluto la prima e più importante domanda da NON fare a chi non ha figli. Perché potrebbe non desiderarli, e quindi essere stanco di dover continuamente dare una spiegazione per una scelta tanto personale e intima e, ancora di più, potrebbe essere stanco di sentirsi “strano”, “assurdo” o “insensato” per questa scelta. Ma potrebbe anche non riuscire ad averne, cercarli da tanto, averne persi, essersi sottoposto a cure pesanti ed invasive, ed essere ancora e comunque in attesa. E in questo caso questa domanda oltre che fastidiosa potrebbe essere anche molto dolorosa.

E se già si sa che la persona di fronte a noi nutre il desiderio di avere un bambino, ma per qualche motivo non riesce ad averne, ci sono altre cose che sarebbe meglio evitare di dirle:

  1. Non ditele di rilassarsi, o di non pensarci. Pretendere che una persona possa non pensare a qualcosa che per lei è così importante è assurdo, oltre ad essere una richiesta che mette l’altro in difficoltà: se si presuppone che basti rilassarsi per rimanere incinte e una donna non riesce a rimanere incinta, pare quasi sia solo colpa sua. Il rilassamento, invece, non cura l’infertilità.
  2. Rispettate la privacy: domande personali, curiosi interrogatori, consigli più o meno richiesti non sempre sono graditi (a dir la verità non lo sono quasi mai). Lasciate che sia la persona stessa a parlarne se se la sente o ad evitare l’argomento se preferisce.
  3. D’altro canto, però, rendetevi disponibili ad ascoltare: l’infertilità e le difficoltà di concepimento fanno spesso sentire terribilmente soli, perché quando si parla di figli si vorrebbero sentire solo le cose belle, e non le storie di attesa estenuante. Avere qualcuno che ascolti, ma che ascolti davvero, con partecipazione e accoglienza, può essere un toccasana.
  4. Non sottovalutare il problema e non fare dell’ironia: dire che tutto sommato essere senza figli non è poi così male, perché si può fare tardi la sera, non si viene svegliati la notte o altre simili amenità, non fa che minimizzare la sofferenza che l’altro prova, e di certo non lo fa sentire capito.

A volte bastano piccoli gesti per far sentire la propria presenza e per sollevare un po’ chi già sta combattendo una dura battaglia.

Dott.ssa Giulia Schena

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Non dire mai: “Ma è bravo: mi aiuta!”

“Ma è bravo: mi aiuta”

Quando parlo con una coppia credo che questa sia una delle frasi che più di tutte trovo fuori posto, perché pur apparendo come un complimento o comunque qualcosa di positivo, porta con sé un’idea che non giova a nessuno.

Non giova a chi sostiene che l’altro lo aiuti (tendenzialmente la parte femminile della coppia), perché lo fa apparire come un lagnoso che ha bisogno di aiuto in qualcosa che, di fatto, spetterebbe a lui, e allo stesso tempo fa apparire l’altro come il “salvatore” che gli viene in supporto, pur non essendo assolutamente tenuto a farlo (e quindi, poi, che c’è da lamentarsi se a volte non lo fa?!).

Non giova a chi se la sente dire, perché viene così relegato al ruolo di comparsa, di supporter, di figura laterale (e talvolta, collaterale). Come se vivesse una vita che, in realtà, non lo riguarda, ma in cui, quando può, aiuta.

E, in definitiva, non giova neanche alla coppia come sistema, perché crea una serie di ambiguità nei ruoli, nei compiti, nelle aspettative che ognuno ha verso l’altro.

Quando si condivide la vita i compiti sono di entrambi; ognuno ci mette del suo, ci si dividono gioie e dolori più o meno equamente e nessuno è “bravo” perché aiuta l’altro: aiutare l’altro nelle incombenze quotidiane che riguardano la coppia o la famiglia è un dovere che ci si prende entrambi quando si decide di costruire qualcosa assieme.

Tra l’altro, spesso, dire che l’altro è bravo perché aiuta è il preludio di una qualche critica o lamentela, ovvero di un malcontento che si cerca di mascherare a sé stessi o all’altro per evitare discussioni. Evitando così, però, anche la possibilità di risolvere ciò che non va.

