Avventure autunnali: sopravvivere all’inserimento

Settembre è un mese di cambiamenti, di partenze e di ri-partenze. Una fra tutte attanaglia la quotidianità settembrina dei genitori, tra la gioia di vedere i bimbi andare a scoprire il mondo e ad affrontare nuove avventure, e il timore che qualcosa possa andare storto e che il tempo insieme ai propri piccoli non sia più sufficiente: l’inizio della scuola. 

Affrontare al meglio l’inserimento scolastico, che si tratti di asilo nido, di scuola dell’infanzia o di scuola elementare, è l’occasione per partire con il piede giusto verso un’avventura importantissima per la crescita e lo sviluppo dei bambini. Inoltre “chi bene incomincia è già a metà dell’opera”, come si suol dire: non dimentichiamo che un bambino sereno a scuola, sarà un bambino più sereno anche a casa e che un bambino aiutato a gestire il distacco dai genitori in modo funzionale, potrà vivere meglio la costruzione della sua relazione sia con i genitori che con gli insegnanti.

Dunque, ecco qualche dritta per sopravvivere all’inizio della scuola dei propri pargoli.
1. La scelta della scuola : la fiducia che si nutre verso la scuola in cui il proprio figlio va è molto importante per poter essere sereni a portarcelo. La serenità dei genitori è un ingrediente fondamentale per costruire la serenità dei bimbi: le emozioni che noi proviamo, anche quando proviamo a mascherarle, vengono percepite dai bambini e diventano per loro un’indicazione di quanto positiva o preoccupante possa essere una situazione, quindi se siamo tranquilli e ben disposti verso la scuola, sentiranno di poter avere fiducia nell’intraprendere questo nuovo percorso. Le insegnanti non vanno percepite come antagoniste o come possibili sostitute dei genitori: sono nostre alleate e dobbiamo poter costruire una relazione positiva con loro. Nella scelta della scuola, dunque, fidatevi del sentito dire, fidatevi dell’apparenza, ma fidatevi tanto anche del vostro istinto: sentire a pelle di apprezzare un certo posto o una certa insegnante ha un suo grande valore.

2. Prima di iniziare la scuola : durante i giorni o le settimane che precedono l’inizio della scuola si può piano piano introdurla nella quotidianità della famiglia: ci sono tanti bei libri, rivolti alle diverse fasce di età, che possono essere un utile accompagnamento per i bambini (ma anche per i genitori) verso l’inizio della scuola (qui e qui qualche consiglio di lettura). Riconoscersi nelle vicende dei protagonisti dei propri libri preferiti, aiuta i piccoli a sentirsi sicuri e “normali” in tutte le loro emozioni, comprese la preoccupazione e la paura. A seconda dell’età anche parlare con i bimbi di ciò che provano, permettendo loro di verbalizzare le proprie sensazioni e di trovare rassicurazioni dai loro genitori, è un buon modo per prepararsi all’inserimento senza trovarsi, poi, a dover affrontare esplosioni di emozioni dilaganti e troppo intense perché lasciate a “decantare” per troppo tempo.

Prima di iniziare la scuola, inoltre, anche farsi aiutare dal bambino ad acquistare e organizzare ciò che servirà può essere utile a coinvolgerlo e a farlo sentire partecipe della scelta e del cambiamento: lo zainetto, l’eventuale grembiulino, il cambio, l’outfit per il primo giorno di scuola… Sono tutte cose che si possono decidere insieme. Allo stesso modo si può scegliere un oggetto da portare a scuola (da lasciare nell’armadietto o nel luogo predisposto dall’istituto) che aiuti il piccolo a sentirsi accompagnato da qualcosa di familiare nella scoperta di questo nuovo mondo che è la scuola.

3. All’inizio della scuola : prima, fondamentale, regola è che la scuola è un’esperienza, una nuova realtà, e non un ricatto o una possibilità negativa: non si deve mai usare la scuola come punizione o come “minaccia” (ad es. “se non fai il bravo ti porto a scuola”), così come non si dovrebbe usarla per fare confronti (ad es. “hai visto gli altri bambini a scuola? Fanno così e cosà, non come te!”).

E una volta iniziato, preparatevi a qualsiasi tipo di reazione: se il piccolo piange non fatevi vedere disperati o angosciati, ma cercate di accogliere con calma il suo vissuto e affidatevi alle insegnanti per gestire il distacco, con la fiducia che sapranno consolare il vostro piccolino; se il bimbo, invece, non sembra manifestare particolare preoccupazione, andando tranquillamente a giocare con gli altri senza quasi salutarvi, non mostratevi delusi e dispiaciuti, ma cercate di assecondare la sua serenità a lasciarvi andare: se vi lascia tranquillamente è perché sa che tornerete e non perché non gli interessa di voi.

