Migliorare la propria vita in tre semplici mosse

La vita può mettere di fronte a tante prove, più o meno inaspettate, più o meno difficili. Decisioni da prendere, cambiamenti da affrontare, relazioni che cominciano, relazioni che finiscono, la nascita di un figlio, la morte di una persona cara.. Momenti di crisi con qualsiasi tipo di motivazione, nessuna più seria, nessuna più importante, tutte ugualmente valide.

Ogni situazione ha i suoi risvolti, ma ci sono tre cose che da sole possono migliorare il corso degli eventi:

  1. Sposta il focus: quando qualcosa ci fa stare male in un certo senso ci mette in pericolo, poiché mette in crisi le nostre sicurezze, le nostre abitudini, la nostra identità. Per questo motivo il nostro cervello va in modalità “allerta” e si mette a tenere d’occhio tutte le cose che in qualche modo sono collegate con il nostro malessere. Vado male a scuola? Vedo solo persone che hanno una buona riuscita scolastica. Perdo il lavoro? Vedo solo persone con un’ottima carriera. Ho problemi con il/la mio/a partner? Vedo solo persone e situazioni che mi confermano quanto miserabile sia la mia condizione e quanto sia impossibile recuperare. Desidero un figlio? Vedo solo persone con il pancione o con splendidi figli. E via così. Per questo motivo è importante cercare di cambiare punto di vista, trovare altro su cui focalizzarsi. Ad esempio si può provare a fermarsi nelle situazioni e ad utilizzare uno sguardo più “obiettivo”: prendo un block notes o un diario e scrivo ciò che osservo, cercando di ampliare l’orizzonte, segnandomi le cose negative, che confermano il mio modo di vedere, ma anche quelle che lo falsificano, per tirare poi le somme alla fine.
  2. Impegnati in qualcosa che ti piace: tutti abbiamo un sogno nel cassetto che purtroppo, per motivi di spazio, di tempo, di soldi o di fatalità, non sempre può essere inseguito. Ma può essere in qualche modo parcellizzato (per poterlo seguire in parte, evitando i rischi e le problematicità che non ci si possono permettere) oppure trasformato (mantenendo il più possibile intatto il punto nodale del sogno, ma applicandolo ad altre situazioni). Ad esempio se amo gli animali e avrei sempre voluto essere un veterinario, posso usare parte del mio tempo per essere volontario in un canile, o posso fare il dog sitter, o posso reinventare la mia passione per farne un hobby o un lavoro secondario.
  3. Chiedi aiuto (senza sentirti un fallito): sembra facile (e banale), ma è probabilmente la cosa più difficile da fare. È una questione culturale: ci insegnano da sempre che se si cade ci si deve fare forza e ci si deve alzare senza fare tante scene; ci insegnano che nessuno può capirci meglio di noi stessi; ci insegnano che solo i deboli hanno bisogno di chiedere aiuto; ci insegnano che di fronte ad un problema o a una difficoltà, si dovrebbe guardare chi sta peggio è farsi forza su questo. Quante volte, con le migliori intenzioni, genitori ed educatori dicono ai bambini “dai su non piangere, non è niente..non ci pensare!” o anche “è inutile che piangi: impegnati e ci riuscirai!” o ancora “piangi per questo? Pensa ai bambini in Africa che muoiono di fame!”?! È davvero complesso riuscire ad uscire da questo punto di vista, ad accettare di esporsi di fronte ad uno sconosciuto, a riconoscere che si ha bisogno di una mano che vada oltre la pacca sulla spalla da parte di un amico o la lettura di un manuale di auto aiuto. Eppure quando ci si trova in situazioni dolorose o fastidiose, quando si vivono sentimenti travolgenti o spaventosi, quando si ha a che fare con esperienze impegnative, chiedere aiuto non significa altro che prendersi cura di sé e aumentare le probabilità che le cose migliorino. Chiedere aiuto è una grande prova di coraggio, perché significa ammettere che siamo in crisi e farsi carico davvero delle proprie difficoltà.

Che sia facile non l’ho mai detto, che sia possibile lo sostengo con fermezza, che ne valga la pena… Beh, ditemelo voi.

    Dott.ssa Giulia Schena

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    Il potere terapeutico di un abbraccio

    Un amico che ha perso il lavoro; un parente che ha avuto un lutto; un collega che sta vedendo la propria relazione tramontare; un nostro caro che ha fatto un incidente. Ci sono milioni di situazioni che ci obbligano a trovarci accanto a qualcuno che soffre, milioni di situazioni in cui sentiamo che vorremmo essere d’aiuto, ma ci troviamo ad essere congelati, non sapendo cosa fare, non sapendo cosa dire. E sul più bello biascichiamo una frase qualsiasi, la più banale che riusciamo a tirare fuori, e poi fuggiamo via, in preda al terrore di dire o fare qualcosa di sbagliato. 

    E il nostro caro rimane lì, solo. Rimane lì a chiedersi perché nessuno lo capisca, perché nessuno riesca a dargli un po’ di conforto.

    Capitano cose più grandi di noi, cose inaspettate, cose assurde, cose che mettono in difficoltà. Capitano di continuo. Anche adesso, in questo istante, c’è qualcuno nel mondo che sta male perché si trova a vivere una situazione dolorosa. E capita fin troppo spesso, ahimè, che quel qualcuno sia una persona a noi vicina.

    Non serve che siano esperienze di grande profondità o di grande spessore: basta una giornata storta, un periodo difficile, un momento di malessere.