“Siamo bravi : abbiamo costruito un nostro equilibrio!”

Non è forse meglio dire così? O almeno tentare di lavorarci per ottenerlo?

Dott.ssa Giulia Schena

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Bimbi al museo

Quando hai un bambino ci sono cose che sembrano difficilissime, pressoché impossibili. Una tra queste è portarli al museo. E anche se si vorrebbe tanto avvicinarli alla cultura e ad attività che abbiano un contenuto istruttivo, ci si trova a pensare che non ci si riuscirebbe mai, che sono “troppo piccoli”, che “ci sarà un tempo per tutto”.

In realtà, come per tutte le altre cose, prima si comincia ad avvicinare i bimbi ad una certa cosa e ad un certo atteggiamento, più è probabile che questi evolvano con loro: non c’è un’età in cui magicamente i bambini sono “pronti” per fare cose che noi tendiamo a pensare che siano “da grandi”, in ogni caso quando si comincia a fare qualcosa di nuovo, bisogna prenderci la mano… Ed è più facile insegnare ad un bimbo piccolo a “prenderci la mano” piuttosto che convincere un bambino più grande, con abitudini e modalità già radicate, a cambiare visione delle cose.

Qualche dritta per portare i bimbi al museo senza farla diventare un’esperienza drammatica:

  • Portateli fin da piccoli, piccolissimi: già in passeggino (o in fascia) possono accompagnarci a vedere delle mostre e abituarsi all’atmosfera del museo. In questo modo anche quando si muoveranno da soli, avranno un’infarinatura di ciò che un museo è
  • Quando portate bimbi un pochino più grandi (e potenzialmente difficili da gestire, per la loro curiosità ed esuberanza), cominciate da mostre su tematiche che li interessino e che li coinvolgano. Ci sono musei bellissimi ed interattivi che possono essere ottimi punti di partenza.
  • Parlate con i bimbi di ciò che visiterete prima di andarci: instillate in loro la curiosità e la voglia di scoprire che sono ottimi motori per la loro attenzione.
  • Quando li “preparate” parlando di ciò che vedrete in anticipo, possibilmente non fate loro paternali (“non si dovrà correre” “non urlare” “si deve andare con ordine”…), ma piuttosto puntate sul lato divertente… Fatelo immaginare anche direttamente a loro così lo avranno già mentalizzato e sarà più facile che lo vivano.
  • Se ne avete l’occasione organizzate in anticipo attività da fare nei giorni seguenti la mostra su ciò che è stato visto (ad esempio: riprodurre qualcosa di visto con i LEGO o con un disegno, o leggere un libro sull’artista, o cercare cose simili su Internet… Insomma un’attività qualsiasi che sia di suo gradimento).. In questo modo i bimbi sapranno che la visita non è fine a sé stessa.
  • Non pretendete attenzione di ore e ore, almeno le prime volte, e non aspettatevi che siano attratti dai dettagli che attraggono voi: allacciatevi e fatevi trasportare dalla loro curiosità e dai loro occhi non convenzionali.
  • Decidete insieme cosa fare se ad un certo punto si sentono affaticati prima di aver finito il giro (ad esempio rimandare la fine della visita ad un altro giorno? O fermarsi per un po’ a fare altro? O uscire a prendere una boccata d’aria? …. Accogliete le loro proposte, anche se a voi sembrano assurde/banali purché siano fattibili).
  • Non fissatevi sulla necessità di tenere un comportamento da “piccolo lord”, ma puntate sul minimo indispensabile: ad esempio se vogliono sedersi per terra ad osservare un’opera di fatto non è un comportamento eccessivamente disturbante, quindi lasciate che lo facciano… Sentendosi accolti anche in cose “strane”, saranno più ben disposti ad ascoltare le poche regole imprescindibili.

Ultima, ma più importante, regola:

DIVERTITEVI INSIEME.

Dott.ssa Giulia Schena

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Articolo scritto su richiesta di FarCultura e comparso sulla pagina Facebook FarCultura in data 11/03/2018

Quando il batticuore si sopisce

“Dottoressa io non lo so cosa sia successo, pare che non ci sia più niente.. boh forse stiamo insieme per abitudine.. ma così che senso ha?”