Una cosa importantissima è quella di non andare MAI via senza salutare vostro figlio: sia che il bimbo stia giocando tranquillo con gli altri, sia che stia in lacrime tra le braccia dell’educatrice, un saluto non gli deve mai essere negato, perché è proprio quello che costruisce il senso del ritorno e che dà la sicurezza al piccolo che non verrà abbandonato all’improvviso, ma che saprà sempre quando vi allontanerete. 

4. Dopo aver iniziato la scuola : Anche se probabilmente è una cosa che date per scontata o che pensate che il vostro bambino non possa capire (perché troppo piccolo), salutandolo ditegli sempre che vi mancherà e che lo penserete mentre sarete lontani e che non appena tornerete vi potrete scambiare tante coccole e il racconto di quello che ognuno di voi ha vissuto. E poi, quando andate a prenderlo, raccontategli davvero ciò che avete fatto nel frattempo: che siate stati al lavoro, che abbiate fatto la spesa o la fila in posta, che abbiate rassettato casa, poco importa.. Rendetelo partecipe se volete che lui renda partecipi voi.

Se avete l’impressione che il vostro bimbo sia triste o preoccupato, non lasciate correre e non ditegli semplicemente che “non c’è nulla di cui avere paura”, ma cercate di aiutarlo a verbalizzare, a raccontare, ad esprimere. Eventualmente usate qualche storiella o qualche racconto che lo aiuti a capire che è normale provare sentimenti un po’ “stonati”, ma che si possono sempre esprimere e gestire insieme.

Un’ultima cosa importante è evitare di parlare di eventuali dubbi o timori davanti al bambino: anche se sembra impegnato in altro lui vi ascolta sempre e, se non capisce (perché sono discorsi “da grandi”), interpreta e lo fa quasi sempre mettendosi in una posizione di svantaggio. Quindi, eventualmente, parlate con le insegnanti in separata sede, o sfogatevi con il vostro partner nei (pochi) momenti di assenza del bambino. 

Coraggio, sarà un’avventura meravigliosa!

Dott.ssa Giulia Schena

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Compiti per le vacanze: istruzioni per l’uso

Arriva l’estate. Finisce la scuola. Esplodono gioia e tormento in grandi e piccini (gioia nei piccini, tormento nei grandi, per essere precisi).

Ma c’è una cosa che minaccia la serenità delle vacanze (solo una?): i compiti. Ancora i famigerati compiti. 

Quando? Come? Dove? Cosa? Perché? Soprattutto, perché???
Andiamo con ordine:

