“Mangi o non mangi? Ti prego, mangia!” – Genitori alle prese con l’alimentazione dei figli

Quello dell’alimentazione è uno dei temi scottanti della genitorialità. Il bimbo non fa in tempo ad essere nato che già comincia l’inquisizione:

“Mangia? Ma quanto mangia?”, “Ma gli hai dato da mangiare?”, “Guarda che piange, ha fame.. Hai poco latte”, “Guarda che è troppo ciccione, mangia troppo”..

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E con una partenza di questo tipo non stupisce che spesso e (mal)volentieri il momento del pasto sia qualcosa che mette tutta la famiglia sul chi va là, creando così non pochi problemi.

Nella maggioranza dei casi i problemi sono di origine transitoria e non compromettono la crescita e la serenità dei bambini (cliccando qui , in ogni caso, potete trovare la spiegazione dei principali disturbi dell’alimentazione in età evolutiva).

Ciò che rischia di irrigidire o rendere davvero difficoltosa la relazione dei bambini con il cibo, di fatto, sono proprio le ansie e l’eccessiva apprensione dei genitori e la conseguente gestione inadeguata del momento del pasto: una normale inclinazione o una fase di sviluppo del bimbo può così trasformarsi in un reale disturbo.

Ma quale potrebbe essere una gestione funzionale della sfera alimentare dei bambini? 

  • Qualche nozione:
  1. Prima di allarmarsi/innervosirsi/insistere di fronte ad un bambino che non mangia o che mangia poco, assicurarsi che non vi siano problemi medici alla base di questo comportamento: un mal di gola, un’otite, un po’ di nausea possono essere motivo di rifiuto alimentare.. Ma se i genitori ne fanno una tragedia invece che risolversi con il recupero della salute, il comportamento potrebbe diventare strutturato e persistente. 
  2. Attenzione all’ipersensibilità sensoriale: alcuni bambini possono faticare ad accettare cibi di una certa consistenza o di una certa temperatura (troppo caldi/troppo freddi) a causa della presenza di una sensibilità tattile  più spiccata.. Eventualmente basta evitare tali consistenze senza irrigidirsi su pretese che creano dissapori, scontri e incomprensioni.
  3. Tra i 18 e i 20 mesi di vita inizia una fase definita “neofobia“: da quel momento fino ai 3-5 anni i bambini possono essere restii ad accettare cibi sconosciuti o presentati loro in forme sconosciute (ad esempio l’uovo sodo a bambini abituati a mangiare l’uovo strapazzato).. Questa è una fase adattiva, che nell’ambito della sopravvivenza della specie ha il significato di proteggere i piccoli da alimenti potenzialmente velenosi. Nulla di preoccupante, quindi: basterà continuare a presentare loro i cibi “incriminati” senza imposizioni e senza drammi.. Piano piano acquisiranno fiducia.
  • Qualche dritta:
  1. I primi a cambiare dobbiamo essere noi: i bambini seguono l’esempio degli adulti dei quali si fidano e ai quali si affidano.. Una buona educazione alimentare parte dalle abitudini familiari: per questo mangiare tutti insieme, condividere gli stessi alimenti e rendere positivo il momento del pasto, è il primo passo per vivere con serenità l’alimentazione.
  2. Il cibo non va usato come strumento di potere: è bene che non divenga né un ricatto (“se mangi tutto ti compro il giocattolo”, “se non mangi non puoi guardare la TV”), né un’intimidazione (“se non mangi arriva il lupo…!”). Inoltre è importante che non si mescolino aspetti affettivi ed educativi legati all’alimentazione (“se non mangi la mamma piange”, “i bambini bravi mangiano tutto”).
  3. Come in tutto il resto, non c’è un modo giusto o un modo sbagliato di educare i bambini al momento del pasto: ogni famiglia può decidere le proprie regole purché siano chiare, condivise e, soprattutto, che tengano conto delle capacità e delle possibilità dei propri bambini a seconda della loro età (ad esempio è fuori luogo aspettarsi che un bambino di due anni stia seduto composto a tavola senza sporcarsi e facendo beatamente conversazione per più di 15 minuti). Mamma e papà hanno, anche in questo ambito, l’importante ruolo di gestire la situazione, decidendo insieme e sostenendosi a vicenda (e quindi chi si sente più sereno nella gestione dell’alimentazione, è bene si faccia avanti nel dirimere le piccole o grandi tragedie che si possono instaurare a causa delle apprensioni dell’altro, senza criticarlo o giudicarlo: ognuno fa il meglio che può e se si è in due, un motivo c’è). In ogni caso ricordate che concedere tutto e non concedere niente si equivalgono e sono entrambi, a modo loro, comportamenti che creano confusione e che non permettono di far emergere i confini sicuri di cui i bambini hanno tanto bisogno.
  4. Essere genitori che danno fiducia al proprio bambino e al suo istinto, gli permetterà di gestire l’alimentazione in maniera serena, con la naturalezza tipica di tutti i bisogni primari: a meno che non ci siano motivi collaterali, biologici o emotivi, che gli impediscono di farlo, ogni bambino sa regolarsi in maniera autonoma, soprattutto se sente intorno a sé un ambiente che lo sostiene e crede in questa sua innata capacità.
  5. Mettetevi in ascolto del vostro bambino: se le sue abitudini alimentari cambiano, cercate di capire se vi sta comunicando un disagio o se è cambiato qualcosa nella sua vita. Il benessere emotivo ha un grande peso sui comportamenti dei bambini ed è importante tenerne conto, cercando di accogliere le emozioni piuttosto che impuntarsi o evitarle.