Capita più o meno così: due persone si incontrano, si piacciono, decidono di stare insieme. Ci sono tra loro occhi a cuoricino, farfalle nello stomaco, e un batticuore che sembra non fermarsi mai. È tutto un pensarsi, un chiamarsi, un mancarsi.

Poi il tempo passa, la storia evolve, i pensieri variano. Ci sono nuove preoccupazioni, nuovi impegni. E ogni tanto ci si ferma, e ci si accorge che qualcosa è cambiato. Ma si fa una gran fatica a capire il perché, e ci si aggroviglia in svariati pensieri, che altro non fanno se non aumentare il senso di frustrazione e la fatica ad accettare questa nuova relazione.

Credo che sia colpa dei film. O forse dei libri. O forse delle storie che ci raccontiamo. È colpa della fregatura che ci diamo da soli quando pensiamo che tutto possa essere per sempre allegro e scoppiettante.

L’innamoramento è una fase. E d’altronde non potrebbe essere altrimenti: pensate anche solo fisicamente come sarebbe faticoso sostenere tutta l’eccitazione, tutto il turbinio di emozioni, tutte le fantasticherie del periodo in cui tutto è sbriluccicoso.

Passato l’innamoramento subentra l’amore. Subentra se lo si lascia entrare. Se non si ha paura di accettare anche la fatica di stare insieme conoscendo pregi e difetti invece dell’attesa di scoprirsi ancora un po’; se si accetta la pacatezza di un momento di pace sul divano invece della frenesia del fare cose e costruire ricordi; se si accetta la dolcezza di un bacio dato di fretta prima di uscire la mattina invece della passione dei baci al chiaro di luna quando non ci si vuole salutare e si strappa un altro minuto al tempo.

Stare insieme nel tempo significa passare dal sentirsi sulle montagne russe, al sentirsi a casa. Semplicemente, a casa.

“L’amore non è un falò nell’anima, ma piuttosto un focolare che ci tiene caldi e al sicuro, coccolandoci mentre ci addormentiamo.”

A volte è molto difficile accettarlo. A volte c’è bisogno di una mano, per capire come ritrovare un equilibrio in questo luogo calmo dove prima c’era la tempesta. A volte non è nemmeno possibile, perché magari davvero tutto si è esaurito (e allora, continuare a stare insieme sperando che così faccia meno male, scava nell’anima creando una voragine).

Ma quando ci si riesce. Beh, allora la fatica fatta è valsa la pena.

Dott.ssa Giulia Schena

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Esiste. – Comprendere il lutto perinatale

Per la maggior parte delle persone, anche amici e parenti a volte, è difficile comprendere il lutto per la perdita di un bambino in gravidanza o nel periodo perinatale. Non comprendono come sia possibile provare un dolore così profondo per l’assenza di un bambino che è stato presente per così poco tempo e non realizzano come si possa sentire così forte la mancanza di una persona quasi sconosciuta, con la quale non si è condiviso più di qualche istante.

Quel bambino, quella bambina, anche se non è più tra le braccia dei suoi genitori, è esistito, è esistita.

Quando si scopre di attendere un bambino, si comincia a sognare. Si immagina la propria vita con lui, si ascolta ogni singolo segnale della sua presenza, ci si prepara ad accoglierlo, si fantastica su come sarà, su chi gli somiglierà, ci si chiede come sarà il suo primo compleanno, come sarà vederlo crescere. Ecco. Fin da quel momento, lui esiste.

Poi, quando quel figlio muore, quando il suo cuore smette di battere, lasciando il vuoto nelle braccia dei loro genitori, i sogni vanno in frantumi. Ma lui non smette di esistere. Anche se non c’è più, esiste. Ha vissuto nelle vite dei suoi genitori e di chi l’ha amato, e continua a viverci pur non essendoci più fisicamente.