  1. Quando? Prima di cominciare i compiti estivi è bene lasciar passare qualche giorno dalla fine della scuola: una decina/quindicina di giorni di “nulla”, in cui non pensare alla scuola, dimenticare le noie dell’anno appena terminato, lasciar sedimentare le cose apprese e lasciare spazio a relax e divertimento. Trascorsi questi giorni.. Si comincia! Il momento migliore della giornata in cui fare i compiti non è uguale per tutti: c’è chi si trova meglio a farli alla mattina, tenendosi poi tutta la giornata libera; chi preferisce il primo pomeriggio, dopo essersi rifocillati con il pranzo e prima di andare a divertirsi; chi opta per farli la sera, quando non ha più i mille pensieri e le mille aspettative per la giornata da trascorrere. Lasciate che sia vostro figlio a decidere: offritegli le diverse opzioni, ditegli di pensarci e poi prendete accordi in base alle sue valutazioni (sapere quello che lui ha deciso è importante per “sorvegliare” il suo operato.. Se vedete che le cose non vanno come concordato potete provare a rinegoziare l’organizzazione, ma sempre concordando insieme: almeno in questo periodo, che non è scandito da scadenze imminenti, è bene favorire la fiducia, il dialogo e l’autonomia).
  2. Come? L’organizzazione è fondamentale, sia per evitare di correre come matti e poi trovarsi ad aver finito tutto prima del tempo (rendendo il ripasso assolutamente vano), sia di prendersela comoda e trovarsi con una marea di arretrati all’alba dell’inizio della scuola. Dunque prima di cominciare è bene fare due valutazioni: quanti sono i compiti, quanti sono i giorni a disposizione. Contate effettivamente il numero degli esercizi, delle pagine e delle attività da fare e, calendario alla mano, contate il numero di giorni “lavorativi” (weekend, giorni festivi, giorni particolari… Non contano!!). Fatto questo dividete il numero degli esercizi per il numero di giorni. Piccolo accorgimento: per ogni giorno assegnate un po’ di compiti per ogni materia (non è opportuno fare, ad esempio, prima tutta matematica, poi tutto italiano, ecc…) e osservando gli esercizi ordinateli per difficoltà o per tipologia e distribuiteli equamente per i diversi giorni (ad esempio se si hanno 10 operazioni, 10 problemi e 10 equazioni è meglio fare ogni giorno 1 operazione, 1 problema, 1 equazione; oppure, se ci sono 10 esercizi facili, 10 esercizi medi e 10 esercizi difficili, è meglio fare ogni giorno 1 esercizio facile, 1 medio e 1 difficile).
  3. Dove? Lasciate che siano i bambini/ragazzi a decidere dove fare i compiti, magari può essere l’occasione anche per mettere alla prova posti e modalità che durante l’anno non si sono potuti provare a causa del poco tempo a disposizione. Ad esempio se vostro figlio è abituato a fare i compiti in cucina o in salotto, ma ha sempre desiderato farli in camera sua (ricevendo secchi “no” per la necessità di tenerlo sotto controllo), ecco servita l’occasione per vedere come va. Non stategli troppo col fiato sul collo: dimostrate fiducia nelle sue capacità organizzative, ditevi disponibili in caso di necessità, e poi lasciate fare. Di tanto in tanto (accordandosi o a sorpresa) potrete controllare come procedono i lavori e a che punto sono i compiti.. Ma attenzione “di tanto in tanto” significa davvero “di tanto in tanto”: non ogni 10 minuti, non ogni mezz’ora, al massimo una volta al giorno o, ancora meglio una volta ogni 2 o 3 giorni. E se al controllo viene fuori che le cose non vanno? Niente “lo sapevo” o “te l’avevo detto” quanto piuttosto “cosa non ha funzionato?” e “come possiamo risolvere?”. E i compiti in spiaggia? Sì o no? Sì solo se di fatto si trascorre tutta l’estate in spiaggia, ma se si è in vacanza solo per 10-15 giorni, quei giorni si possono (devono) considerare festivi.
  4. Cosa? Questo è un punto importante. Il senso dei compiti delle vacanze non è quello di far odiare ai bambini la scuola più di quanto già la disprezzino, dunque i compiti delle vacanze non dovrebbero essere una corsa contro il tempo per fare tutto: si fa il possibile purché sia fatto bene e con un senso. I compiti delle vacanze dovrebbero concentrarsi su due aspetti in particolare: il ripasso degli argomenti rimasti lacunosi durante l’anno per capirli meglio ed assimilarli; l’approfondimento delle tematiche e degli esercizi che interessano e che appassionano il bambino/il ragazzo. Molti insegnanti non hanno il tempo materiale per assegnare compiti “individualizzati”, ma è possibile fare una cernita a casa, valutando su cosa concentrarsi.
  5. Perché? Nonostante ci sia ancora chi si ostina a dire che “le vacanze sono vacanze” e quindi i compiti non dovrebbero esserci, ci sono diversi buoni motivi perché piccoli e grandi studenti vi dedichino del tempo anche nel periodo estivo (è un discorso diverso per le mini-vacanze durante l’anno, che potrebbero essere veramente free, di modo da consentire ai bambini di ricaricare le batterie e alle famiglie di trascorrere momenti piacevoli e spensierati tutti assieme). I compiti delle vacanze sono importanti perché: permettono di ripassare il programma senza la tensione e la stanchezza del periodo scolastico; aiutano ad autovalutarsi, capendo quali parti del programma sono state effettivamente assimilate e quali è meglio approfondire; permettono ai bambini e ai ragazzi di assumersi una responsabilità (le responsabilità, ahimè, non vanno mai in vacanza); e soprattutto, si ha la possibilità di aumentare l’autonomia e di dimostrare fiducia ai bambini/ragazzi.

    I compiti delle vacanze, in definitiva, sono l’occasione per piantare i semi che poi possono fruttare durante l’anno scolastico: si può capire cosa funziona e cosa no dal punto di vista organizzativo, si può puntare sull’autonomia, si può far sentire il bambino capace, si può prepararsi a ripartire con il piede giusto.

    Coraggio, ne vale la pena!

    Dott.ssa Giulia Schena

    P.S. se dopo aver letto fino a qui state pensando “tsèèè questa non conosce mio figlio!!”, fatevi ispirare dalle giornate più lunghe e dalle settimane meno frenetiche per provare a dargli fiducia. Non demordete subito. Se ci credete voi, sarà un pochino più portato a crederci anche lui.

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    E se a fare l’inserimento ci aiutasse un libro?