Un ultimo, importante, consiglio è quello di vivere in maniera più serena possibile il momento del pasto e non far mai venir meno l’aspetto conviviale dello stare a tavola insieme e del condividere il cibo (quindi, ad esempio, meglio chiacchierare e fare un po’ di caos mentre si mangia, piuttosto che ipnotizzarsi davanti alla TV).

Dott.ssa Giulia Schena

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I Disturbi dell’Alimentazione in età evolutiva: quali sono e come riconoscerli

Spesso l’alimentazione è un tasto dolente per i genitori, ma solo in rari casi la difficoltà a gestire il momento del pasto diventa un vero e proprio disturbo: solo quando il comportamento alimentare e la relazione che vi fa da sfondo non riescono a trovare una regolazione sufficientemente equilibrata, si rischia di veder trasformare semplici idiosincrasie in comportamenti rigidi e strutturati in reali patologie. È importante conoscere questi disturbi, per riconoscerli precocemente e, quindi, per farsene carico quanto prima. ATTENZIONE PERÒ a non farsi prendere dal panico: il confine tra situazione “normale” e “patologica” si definisce facendo attenzione all’intensità del comportamento, alla sua durata nel tempo e alle conseguenze sullo sviluppo (carenze nutrizionali, condizione di sottopeso o sovrappeso, marcata interferenza nel rapporto psicosociale).

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La prima distinzione relativamente ai disturbi alimentari è legata all’età di comparizione: prima dei 3 anni si parla di disturbi della nutrizione, solo successivamente di disturbi dell’alimentazione. In breve ecco un excursus dei principali disturbi:

  • Disturbi della nutrizione

Sono disturbi legati alla difficoltà del bambino ad avere regolarità nei pattern di alimentazione, collegati agli stati di fame e sazietà; in genere l’acquisizione di questa capacità di autoregolazione è collegata con la capacità di chi si prende cura del bambino di sintonizzarsi sui suoi bisogni e sulle sue caratteristiche fisiologiche.

1. Disturbo Alimentare dell’Autoregolazione

Il bambino non riesce a rimanere sufficientemente sveglio e/o sufficientemente calmo per essere alimentato. Si riconosce perché il bambino non aumenta di peso o presenta una perdita ponderale.

2. Disturbo Alimentare della Reciprocità tra Caregiver e Infante

I segnali evolutivi di reciprocità sociale tra bimbo e caregiver sono assenti o carenti, e impediscono una normale crescita del bambino. Mancano, in altre parole, il contatto visivo, i sorrisi, le vocalizzazioni durante l’alimentazione, che rendono relazionale il momento del pasto. Questi disturbi sono scollegati da problemi fisici o da un disturbo pervasivo dello sviluppo.

3. Anoressia Infantile

Il bimbo non è interessato al cibo e all’alimentazione, quindi si rifiuta di mangiare a sufficienza per almeno un mese, provocando uno stato di malnutrizione e perdita di peso.

4. Avversione Sensoriale per il Cibo

Il bambino si rifiuta di mangiare particolari cibi che presentano peculiari caratteristiche come sapore, odore, colore, consistenza, mostrando smorfie di disgusto e non riuscendo a masticare o deglutire.

  • Disturbi dell’alimentazione

1. Anoressia nervosa

A causa della preoccupazione per la forma o il peso del proprio corpo, il bambino tenta di dimagrire o non ingrassare evitando di mangiare o mangiando solo una quantità e una tipologia molto ristretta di alimenti.

2. Bulimia Nervosa

Ha caratteristiche simili all’anoressia, ma ad essa si aggiunge la perdita di controllo verso il cibo con conseguenti abbuffate e poi messa in atto di comportamenti per espellerlo (es. vomito)

3. Disturbo Emozionale con evitamento del Cibo

Il bambino non mangia non tanto per dimagrire, quanto perché è incastrato in uno stato emotivo che esprime attraverso il corpo; spesso il bambino soffre di ansia o depressione.

4. Alimentazione Selettiva

Il bambino selettivo presenta un peso ed un’altezza adeguati all’età e non presenta preoccupazioni per il peso o la forma del corpo, ma si alimenta di pochi tipi di cibi (5-6) rifiutando in modo selettivo quelli con determinate caratteristiche sensoriali come il gusto, l’odore o il colore. Questo problema con il cibo potrebbe interferire con la qualità della socialità con i pari in particolare in occasione di feste di compleanno, gite scolastiche e/o cene di classe.

5. Rifiuto del Cibo

A causa di un disagio emotivo, il bambino rifiuta di mangiare in specifiche situazioni (per esempio a scuola) o in presenza di determinate persone.

6. Paura o Fobia Specifica con evitamento del cibo

Il bambino con questo disturbo ha paura di deglutire o di soffocare e per questo evita certi tipi di cibi. Spesso vi è un evento che lo ha scatenato (vomito, rischio soffocamento, abuso, allergia). Quando la paura di magiare è forte il bambino perde peso visibilmente.