Ora, se non l’avete vissuto, se non riuscite a capire come possa essere così doloroso, provate per un momento ad immaginare come sarebbe non avere con voi i vostri figli. Immaginate come sarebbe non poter aprire con loro i regali al compleanno o a Natale. Immaginate di non vederli crescere, mentre intorno a voi i figli degli altri crescono. Immaginate le notti che vi hanno fatto trascorrere in bianco, trascorse in bianco non per il loro pianto, ma per la loro assenza. È difficile anche solo immaginarlo, lo so. Provateci, solo per un istante.

E ancora, se riuscite, immaginate se le persone intorno a voi fingessero che vostro figlio non esistesse. Immaginate se dimostrassero di pensare che parlare di lui fosse superfluo e fuori luogo. Immaginate se preferissero non ricordare il giorno del suo compleanno. Immaginate se cercassero di far passare l’idea che non faccia parte della vostra famiglia. Non sarebbe piacevole, vero?

Pensateci quando chiederete a chi ha perso un figlio di andare avanti, di non pensarci più. Pensateci quando vi verrà da dire che non è importante, e che si deve guardare al futuro.

È vero: guardare al futuro è importante. Ma in quel futuro, anche se non si vedrà fisicamente, quel figlio ci sarà. Perché esiste. E solo ammettendo che esiste, si possono aiutare i suoi genitori a trovargli un posto nella loro quotidianità, a parlare di lui con serenità e, quindi, ad andare avanti davvero. Con lui nel cuore anche se non è tra le braccia.

Dott.ssa Giulia Schena

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Sai cosa significa perdere un bambino?

La morte, il lutto, il dolore della perdita, sono esperienze che prima o poi, nella vita, toccano tutti. E ogni volta è un’esperienza dura, intensa, faticosa: ognuno a modo suo affronta la necessità di ritrovarsi e di ritrovare in sé qualcosa di chi ha perso, per poter andare avanti.

Ma perdere un bambino, prima o dopo che sia nato, è qualcosa di un po’ diverso. Innanzitutto perché è qualcosa che si cerca di non voler vedere: fa così paura, così tanto male, anche solo pensare a queste piccole vite spezzate troppo presto, che solo raramente si trova la possibilità di parlarne, riconoscerle, accoglierle. Eppure la perdita di un bambino, in tutta la sua drammaticità, è qualcosa che capita molto più spesso di quanto si pensi, e questo fatto che non se ne parli o che si cerchi di minimizzare, aumenta la fatica che i genitori in lutto devono affrontare per poter elaborare questo lutto.
Perdere un bambino è diverso perché quando tuo figlio muore, muoiono con lui tutti i sogni, le speranze, tutto ciò che avevi immaginato e pianificato per il futuro. Perché lui era così piccolo, aveva tutta la vita davanti, e tu stavi piano piano imparando a cambiare con e per lui. E d’un tratto tutto si ferma, e tu ti trovi in corsa su un treno verso il cambiamento, ma senza più binari a portarti, senza più prospettive davanti. E devi ripartire da capo. Ricostruire un futuro già diventato passato.

Perdere un bambino è diverso perché non ti resta quasi nulla di lui: nulla che tu possa condividere con gli altri per parlare di lui, per ricordarlo; nulla che ti aiuti a costruire le sue memorie; nulla che costituisca la sua storia. È difficilissimo perché rimane il terrore di dimenticare, la paura che gli altri dimentichino o non vogliano ricordare.

Perdere un bambino è diverso perché ogni singolo giorno non si può fare a meno di chiedersi come sarebbe stato. Ogni singolo avvenimento è un avvertimento che si sarebbe potuto vivere con lui. E anche le cose più piccole e banali, si trasformano in grandi punti di domanda: come sarebbero stati i suoi occhi? Avrebbe amato la cioccolata? Avrebbe fatto i capricci per guardare i cartoni? Avrebbe voluto giocare a calcio? O forse fare nuoto? O gli sarebbe piaciuto ballare? 

Perdere un bambino è diverso. È diverso soprattutto perché ci si sente soli. E basterebbe poco per lenire almeno questa solitudine: basterebbe accettare, ascoltare, accogliere. Basterebbe non fingere che “c’è di peggio”, non sostenere che “ne farete altri, non ci pensare”, non concludere che “capita spesso, non ti ci fissare”.