    A iniziare l’avventura della scuola in questi giorni ci sono anche tanti piccini: chi al nido, chi alla materna tutti alle prese con l’inserimento in un contesto nuovo, lontano dai volti conosciuti e dalle braccia calorose di mamma e papà, ricco di nuovi stimoli e pieno anche di nuove realtà che così, a primo impatto, potrebbero fare un po’ paura.

    Paura, sì. Ai piccoli quanto ai grandi, perché spesso anche i genitori sono molto spaventati da questi nuovi inizi, un po’ intimoriti dalle nuove scoperte che il loro pargoletto potrà fare senza di loro, un po’ preoccupati delle sue possibili reazioni agli estranei e, inutile dirlo, un po’ impensieriti dall’adeguatezza dell’educazione che riceverà in questo nuovo contesto.

    Le preoccupazioni di grandi e piccini, così, si mischiano, si intersecano, si alimentano le une con le altre e il rischio è che si ingigantiscano, rendendo difficile (mooolto difficile) questo passaggio che potrebbe invece essere motivo di gioia e di allegria, grazie alle nuove scoperte possibili, alle nuove piccole autonomie e alla possibilità per tutti (bimbi sì, ma anche genitori) di crescere e di imparare cose nuove.

    Quindi se siete in piena “crisi da inserimento”, non preoccupatevi: non siete i soli. La maggior parte delle famiglie affronta questo momento e, nella quasi totalità dei casi, tutti ne escono vincitori.

    I consigli che si possono dare in questa situazione sono probabilmente un po’ banali:

    • cercare di scegliere una struttura di cui fidarsi;
    • gestire il tempo dell’inserimento con calma e senza forzature né per il bimbo, né per il genitore;
    • non crearsi aspettative di alcun tipo (ad esempio “il mio bambino è molto socievole: non avrà alcun problema” vs. “per quanto è timido so già che sarà una faticata”);
    • accettare quello che arriva senza prenderlo con disperazione o, al contrario, troppo di petto (ad esempio se il bambino piange è bene evitare di pensare che “non ce la faremo mai”);
    • cercare di capire il significato delle situazioni e delle reazioni individuali (ad esempio se il bambino piange è bene capire se davvero è un bisogno di un po’ di sicurezza in più o se è una sorta di “saluto” per far capire ai genitori che gli mancheranno in mancanza delle parole con cui dirlo, al quale è bene reagire senza drammi);
    • tenere conto che i bambini tarano le proprie reazioni emotive su quelle degli adulti, quindi se non sentono che l’ambiente è sereno e preparato, difficilmente potranno esserlo a loro volta;
    • farsi aiutare dalle educatrici e/o da un professionista nel caso in cui l’inserimento diventi una vera e propria battaglia, con evidenti segni di sofferenza nel bambino o con una grande fatica da parte del genitore, senza attendere che la situazione si irrigidisca eccessivamente (non è sempre vero che “il tempo sistema le cose”).

    Ma a parte queste dritte, un validissimo aiuto può esserci dato dalla letteratura per l’infanzia, che conta alcuni veri e propri capolavori che possono sostenere bambini e genitori nella comprensione e nella gestione del distacco e della progressiva separazione. Di seguito ne elencherò alcuni, fermo restando che sicuramente la lista non si esaurisce qui (ce ne sono un paio anche per la “crisi da inizio elementari”):

    • Zeb e la scorta di baci – G. Michel zeb
    • I tre piccoli gufi – M. Waddel, P. Benson gufi
    • No, no e poi no – M. D’Allancé no
    • A più tardi – J. Ashbe tardi
    • Quando arriva la mia mamma? – C. Gobbo, C. Paglia mamma
    • La scuola di Leo, scuola materna – S. Bloch leo
    • Pronta per la scuola – U. Bucher, Z. Gursel (dai 5 anni) pronta
    • Non voglio andare a scuola – S. Blake (dai 5 anni) non-voglio

    Utilizzare i libri per affrontare e facilitare i passaggi e i momenti un pochino più difficili e particolari della vita, oltre a dare un aiuto ai genitori che magari a volte si trovano a corto di parole o più emozionati ancora dei bambini, è una buona idea per favorire l’amore per la lettura, l’interesse per le storie e la voglia di avvicinarsi positivamente e in modo propositivo alla letteratura (oltre che, naturalmente, stimolare la curiosità e la fantasia).

    Direi, due piccioni con una fava! libri_piu_letti_del_mondo

     

     

    E allora, buon inizio di questa fantastica avventura alla conquista del mondo che c’è là fuori e… buona lettura!

     

     

     

    Dott.ssa Giulia Schena

    Scuola: a ognuno la sua sfida!!!

    È settembre.