SE SIETE PREOCCUPATI PER L’ALIMENTAZIONE DEL VOSTRO BAMBINO, O PER UNO STATO EMOTIVO CHE LO RENDE INAPPETENTE O, AL CONTRARIO, IPERFAGICO.. NON ASPETTATE TROPPO. CHIEDETE UN CONSULTO AD UNO SPECIALISTA CHE VI AIUTI A CAPIRE SE LA SITUAZIONE SIA VERAMENTE PREOCCUPANTE ED, EVENTUALMENTE, COME GESTIRLA.

Dott.ssa Giulia Schena

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Decalogo anti-bullismo

La scuola è ricominciata da un po’, sono ricominciate le attività extra-scolastiche, sono ricominciati i vari corsi e percorsi e puntualissimi sono ricominciati anche i piccoli e grandi atti di bullismo tra bambini e ragazzi e le piccole e grandi preoccupazioni dei genitori su come gestirli.

Gestire le relazioni tra pari e comprendere quando davvero sia necessario l’intervento di un adulto, non è cosa da poco. E soprattutto non è cosa che ha un metodo fisso e sicuro alle spalle, poiché ogni caso è differente dagli altri, ogni bambino ha i suoi punti deboli, ogni situazione può deragliare in seguito a evenienze diverse.

Nonostante ciò, ci sono alcuni piccoli accorgimenti che si possono tenere in considerazione dapprima per evitare di far sì che il proprio figlio si comporti da bullo e che diventi una vittima, oppure quando si ha il sentore che a scuola (o nello sport) stia avvenendo tra i nostri figli e i loro compagni qualcosa che crea un clima negativo.

PRIMA: PER EVITARE CHE IL PROPRIO FIGLIO DIVENTI UN BULLO O UNA VITTIMA

  1. Dare ai propri figli strumenti per comprendere, gestire e comunicare ciò che avviene e ciò che provano : l’educazione emotiva e affettiva è uno dei più potenti mezzi di protezione dei nostri bambini.. Se sono in grado di riconoscere le loro emozioni, non hanno bisogno di esternarle in maniera inadeguata (vale sia per i bulli, che magari hanno rabbia o senso di inadeguatezza inespressi e li manifestano con dispetti o menando le mani, che per le vittime, che magari provano vergogna o solitudine e si chiudono in sé stessi o mettono in atto modalità regressive).
  2. Favorire i momenti di confronto e di rispecchiamento emotivo tra bambini/ragazzi : l’empatia e la comprensione dell’altro sono in certa misura innate (basti pensare all’esistenza dei neuroni specchio…), ma è necessario potenziarle per dare loro la giusta rilevanza e per aiutare i bambini a comprenderne l’importanza e le modalità di utilizzo. Proporre ai bambini momenti di ascolto reciproco o giochi di rispecchiamento permette loro di mettersi nei panni dell’altro e di avere un “vocabolario emotivo” sufficiente per gestire momenti difficili. Si possono proporre alle insegnanti laboratori sulle emozioni o coinvolgere i bambini in giochi che riguardino la consapevolezza emotiva nei pomeriggi che trascorrono insieme.. Parlare di emozioni può essere molto divertente!
  3. Evitare di etichettare il proprio bambino o i suoi compagni : se un bambino è “quello timido” o “quello aggressivo” o “quello che ne combina sempre una”, non potrà fare altro che adeguarsi a ciò che tutti gli dicono che sia. Vi sembra che il vostro bambino sia un pochino introverso? Cominciate a focalizzarvi su tutte le volte che lo è un po’ meno (anche solo poco poco poco) e fateglielo notare. Allo stesso modo fate per i suoi compagni: vi racconta spesso di quel compagnetto dispettoso? Cercate insieme a lui qualche dettaglio che dimostra il contrario, così che la prospettiva possa allargarsi ed essere più realistica.

DURANTE: QUANDO SI HA IL DUBBIO CHE SI STIANO INSTAURANDO DINAMICHE RELAZIONALI INADEGUATE O DISFUNZIONALI

  1. Non intervenire “a gamba tesa” nelle relazioni tra pari : evitare di dare al 100% ragione o torto a ciascun bambino, aiuterà ognuno a prendersi la sua parte di colpa o a riflettere sul fatto di avere anche lati positivi (e poterli implementare!). Invece di risolvere le situazioni spiacevoli al posto loro, è importante lasciare che i bambini le sbrighino in autonomia, sentendo di avere fiducia da parte degli adulti e sentendo di poter contare su di loro per consigli o suggerimenti sulle modalità da mettere in atto.
  2. Evitare di sminuire le situazioni o le emozioni : dire a un bambino affranto o impaurito “non piangere”, “non ci pensare”,  o “non serve a niente lamentarsi” non fa altro che peggiorare la situazione perché oltre al resto si sentirà incompreso o inadeguato o incapace di gestire qualcosa che agli altri sembra banale. Dire ad un bambino arrabbiato o frustrato “non puoi essere sempre tu che combini disastri”, “spero che la maestra non abbia qualcosa da dirmi anche oggi” o “vedi di finirla o nessuno ti vorrà più bene” non può essergli d’aiuto a gestire meglio la sua rabbia. Ascoltare, accogliere, cercare di comprendere (senza commentare/denigrare) aiuta i bambini a sentire di avere gli strumenti per far fronte alla situazione difficile.
  3. Non fomentare i litigi : a volte ci sembra proprio impossibile non dire ai nostri bambini “beh se ti picchia, picchialo pure tu”, ma questo non è una soluzione per niente. Infatti non solo non si risolverà il litigio, che anzi aumenterà di proporzione, ma metterà anche i bambini in confusione su cosa sia lecito fare e cosa no. Se io sono triste perché un bambino mi ha fatto un dispetto e i miei genitori mi dicono di fare altrettanto, non mi sento capito nella mia tristezza, non mi sento adeguato nel mio istinto di non rispondere a tono, e non riesco a capire quando sia giusto questo atteggiamento e quando no (d’altronde “non si picchia” e “non ci si prende in giro” sono regole base.. Ma se sono così derogabili, che sicurezza mi danno?)