Basterebbe dare uno spazio a questi bimbi, riconoscendo che sono esistiti, anche se solo per poco tempo, e che esisteranno sempre, nell’amore di chi li ha desiderati e attesi.

Dott.ssa Giulia Schena

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“E se ti volessi aiutare?” – 6 verità importanti per sostenere chi è in lutto

A volte quando si sta soffrendo, in particolare quando si sta soffrendo per qualcosa di così tremendo e doloroso come una perdita o un lutto, sembra che nessuno possa capire. Anzi, per essere ancora più precisi, sembra che nessuno voglia capire. Sembra che nessuno si fermi a pensare a come aiutarti, che nessuno sia interessato a ciò che provi, che nessuno presti occhi e orecchie a capire davvero quello che stai vivendo.

Per fortuna, non è sempre così: ci sono tante persone che avrebbero voglia di essere d’aiuto, ma, per un motivo o per l’altro non ci riescono. Il timore di dire la cosa sbagliata, che tiene bloccati nel non dire nulla; il fatto di rendersi conto che per quanto si possa fare non si è ciò di cui l’altro ha bisogno; la paura di far stare peggio invece che far stare meglio; la sensazione di non essere compresi nella propria voglia di dare una mano.. Questo, e tanto altro, crea voragini di distanza, abissi di silenzi, baratri di solitudine, profondità di incomprensioni. E tanto, tanto dolore. Che si somma al dolore di partenza.

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Quindi, se vuoi essere d’aiuto ad una persona che sta attraversando un lutto, non tirarti indietro. Ricorda, piuttosto, queste 6 cose:

  1. Puoi prenderti il tuo tempo: rifletti su ciò che vuoi dire, pensa a ciò che desideri far arrivare, ascolta come ti senti e cosa provi, pesa le tue sensazioni e immagina quelle dell’altro. Non serve agire di fretta, il lutto è un percorso che avanza lento, quindi tutto intorno può procedere con calma.
  2. Concedi all’altro di prendersi il suo tempo: non essere pressante, non mettere fretta, non creare ansie e aspettative. Esplicita che ci sei, fai un salto a dimostrare la tua presenza, ma poi rimani solo se richiesto. Parla solo se l’altro sembra volerlo. Ascolta solo ciò che l’altro sembra voler dire. Un minuto al giorno, un messaggio al giorno, un abbraccio al giorno.. possono essere sufficienti. Non fanno sentire soli, e al contempo non fanno sentire sotto esame.
  3. Non puoi fare tutto: non puoi risolvere tutte le preoccupazioni, tutte le incombenze, tutti i problemi di chi vorresti aiutare. Fai ciò che riesci, ciò che ti risulta possibile, oppure ciò che ti viene esplicitamente richiesto (spiegando, nell’eventualità non ti fosse possibile, perché non puoi o non riesci a farlo e offrendoti di fare ciò che senti più congeniale alle tue possibilità).
  4. Puoi fare qualcosa: anche solo con la tua presenza, anche solo con il tuo interesse, sei importante. Non preoccuparti del resto.
  5. Quello che hai vissuto tu, non è quello che vive l’altro: anche se hai vissuto un’esperienza simile, non dare per scontato di sapere già cosa prova o di che cosa ha bisogno l’altro. Siete persone diverse, avete alle spalle vite diverse, vivete questa cosa in modo diverso. Ascolta, osserva, accogli. Non giudicare, non commentare.
  6. Non verrai ringraziato (o almeno sempre e non subito): a volte i tuoi sforzi sembreranno vani, o addirittura malvisti o malinterpretati. Non fartene un cruccio: chi stai cercando di aiutare è in un momento difficile, in cui ogni cosa assume connotati particolari e sfalsati. Non sei tu il problema: il problema è ciò che ha vissuto e sta vivendo. Non allontanarti perché non ti senti compreso: chi hai di fronte si sente meno compreso (e meno comprensibile) di te.

So bene che non è facile, ma ci si può provare. Considerando quanto tutto questo possa essere di supporto a chi soffre e quanto possa aiutarlo nell’elaborazione del lutto, credo ne valga la pena.

Dott.ssa Giulia Schena

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