    C’è uno scricciolino di un anno o poco meno che, in braccio alla sua mamma, varca il cancello di una casa graaande grande, con tanti bimbi dentro.
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    In poco tempo dovrà imparare che la sua mamma può andare via per un po’, ma poi torna e gli vuole bene quanto e più di prima.

    C’è una bambinetta di tre anni suppergiù con un grembiulino rosa e una borsina con su ricamato il suo nome, che, per mano al suo papà, entra nell’atrio di uno strano edificio, con i disegni alle pareti e, anche qui, tanti bimbi dentro.
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    In poco tempo dovrà imparare che si sta bene con i propri compagni, che si possono fare tanti giochi e imparare tante cose e che, comunque vada, alla sera si torna a casa con mamma e papà e si può raccontare tutto tuttissimo, senza temere che nel frattempo loro l’abbiano dimenticata.

    C’è un signorino di sei anni, all’incirca, che indossa un grembiule blu, uguale a tutti i suoi compagni, e uno zainone più grande di lui, che accanto alla sua mamma o al suo papà, entra in una strana stanza, piena di banchetti tutti vicini e con una grande lavagna attaccata alla parete, e con pochi disegni e pochi giocattoli colorati nei dintorni; anche qui, però, ci sono tanti bimbi dentro.
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    In poco tempo dovrà imparare che bisogna stare composti, che c’è un tempo per giocare e uno per stare attenti alla lezione, che anche se a volte è noioso e faticoso, imparare cose nuove è una cosa bella, perché poi si può esplorare meglio il mondo, confrontarsi con gli amici, e non farsi prendere per il naso da chi racconta cose che non hanno granché senso. E anche per lui, in ogni caso, torneranno i genitori, e potrà condividere con loro quello che ha imparato, a volte anche insegnare loro qualcosa… E dovrà combattere per i compiti e litigare per qualche brutto voto, ma comunque questo non minerà l’affetto dentro la loro relazione.

    C’è una ragazzetta, di undici anni o giù di lì, che ormai si sente grande, vestita alla moda (o almeno spera), con uno zaino figo (o almeno spera), che lascia chi l’ha accompagnata sul cancello (o meglio ancora “resta in macchina, che non ti vedano, vah”) e fingendo un passo sicuro (quando in realtà le tremano le gambe) entra in questo stabile un poco austero, cercando con gli occhi un viso conosciuto, per poter condividere quest’ansia e quest’emozione di partire con una nuova avventura.
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    In poco tempo dovrà imparare che gli insegnanti possono essere impietosi e fastidiosi e noiosi e pedanti, ma che è importante saper trattenere la propria esuberanza, riuscire ad essere seri almeno un po’, impegnarsi in quello che si fa per ottenere dei risultati. E dovrà imparare, ancora più di prima, che con i compagni non è sempre facile andare d’accordo, che è bello essere accettati, ma anche essere sé stessi, che i primi amori possono sfiorire e che “i grandi” non sono il nemico.
    Poi anche lei tornerà a casa, e forse non avrà molta voglia di parlare coi genitori, si chiuderà in camera dietro al muro dei suoi auricolari, magari risponderà male quando le chiederanno come va… Ma, in fondo in fondo, saprà di avere ancora bisogno di loro, se solo loro sapranno stare al loro posto e concederle il tempo e lo spazio per diventare grande, e per sbagliare anche.

    C’è un ragazzone, di pressapoco quattordici anni, cresciuto tutto d’un colpo nell’ultima estate, che si trascina svogliato fino alla fermata del bus, con il suo zaino un po’ strappato e un po’ “decorato” dalle scritte con l’indelebile nero o con gli uniposca. I suoi li ha salutati, forse, uscendo di casa con un grugno o con un “ciao mà, ciao pà”. Sta andando in questo nuovo istituto, che in teoria si è scelto lui, ma vallo a capire se era davvero quello che voleva, e si prepara a tanti adulti che gli vorranno inculcare in testa idee mentre lui lo sa già come va il mondo e mica lo possono pigliare per il c*lo.
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    Ma dovrà imparare, possibilmente in poco tempo, ma l’importante sarebbe impararlo, che non ha sempre ragione lui e che a volte il confronto con chi la pensa diversamente è costruttivo; dovrà imparare che la vita è anche fatica e sbattimento, ma tutto sommato ne vale la pena. E, probabilmente, sarà più facile impararlo se in tutte le tappe precedenti è stato fatto un buon lavoro.
    E anche per lui, comunque vada, a casa ci saranno due loschi figuri ad aspettarlo, coi quali non farà altro che discutere e litigare, coi quali ogni confronto sarà uno scontro, coi quali ci sarà tanto da tirare la corda, ma se ognuno farà la propria parte rimarrà sempre la possibilità di sostenersi l’un l’altro.