DOPO: QUANDO SI SA CHE È AVVENUTO UN EPISODIO DI BULLISMO

  1. Denigrare apertamente e completamente il gesto, ma non farlo con la persona che l’ha compiuto : se si collega in maniera indissolubile quello che è stato fatto a quello che è la persona che l’ha fatto, sarà molto difficile aiutare quel bambino a cambiare.. E questo non va solo a discapito del “bullo”, ma anche di tutti quelli che gli stanno intorno: se lui rimane “il bullo” di riflesso ci saranno sempre delle “vittime”.
  2. Allearsi tra adulti di riferimento e non creare fazioni : come genitori può essere molto difficile non puntare il dito contro il bambino che ha fatto un dispetto a nostro figlio e, ancora di più, contro i suoi genitori. Ma quando si sta per farlo sarebbe bene fermarsi un secondo e mettersi nei panni di quei genitori: “cosa farei io se fosse stato mio figlio a combinare questa cosa e tutti dicessero che è colpa mia?”.  Di fronte ad atti di bullismo la buona prassi non dovrebbe essere trovare di chi sia la colpa (anche perché in genere non c’è mai una sola colpa o un solo fattore causale), quanto piuttosto scardinare la dinamica negativa che si è creata. Se anche tra adulti cominciamo a litigare o a incolparci, l’esempio che diamo non è esattamente quello che vorremmo che arrivasse ai nostri figli.
  3. Creare le condizioni affinché il “bullo” ripari al proprio errore, piuttosto che venga punito : togliere giocattoli o privilegi, mettere in disparte, estromettere dalle attività comunitarie non insegnerà al bambino ad essere più empatico e non gli insegnerà a relazionarsi con gli altri; inoltre non farà sentire meglio il bambino “vittima”. Piuttosto farà sentire il “bullo” arrabbiato, incompreso e giudicato e la “vittima” vendicativa, ma pur sempre offesa. Si può invece trovare il modo affinché chi ha provocato una sofferenza cerchi di comprenderla, si metta al livello del bambino che ha offeso, si trovi a dover riflettere sulle emozioni altrui.
  4. Se il bullo e/o la vittima dimostrano di è provare disagio o di vivere male questa situazione, meglio non sorvolare ma farsene carico : verbalizzare ciò che si percepisce, cercare un dialogo o cercare il supporto di un esperto o una persona esterna alla situazione che possa essere d’aiuto a rivedere i significati implicati nella situazione e le emozioni che ne sono derivate.. Anche la situazione peggiore ha la potenzialità di far imparare qualcosa o di far sentire all’altezza delle cose, aumentando il senso di adeguatezza e l’autostima, ma per farlo occorre che non venga dato per scontato che si debba superare in quattro e quattr’otto e darle l’importanza che merita (e che ha agli occhi dei bambini)

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Il bullismo rovina la vita di tutti quelli che vi si trovano coinvolti: i bulli e le vittime sono tutti sulla stessa barca da questo punti di vista. Non lasciargli spazio è importante: non si deve aspettare di esservi immersi fino al collo per fare qualcosa… L’educazione emotiva inizia dal primo giorno di vita.

Dott.ssa Giulia Schena

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Avventure estive: lo spannolinamento

La leggenda narra che il momento migliore per togliere il pannolino ad un bambino sia l’estate. E in virtù di questa credenza sono molti i genitori che si imbarcano in quest’avventura in questo periodo dell’anno. Il presupposto non è completamente sbagliato, ma neanche universalmente giusto: se da un lato è vero che d’estate il pannolino dà fastidio perché fa caldo, che lasciare il bambino seminudo è meno problematico con le temperature estive, che in spiaggia l’uso del costumino può essere un primo approccio alle mutandine, è anche vero che bruciare le tappe e imporre lo spannolinamento a un bambino che non è pronto solo perché è estate, oltre ad essere inutile, rischia di essere controproducente.

Dunque, pare che il punto di partenza sia questo: che il bimbo sia pronto. Ma quand’è che un bambino è pronto? Come si capisce? E se sembra non essere mai pronto, come lo si incentiva?

Di base si può dire che se il bambino appare infastidito dal pannolino, se si dimostra interessato al vasino o al wc, se sembra desideroso di provare ad affrontare questa prova, se sa avvisare (a parole o con i gesti) quando ha un bisogno, possiamo pensare che sia pronto per dire addio al pannolino.Dal-pannolino-al-vasino

E detto questo? Da che punto si deve partire?