    E ci sono, poi, dietro a tutte queste creature, dei genitori, delle mamme e dei papà, che ad ogni nuova avventura tremano un po’. Un po’ per la paura che qualcosa possa non andare nel verso giusto, un po’ per la gioia di vedere i loro bambini diventare man mano grandi, un po’ per la nostalgia di pensarli quando erano piccini e non avevano bisogno d’altro se non di loro.
    Ecco, credo che l’avventura della scuola, di ogni ordine e grado, sia un’avventura soprattutto per i genitori. Sono loro, per primi, che devono riuscire a gestire questi passaggi a uno a uno, con la giusta dose di presenza e la giusta dose di aspettativa; facendo arrivare ai figli sia la propria disponibilità in caso di bisogno, che la voglia di lasciarli crescere autonomi, secondo le loro capacità ed inclinazioni; facendo capire ai figli che hanno fiducia nella scuola e fiducia in loro, che non si aspettano che siano perfetti e che l’importante è dare il massimo, indipendentemente da quello che si ottiene.
    Per i genitori di bambini piccoli la parte più difficile è sicuramente “lasciarli andare”, accettare che staranno bene anche lontani da sé, concedere loro la propria sicurezza, per stimolare la loro. Solo così i bimbi potranno lanciarsi serenamente alla scoperta di questo nuovo mondo.
    Per i genitori di ragazzi più grandi, invece, la parte più difficile è “lasciare che tornino”, diversi, cambiati, testardi, autonomi, con le loro idee e il loro modo di fare, evitando le lotte di potere perché siano proprio come li si vorrebbe.
    Solo così loro potranno permettersi la loro parte di sana ribellione, senza perdere il confine sicuro (seppur sempre più ampio) che il contesto familiare può fornire.

    E allora, con calma e buona volontà, buon inizio scuola a tutti quanti!
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    Dott.ssa Giulia Schena

    Valorizzare la diversità, perché tutti possano dare il meglio.

    Sei down; sei autistico; sei dislessico; imagesei iperattivo; sei disattento; sei in ritardo; sei troppo magro; sei troppo grasso; sei depresso; sei scemo; sei un incapace; sei un bullo; sei un pappamolla; sei malato; non sei normale; non vali nulla; se vai avanti così, non arriverai da nessuna parte; devi cambiare per migliorare; chi vuoi che ti apprezzi se sei così?; non ti impegni abbastanza; non capisci nulla; non fai mai le cose nel modo giusto; con te, è tempo perso.
    È inutile, non cambierai mai.

    Verdetti. Etichette. Giudizi.
    Nessun consiglio, nessun apprezzamento, nessuna riflessione su come e perché tu sia così.
    Nessuna idea su che cosa tu possa fare con le tue capacità, con le tue modalità, con le tue potenzialità.
    Solo una richiesta: normalizzarti. Oppure un destino che sembra ineluttabile: fallire.

    Ecco come oggi, troppo spesso, si concepisce la diversità. Ecco quello che oggi, troppo spesso, si chiede a bambini e ragazzi, in modo particolare se hanno qualche difficoltà ad adeguarsi al modello dominante (notare bene, non più giusto, non più funzionale, semplicemente, dominante).

    Fior fiore di professionisti si propongono e si impegnano a valutare, modificare, potenziare, inculcare e, soprattutto, riabilitare.
    Nessuno (o per lo meno ancora troppo pochi) che si ponga il problema di comprendere, esprimere, aggirare, comunicare e, soprattutto, valorizzare.
    C’è un abisso tra il curare e il prendersi cura, ma questa cosa passa troppo spesso inosservata.

    Giorno dopo giorno conosco e ho a che fare con bambini e ragazzi che hanno gettato la spugna e che non ci credono più; ho a che fare con genitori disperati, nel vero senso della parola, ossia che manca di speranza.
    Quando va bene genitori e figli lottano insieme per essere riconosciuti, in una battaglia ad armi impari che svilisce e porta via tempo ed energie.
    Quando non sono così fortunati da aver incontrato qualcuno che abbia dato un minimo di prospettiva e un minimo di consapevolezza sul valore della diversità, spesso queste famiglie si arrendono all’idea che sia impossibile ottenere qualcosa, che questo figlio è venuto fuori proprio male, che questo genitore non sarà mai in grado di capire.