Andiamo con ordine. Quando si parla di spannolinamento tre sono le domande alle quali rispondere:

  • Come incuriosire un bimbo per poter procedere all’abbandono del pannolino? E in particolare cosa fare se il bimbo non appare minimamente interessato a questo cambiamento pur avendo un’età in cui lo spannolinamento è ormai necessario (giunti verso i 3 anni, con l’ingresso alla scuola dell’infanzia, l’essere senza pannolino è una condicio sine qua non)?
  • Come gestire i primi tempi dello spannolinamento? Cosa aspettarsi? Da cosa non farsi spaventare?
  • E se dopo essersi imbarcati nell’impresa si ha l’impressione che i tempi non siano maturi e che la battaglia è persa in partenza?

Cerchiamo allora di rispondere a queste domande e di fare un po’ di chiarezza.

  • Prima dello spannolinamento

Il vasino come un gioco

Per cominciare può essere buona prassi rendere il vasino un oggetto familiare già quando il bimbo ha un anno e mezzo o giù di lì: pur essendo, nella maggior parte dei casi, presto per lo spannolinamento lasciare a disposizione il vasino (o il riduttore) lo renderà un oggetto familiare. Il bambino all’inizio potrebbe utilizzarlo in centoeuno modi che non sono quello previsto: nessun problema! Lasciatelo fare, lasciatelo esplorare. Piano piano potrete iniziare assieme a lui a fare giochi che avvicinino mano a mano alla comprensione dell’uso del vasino: ad esempio bambole e/o peluche possono aver voglia di fare pipì o pupù in questo strano strumento!

Libri per incuriosire

Nessun libro può insegnare al vostro bambino a vivere senza il pannolino. Ma ci sono tantissimi libri che possono attirare la sua attenzione, attivare la sua fervida fantasia, solleticare la sua innata curiosità. È bene stare molto attenti a questa distinzione, perché se ci si aspetta che un libricino, per quanto ben fatto, sia il motore dello spannolinamento si rischia di fallire miseramente e di far perdere al bimbo anche il gusto di giocare con i libri. Un libro, invece, può raccontare senza imposizioni che cosa sia un vasino, o che cosa sia il wc; può aiutare a comprendere che è un’avventura comune a tanti bimbi; può cominciare a far pensare a come intraprendere la strada verso il vasino. Cliccando qui potete trovare una lista di libri proprio su questo tema; ne esistono di tanti tipi, per andare incontro alle preferenze di ciascun bambino: ci sono libri sonori, libri tattili, libri “avventurosi”… Ma una categoria particolare è quella dei silent book (un esempio è “basta pannolino”): con questi libri il bambino in un certo senso dà voce alla storia, creando il personaggio in base alle proprie scelte e sentendolo così più vicino.

  • Durante lo spannolinamento

Pronti, partenza, via!

Ecco che un giorno il vostro bimbo manifesta tutti i segnali giusti, o decide di voler provare il vasino, o addirittura vi dice esplicitamente che non vuole più il pannolino. È giunto il momento di partire a tutti gli effetti per quest’avventura. Quando si comincia a togliere il pannolino è bene viverla con serenità e tranquillità: cogliete le occasioni che il vostro bimbo vi offre (e quindi fatevi trovare pronti) e non sentitevi sotto pressione per questo cambiamento. Spesso a far fallire o a rendere lungo e complesso lo spannolinamento sono proprio le ansie, i dubbi, le incertezze dei genitori: se io bimbo sono pronto a lasciar andare il pannolino, ma sento che chi dovrebbe sostenermi è nervoso, sotto pressione e già si aspetta il peggio, sarò intimidito da questo cambiamento e tutto ciò non farà altro che bloccarmi e farmi tentennare. E invece quando si decide di partire, si va senza timore. Si mette in conto qualche incidente, ma nulla di più.

O tutti o nessuno

Durante lo spannolinamento (come per tutti i cambiamenti rilevanti per i bambini) è importante che il bambino sia accompagnato da tutte le figure di riferimento, per non trovarsi in confusione o non capire bene come funzioni questa nuova tappa: maestre, nonni, baby-sitter… Tutti devono essere pronti e concordi nella gestione della situazione. Se si è iniziato lo spannolinamento, a meno che non sia evidente che si erano letti male i messaggi del piccolo, non si torna indietro e non si parcellizzano le situazioni: una volta tolto è tolto a casa, all’asilo, in giro.. L’unico contesto per cui non vale questa regola è quello della nanna, per cui va considerata una gestione a parte.

Niente ansia

Un po’ come per il parto, anche il momento dell’addio al pannolino è generalmente dipinto come una tragedia, un qualcosa di difficilissimo, un momento drammatico. Questa nomea che lo spannolinamento si è fatto altro non fa se non far partire con il piede sbagliato. Non voglio dire che sia sempre una passeggiata, ma aggiungere ansia all’ansia non può essere d’aiuto. Se si vuole arrivare alla meta, si deve sempre partire con la certezza che andrà tutto bene.

E la notte?

La notte (e i pisolini) sono un capitolo a parte, perché anche bambini con un ottimo controllo sfinterico durante la veglia possono avere difficoltà a tenersi asciutti durante la notte. Se il bambino lo preferisce si può introdurre il “passaggio intermedio” del pannolino a mutandina, che non svilisce e non confonde il bimbo. Poi il pannolino si toglierà definitivamente quando sarà evidente che il piccolo di notte rimane asciutto o che sente lo stimolo e chiama per essere portato in bagno. Magari si può aiutarlo fin da subito ricordandogli la sera, prima di dormire, di chiamare se deve fare pipì, ma sempre senza arrabbiarsi se invece non lo fa.

  • Dopo lo spannolinamento

Incidenti senza paura

Gli incidenti potranno essere all’ordine del giorno: metteteli in conto e pensate già in anticipo a come gestirli. Tenete comodi diversi cambi, soprattutto quando siete fuori casa, e non prendetela sul personale. Arrabbiarsi, fare tragedie, come anche buttarla in ridere, peggiora la situazione: se le reazioni sono molto intense, il tutto si fa molto interessante per i bambini!!

Ma ti scappa? E adesso ti scappa? E ora?

Una tendenza dei genitori durante lo spannolinamento è quella di chiedere ai bambini un miliardo di volte al giorno se devono fare pipì. Take it easy. Lasciate anche a loro il tempo di dirvi che è ora di correre in bagno, lasciate loro il tempo di sbagliare se capita, lasciate loro la fiducia che sappiano avvisarvi. Al massimo datevi un tempo minimo tra una richiesta e l’altra: se dall’ultima volta che avete chiesto se dovesse andare in bagno non è passata almeno un’oretta, lasciate perdere (occhio agli orologi!).

Il problema della cacca (e dei blocchi in generale)

Capita spesso che nel primo periodo dello spannolinamento i bambini si “blocchino” con la pupù. Nulla di preoccupante se si riesce ad evitare di farla diventare una questione di stato e si lascia semplicemente il tempo alle cose di ritrovare il loro equilibrio. Meglio non chiedere centomila volte se scappa, non obbligare i bambini ad infinite sedute in bagno nell’attesa che arrivi, non dimostrarsi perennemente preoccupati per la cacca e non fare una tragedia se capita di dover usare un clisterino.

Regressioni

Potranno esserci, per milleuno motivi, delle regressioni. Può capitare che un bambino anche dopo qualche mese senza “incidenti” se la faccia addosso: non mettetelo sotto i riflettori per questo, non fategli il quarto grado, non punitelo, non fate nulla che possa far sembrare questa cosa più di quello che semplicemente è. Piuttosto se la vive male (ma solo se LUI la vive male) consolatelo e rassicuratelo: può capitare.

Se si riesce a vivere questo passaggio con un minimo di serenità, si otterranno certamente risultati migliori!

Dott.ssa Giulia Schena

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5 accorgimenti per aiutare i bambini a gestire le emozioni

Quando nasce un bambino, ogni genitore si prepara a sostenerlo e ad accompagnarlo nell’apprendimento: nei primi anni di vita si aiutano i bimbi ad imparare a muoversi nell’ambiente, a parlare, a fare dei giochi; poi crescono e, con l’incoraggiamento dei grandi, imparano a leggere, a scrivere, a contare… Si dà importanza allo studio, allo sport, agli hobbies.

Spesso, però, si sottovaluta l’intelligenza emotiva, dandola per scontata, pensando che sia una cosa naturale e poco gestibile.

Ma cos’è l’intelligenza emotiva? È la capacità di riconoscere, comprendere, utilizzare, gestire le proprie emozioni e quelle degli altri in maniera consapevole. E per quanto sia vero che le emozioni ci pervadono in maniera abbastanza automatica, l’abilità di gestirle è tutt’altro che meccanica.

E perché è importante coltivarla e potenziarla? Saper gestire le emozioni, lasciarle fluire senza bloccarle né farsi paralizzare da esse, capire i sentimenti altri senza farsene travolgere né ignorarli, sono tutte abilità che permettono di vivere più serenamente, di creare relazioni positive e soddisfacenti e di adattarsi a ciò che si incontra sul proprio cammino senza perdere il controllo.

Aiutare i bambini a vivere con tranquillità le proprie emozioni (a volte anche travolgenti) e a gestirle in modo proficuo è utile sia per loro che per sé stessi come genitori o educatori, perché permette di costruire con loro relazioni funzionali, senza troppe lotte di potere e senza troppi capricci.

Sostenere i bambini nel loro coltivare l’intelligenza emotiva non è facile, ma di certo non è impossibile. Per cominciare si possono seguire questi 5 consigli:

  1. Tutti i sentimenti possono (e devono) essere accettati: se un bambino è triste o si arrabbia non è il caso di cercare di distrarlo o di farlo sentire “sbagliato”, piuttosto si può accoglierlo.
  2. Quando un bambino sta esprimendo un’emozione è bene ascoltarlo in silenzio, senza giudicarlo, senza cercare di dare spiegazioni alle sue percezioni, senza anticipare ciò che vogliono dire.
  3. Quando un bambino sembra in difficoltà nella definizione o nell’espressione di un sentimento, si può aiutarlo cercando di dare una definizione di come ci si potrebbe sentire o verbalizzando l’emozione che sembra provare, senza però “ingabbiarlo” nel proprio pensiero (ad esempio “questa cosa sembra molto frustrante”, “credo che questa cosa potrebbe farmi provare rabbia”, “quando le persone vivono cose come questa spesso si sentono tristi”…)
  4.  Mentre un bambino parla di qualcosa che ha vissuto e che lo ha colpito (in positivo o in negativo), si può fargli capire che lo si sta ascoltando, che lo si capisce e che lo si accoglie con semplici commenti, come: “capisco…”, ” oooh…”.
  5. I desideri dei bambini o gli episodi frustranti che vivono, possono essere risolti nella fantasia, accogliendo così la possibilità che ci si possa sentire infastiditi o arrabbiati (ad esempio “capisco che tu vorresti aver vinto.. Se avessimo una bacchetta magica potremmo esaudire questo desiderio”).