    È chiaro come questa modalità impedisca il fiorire di abilità, magari non in linea con i “programmi ministeriali” e con il “normale” svolgimento delle cose, ma abilità che creano possibilità, apprendimento, miglioramento.
    Il miglioramento nella conoscenza di alcune situazioni neuro-atipiche dovrebbe aver instillato in tutti quanti (e specialmente in quelli che si occupano di educazione) la consapevolezza che non siamo tutti uguali, che anche i meccanismi di pensiero e di ragionamento variano da persona a persona, in maniera funzionale e non (come si è soliti pensare) disfunzionale.
    E invece nulla (o gran poco) è cambiato, e ancora si mettono i bambini “diversi” in disparte, sottolineando le loro mancanze molto più delle loro capacità.
    E tutto questo non danneggia solo i bambini “con difficoltà” (se proprio vogliamo chiamarle così), ma anche i loro coetanei che non possono godere di un sano confronto e di un arricchimento reciproci.

    Non sarebbe bello mettere l’amore per l’apprendimento, la curiosità tipica dei bambini e la voglia di sapere davanti alla paura di un brutto voto o alla necessità di sentirsi comparati gli uni agli altri? Non sarebbe bello se ognuno potesse dare, semplicemente, il meglio di sé?
    E, badate bene, questo non significa che non ci siano i voti e valutazioni, quanto piuttosto che non siano al prima posto.
    I voti servono: servono per capire a che punto sono nel mio percorso, cosa posso migliorare, quanto sono migliorato. Quello che non serve è il costante confronto con gli altri, la valutazione della persona in base al voto, l’idea che il voto denoti il valore della persona. Il voto dovrebbe essere tarato sulle capacità e sul punto di partenza di ciascuno e poi segreto agli altri. Così anche prendere un brutto voto o pensare a raggiungere un bel voto non sarebbe più un patema, bensì la voglia di migliorarsi e di imparare meglio.
    Inoltre le modalità di apprendimento di ognuno potrebbero essere messe in campo senza sentirsi strani, inadeguati, diversi.

    Non dimentichiamo che anche da quello che può sembrare “inadeguato” possono saltare fuori possibilità inaspettate, se si fa loro spazio.
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    Valorizzare la diversità, valorizzare le abilità individuali, valorizzare le potenzialità… Ecco come dare una mano a tutti a sentirsi all’altezza, a realizzarsi, a dare il meglio di sé.

    Dott.ssa Giulia Schena

    Aiuto! É ora dei compiti! – Come aiutare i figli, senza impazzire.

    Dal momento in cui i figli cominciano ad andare a scuola, comincia nelle famiglie un vero e proprio incubo: dover fare i compiti.
    Anzi, spesso è un argomento talmente preoccupante che emerge nei discorsi già ben prima dell’inizio del ciclo scolastico; non è strano sentire indirizzare a bambini di tre, quattro o cinque anni frasi come: “eeeh, ma vedrai quando andrai a scuola e dovrai fare i compiti…” oppure “goditela adesso che puoi giocare tutto il giorno, poi ci saranno i compiti”. Così come non è strano sentire genitori di nanerottoli alti quanto un soldo di cacio andare già nel panico al pensiero dei compiti: “non so come farà quando andrà a scuola, è così vivace…” oppure “mammamia, come farò a insegnargli i compiti?! Sarà dura!!”.

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    Insomma, quello dei compiti, è un tema che acquisisce ben presto una certa centralità nelle vite delle famiglie con bambini. È, inoltre, un tema che implica fatica, arrabbiature e litigi.

    Ma è possibile vivere un po’ meglio questo momento? Sicuramente, se non altro, è auspicabile, perché gli scontri e le frustrazioni che derivano dall’affrontare gli esercizi che vengono assegnati per casa rischiano di essere motivo di conflitto tra genitori e figli e motivo di svalutazione delle abilità dei bambini.

    Un primo, grande, problema del fare i compiti è che, nella maggior parte dei casi, è una lotta contro il tempo.
    Attualmente la vita delle famiglie, così come quella dei bambini e dei ragazzi, è scandita da ritmi ben precisi, da impegni di ogni tipo e da orari da rispettare. All’interno di questa realtà, spesso, i compiti sono vissuti come un impedimento, un surplus, un obbligo da affrontare il più velocemente possibile per potersi togliere il pensiero.
    È chiaro che, partendo da questo presupposto, sia inevitabile che i bambini non possano affrontare serenamente un momento che dovrebbe invece essere di approfondimento e di apprendimento.

    Ed ecco un secondo punto problematico: nella maggior parte dei casi nessuno ha ben chiaro il significato dello svolgimento dei compiti a casa. Nemmeno i docenti, spesso, riescono a concepire i compiti così come avrebbero un senso, ossia considerando il loro ruolo educativo e la possibilità che offrono di approfondire argomenti già toccati in classe.
    Troppo spesso, invece, i compiti sono utilizzati come una punizione, un’imposizione o, peggio, un recupero di quanto non si è riusciti a fare a scuola.
    Solo riconoscendo, per primi come adulti, un ruolo funzionale e proattivo ai compiti, sarà possibile trasmettere anche ai bambini l’interesse per il loro svolgimento… E magari anche dare loro uno spazio e un tempo adeguati.

    Ed eccoci ad un terzo problema per quanto riguarda lo svolgimento dei compiti e la possibilità di farlo con serenità: la completa mancanza di una routine del compiti.
    Per fare sì che il momento dei compiti sia per i bambini un momento gestibile e non fonte di preoccupazione e agitazione, sarebbe importante che esso fosse il più possibile organizzato.
    L’organizzazione permetterebbe innanzitutto di avere un’aspettativa realistica su quanto si deve fare e potrebbe essere un buon modo per evitare lo scontro iniziale.
    Ma cosa significa avere una routine dei compiti?
    In sintesi essa potrebbe essere così descritta:
    1) Mettere in ordine: lo spazio e il tempo devono essere organizzati; non ci devono essere distrazioni inutili, ma tutti gli strumenti necessari (quaderni, penne, matite, fogli, libri…) devono essere a disposizione (così non c’è bisogno di interrompersi per recuperarli); il tempo a disposizione deve essere predisposto, scandendo anche eventuali pause (l’organizzazione del tempo deve essere il più possibile chiara soprattutto con i bambini più piccoli, così non ci sarà bisogno di recriminazioni o richieste inadeguate… Crescendo i ragazzi sapranno introiettare le modalità organizzative).
    2) Fare i compiti: controllando ciò che c’è da fare è bene operare una suddivisione delle materie (ad esempio più facile o più difficile, oppure più veloce o più impegnativa…) per definire con che ordine procedere, di modo da non caricare né troppo né troppo poco le diverse fasi del lavoro.
    3) Studiare. Quest’ultima fase è di certo la più spinosa, perché non è facile e nemmeno immediato trovare il metodo di studio più adatto a ciascuno. I primi anni di scuola sono certamente utili per sperimentare (anche divertendosi) diverse modalità di studio, evitando di imporre quella che si pensa essere la più adeguata (perché magari è adeguata per uno, ma non per un altro).

    Per affrontare il momento dei compiti in maniera serena è importante anche attivare una riflessione su alcuni punti: ad esempio, come genitori, siamo in grado di essere realisti sulle reali abilità e difficoltà dei nostri bambini? E siamo in grado di avere uno sguardo attento e non giudicante su quelle che possono essere le modalità più congeniali per loro? E, soprattutto, siamo in grado di non sostituirci (magari solo per fare più in fretta) e di evitare di criticare a priori le modalità attuate e scelte dal bambino?
    Il punto di partenza per svolgere i compiti senza troppi intoppi è, probabilmente, la cooperazione.
    Cooperazione tra genitori e scuola (senza giudizi, prevaricazioni, timori)
    Cooperazione tra bambini e insegnanti (con la possibilità di accettare ogni bambino per quello che è e per quello che può e sa dare).
    Cooperazione tra bambini e genitori (senza investirli di aspettative esagerate o disinvestire completamente sulle loro possibilità).
    Solo se il clima è di collaborazione e di fiducia reciproca tra tutti sarà possibile procedere tranquillamente, confrontandosi senza scontrarsi anche quando qualcosa non funziona.

    Sarebbe davvero importante se gli adulti, quando si tratta di insegnare/imparare e di fare i compiti, fossero in grado di:
    – Accettare che il bambino sviluppi progressivamente le sue abilità, senza nascondere gli errori e senza pretendere un ritmo più incalzante di quanto sia per lui fattibile;
    – Non arrabbiarsi e creare un campo di scontro nel momento dei compiti, che ben presto si trasforma così in una lotta di potere;
    – Formulare le proprie osservazioni senza urlare e senza far passare giudizi di stima e messaggi di incapacità, quanto piuttosto mostrando comprensione per le difficoltà e fiducia nelle possibilità.

    Se si riesce a vivere tutti quanti (insegnanti, genitori e bambini/ragazzi) i compiti come un momento in cui è possibile confrontarsi, approfondire, creare un’atmosfera di ascolto e comprensione, allora essi non saranno più un cruccio.

    E allora, come ultimo punto (ultimo, ma non per importanza), torniamo a quanto detto all’inizio: se fin da molto piccoli i bambini sentono descrivere i compiti come un momento di stress e difficoltà, non possono fare altro che viverlo così; e se i genitori si fasciano la testa prima di averla battuta, vale altrettanto.
    Cominciamo a pensare con serenità ai compiti e questi ci restituiranno il favore.
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    Dott.ssa Giulia Schena