Provateci, potreste scoprire tante nuove possibilità di stare accanto con più piacere ai vostri bimbi.

Dott.ssa Giulia Schena

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A te, creatura. E ad ogni genitore che ti guarda crescere.

È successo a tutti, un giorno qualunque, stringendo la propria creatura al petto di guardarla e, ad un tratto, iniziare a pensare.

Oggi è piccina, minuscola, indifesa. La guardi mentre si accoccola tra le tue braccia.. Pensi, sognante e un po’ spaventata, a quanto in fretta passerà il tempo.

Di qui a un attimo inizierà a camminare, poi a correre e a percorrere una strada che sarà solo sua.. Con te lì di fianco, ma in realtà con la sola possibilità di stare a guardare, cercando di non spingerla troppo, né di tenerla troppo stretta a te, ma semplicemente sostenerla nel Suo percorso. Poi andrà all’asilo e avrà nuovi amichetti. Si divertirà con loro e, di tanto in tanto, comincerà a dimenticarsi di pensare a te. E poi ci saranno i primi “no” e i primi capricci, ci saranno le punizioni quando ormai non se ne può più e ci sarà il pentirsi un minuto dopo, chiedendosi se non si è stati troppo duri. Ma ci sarà da tenere duro, sapendo che si cresce anche grazie alle frustrazioni e che le regole, anche se sembrano stare strette, in realtà creano sicurezza e tracciano la via maestra.

Piano piano, poi, arriverà il momento di andare a scuola, e con il suo grembiulino e uno zaino più grande di lei entrerà in classe un po’ timorosa. E poi ci saranno i compiti, ogni giorno un tedio per farli, e uno dei due genitori che cercherà di dargliela vinta e l’altro che li bacchetterà entrambi. E poi inizieranno le medie, le prime uscite con gli amici, sempre più compiti e sempre meno voglia di farli. Ci saranno gli esami e lei terrorizzata per una cosa che a voi farà quasi ridere. Ci sarà il primo amore e voi, mamma e papà, che dovrete consolarvi a vicenda, cercando di far passare inosservata la vostra preoccupazione mista a nostalgia, di quando a far brillare i suoi occhi eravate solo voi.

Poi dovrete scegliere le superiori, con l’ansia di non metterla sulla strada giusta per lei, senza tenere a mente che qualunque scelta in quel momento non sarà quella giusta, perché la vita corre veloce, su un percorso che non si sa mai dove possa portare e che è fatto di mille bivi, con mille possibilità tutte in divenire.

E ci saranno le prime delusioni d’amore e tu che vorrai imbracciare un fucile per far fuori chiunque la faccia star male e invece potrai solo starle accanto e farle capire che così va la vita, ma quando si chiude una porta si apre un portone. Ci saranno, poi, le litigate per tutte le cose che lei vorrà fare e voi le negherete e tutte quelle che voi vorrete che lei faccia e lei non vorrà fare. Poi arriverà la maturità e lo studio matto e disperatissimo dell’ultimo momento. Ci sarà l’ansia malcelata dietro ad un menefreghismo di facciata. Ci sarà il bisogno di essere approvata e coccolata, opportunamente nascosto dietro la voglia di sembrare grande. E intanto ci saranno tanti amici e tanti fidanzatini che passeranno a toccare la sua esistenza e voi sembrerete avere sempre meno importanza.

Poi ci sarà, forse, l’università. Ci sarà il “non so niente” e poi prendere 30, e il “ho studiato come un pazzo” e poi non passare l’esame. Oppure ci sarà il cercare un lavoro. Ci saranno colloqui perfetti con il solo risultato di “le faremo sapere” e colloqui disastrosi che strapperanno un sorriso al futuro capo. Ci sarà l’orgoglio il giorno della sua laurea o in occasione del primo contratto. Ci saranno le difficoltà a crearsi uno spazio, in una società a volte troppo stretta. Ci sarà il vederla andare nel mondo, sapendo che si porta via un pezzetto di te, ma senza farglielo troppo notare, cosicché lei possa andare sicura, serena e portare negli occhi il tuo sorriso fiero e non la tua malinconia.

E magari prima o poi arriverà con l’ennesimo uomo o l’ennesima donna e voi a sbiancare come la prima volta. Magari sarà quello giusto, o forse no. E magari un giorno arriverà dicendo “mamma, aspettiamo un bambino” e forse sarà preoccupata, forse non sarà il momento giusto. O forse sarà solo felice. Speri, se possibile, non ci siano difficoltà troppo grandi, dolori troppo forti. E, in ogni caso, tu potrai solo starle accanto, cercando di sostenerla nelle sue decisioni, qualunque esse siano.

Pensi all’importanza di farle sentire quanto bene le vuoi, ma anche quella di farle capire che ti fidi di lei, che sai che può andare da sola, che sai che anche senza il tuo aiuto potrà andare lontano, fare grandi cose ed essere felice. Pensi all’importanza di essere per lei una ruota di scorta, che si usa al bisogno e poi si ripone, con la certezza di trovarla di nuovo lì, all’occorrenza.

Pensi tutto questo e ti scende una lacrimuccia, poi abbassi lo sguardo e lei, creatura, è ancora lì tra le tue braccia e con le sue manine ti tiene stretta quasi avesse paura che scappassi via.

Ma deve aver sentito che sei pensierosa.. Alza lo sguardo e, incontrando il tuo, fa uno dei suoi sorrisi sdentati. E allora pensi solo che, comunque vada, l’amerai sempre.
Dedicato a ogni bimbo che cresce, e ad ogni genitore al suo fianco.

Dott.ssa Giulia Schena

Quali diritti per i nostri bambini (in viaggio per essere gli adulti di domani)?

Oggi, 20 novembre, si celebra la giornata mondiale per i diritti dell’infanzia.

È una giornata importante, istituita in un’epoca in cui era davvero fondamentale che si cominciassero a prendere in considerazione i bisogni, le capacità, le necessità e le possibilità dei bambini e dei ragazzi. Oggi questa giornata continua ad essere rilevante nell’ottica di non perdere di vista i bambini nelle loro specifiche caratteristiche, all’interno dei cambiamenti, delle evoluzioni della società e del sapere sullo sviluppo e sulla crescita.

Il rischio, a mio parere, al giorno d’oggi e specificatamente nella nostra società occidentale, è quello di un eccesso di zelo nell’applicare la tutela dei bambini, con il rischio di essere iper coinvolti nel loro processo di crescita, e di non lasciare loro lo spazio di esprimere sé stessi e di imparare ad avere fiducia in sé.

E allora che diritti hanno i nostri bambini?

1) Il diritto di essere felici e di essere preservati dalle “cose da grandi”.

Ma anche, il diritto di essere infelici. Di conoscere sulla loro pelle la frustrazione, la paura, la tristezza, la noia; di imparare ad affrontarle, di sentire che non sono imbattibili, di capire che non vanno nascoste o rifuggite continuamente. Così piano piano, di difficoltà in difficoltà, potrebbero sentirsi all’altezza di tutte le loro emozioni (che non sono “belle” o “brutte”, ma tutte ugualmente necessarie… D’altronde se non fossimo mai infelici non potremmo sapere cosa sia la felicità).

2) Il diritto di avere qualcuno che prenda in considerazione i loro bisogni e li soddisfi.

Ma anche il diritto di trovarsi soli di fronte alle difficoltà, potendo così scoprire che se la sanno cavare anche da soli, tirando fuori le proprie risorse, imparando a conoscerle e a dosarle, e tornando trionfanti quando si accorgono che ce l’hanno fatta oppure chiedendo sostegno (senza rimproveri e “te l’avevo detto) se di tanto in tanto non ce la fanno.

3) Il diritto di avere qualcuno di saggio e maturo che sappia riconoscere i rischi a priori e li aiuti a non sbatterci il naso troppo forte.

Ma anche il diritto di sbagliare, di inciampare, di cadere, di sbucciarsi le ginocchia. Il diritto di tuffarsi a piè pari nei pericoli per vedere se riescono ad uscirne. E, soprattutto, il diritto di non dover fare i conti con i sensi di colpa dei genitori quando magari ne escono sanguinanti. Perché i genitori che vorrebbero vedere i figli sempre felici e soddisfatti fanno così fatica ad accettare i loro fallimenti, che impediscono loro di compierli. Ma se non si fallisce mai non si può imparare a rialzarsi, e si corre il rischio di sentirsi infallibili (che è un rischio ben peggiore di sbattere il naso ogni tanto).

4) Il diritto di essere amati.

E, soprattutto, il diritto di sentirsi amati in ogni caso, qualunque siano le loro caratteristiche, qualunque siano le loro capacità; il diritto di sentirsi amati sia che sbaglino, sia che riescano; il diritto di ricoscersi come amabili, anche se non sono perfetti. E, badate bene, c’è una bella differenza tra amare a priori e darla sempre vinta; c’è una bella differenza tra amare a priori e impedire che una persona sbagli; c’è una bella differenza tra amare a priori e pretendere che l’altro sia sempre felice.

Amare a priori significa proprio accettare tutte le possibilità, sguazzare anche nella frustrazione di vedere l’altro soffrire ogni tanto. Amare a priori significa non pretendere e non chiedere di essere il centro del mondo, ma lasciar andare: guardare da dietro il bambino che va per la sua strada, con lo sguardo benevolo di chi ama, la capacità di non intervenire quando non è richiesto. Amare a priori, insomma, significa essere una ruota di scorta, che sta lì, spesso inutilizzata e quasi dimenticata, ma pronta all’uso nei casi critici in cui c’è proprio bisogno; per poi tornare senza lamentarsi nel proprio vano.

Dott.ssa Giulia Schena