    Ma perché è così difficile trovare la cosa giusta da dire?! Perché è così complicato trovare il modo di far arrivare al nostro caro la nostra voglia di stargli vicini?

    Semplice: perché in certi momenti non c’è nulla di giusto da dire. Non ci sono parole che possano alleviare la sofferenza, o che possano porre fine ai dubbi. Non ci sono parole che possano davvero cambiare lo stato d’animo di chi vive una situazione che lo mette in crisi.

    C’è, però, una cosa magica, che non costa nulla e che ha un infinito potere: l’abbraccio. Tendere le braccia ad un amico, avvolgerlo in una stretta. Un abbraccio è una terapia d’urto che funziona sempre, senza bisogno di altre parole, senza bisogno di discorsi arzigogolati, senza bisogno di rifletterci troppo su.

    Un abbraccio sincero fa arrivare il calore e la vicinanza a chi è in difficoltà. Fa sentire che non si è soli. Fa sentire che non ci sono giudizi, né paternali. Fa sentire accolti e protetti.

    Un gesto apparentemente semplice come un abbraccio può da solo cambiare le sorti di una giornata o di un periodo storto. Un abbraccio, infatti, ha il potere di:

    • Far avvertire sicurezza e protezione;
    • Trasmettere forza ed energia;
    • Far percepire una sensazione di tranquillità;
    • Migliorare l’autostima;
    • Diminuire lo stress;
    • Migliorare le relazioni

    È magico, non credete?

    Ma la cosa migliore degli abbracci, è che non serve un buon motivo per darne uno: ogni momento può essere il momento giusto per un abbraccio e se ci si abitua a non lesinare con questo gesto d’affetto nella quotidianità, sarà più semplice anche essere d’aiuto nei momenti di crisi.

    “Esiste un vestito che si adatta a tutti i corpi.. Un abbraccio”

    Dott.ssa Giulia Schena

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    Diventare genitori, essere genitori, fare i genitori: che sfida!

    Quella della genitorialità è una delle tappe più particolari, più emozionanti e… più faticose della vita.

    A partire dal desiderio di un figlio, passando per la gravidanza e arrivando ad avere un frugoletto tra le braccia, si mette in moto un processo di trasformazione, di ricerca di nuovi equilibri, di scoperta di nuovi lati di sé, che porta alla nascita di un genitore.

    Questo processo non è semplice, né scontato: significa rimettersi in discussione, come persone e come coppia, significa affrontare tempeste ormonali ed emotive, significa mettere a repentaglio certezze duramente costruite, per fare posto a nuove sensazioni e a nuove responsabilità.

    Ma una volta diventati genitori, la fatica non è finita. Anzi forse si può dire che è solo all’inizio. Essere genitori è apparentemente semplice: c’è un istinto predeterminato che consente di avere gli strumenti per far sopravvivere la prole. Nulla di più riduttivo: la questione dell’essere genitori non è solo far sopravvivere un figlio, ma farlo vivere giorno per giorno, dandogli gli strumenti per crescere e divenire autonomo. Essere genitori significa, dunque, fare i conti ogni giorno con pensieri ed emozioni contrastanti, con sensi di colpa e di inadeguatezza, con mille dubbi e mille confronti. Essere genitori significa non smettere mai di mettersi in gioco, senza certezze e senza controllo.

    Resta il fatto, poi, che essere genitori non significa necessariamente anche fare i genitori. Se da un lato abbiamo gli aspetti emotivi e più marcatamente relazionali, dall’altra c’è il lato pratico, il cosa-fare e cosa-non-fare, le scelte quotidiane e i tentativi di risolvere le difficoltà che mano a mano si presentano.

    La genitorialità è una sfida continua, fin dal principio. Va da sé che, anche se culturalmente si fatica ancora un po’ ad accettarlo, in questa sfida ogni tanto si possa sentire la necessità di un pit stop, di un sostegno, di qualcuno che ci dia una mano a vedere le cose sotto un altro punto di vista, concedendoci di sentirci all’altezza di questo ruolo difficilissimo e concedendoci di sentire che anche se ogni tanto si è in difficoltà, non si è inferiori a nessuno.

    E non conta che il bisogno di aiuto si senta prima ancora della nascita (quando tutti pensano si stia vivendo un momento idilliaco), durante i primi tempi con il bimbo (quando tutti pensano che si possa percepire solo l’amore per quella creaturina e tutto il resto non conti), quando il piccoletto comincia ad essere più autonomo (quando tutti pensano che ci si dovrebbero godere i progressi e gestire i capricci con un po’ di autorità, che non ci vuole mica poi tanto), quando il bimbo va a scuola (quando tutti pensano che se non ha voglia è normale, che se è più lento è colpa sua, che se non è all’altezza è perché non lo segui abbastanza), quando il ragazzino è ormai adolescente (quando tutti pensano che un po’ di ribellione sia inevitabile e che se non te la sai giostrare con un ragazzino non sei n bravo genitore), o in qualsiasi altro momento.

    E non conta se il bisogno di aiuto è legato a un passaggio (l’allattamento, lo svezzamento, il sonno, l’inserimento a scuola…) o a una caratteristica (la timidezza, la sfrontatezza, l’esuberanza, la fatica a gestire le frustrazioni…) che tutti dicono di saper gestire (tutti chi?) o che tutti lasciano intendere che un buon genitore dovrebbe saper gestire (buon genitore rispetto a chi?).

    Ciò che conta è che ce la si mette tutta, ci si prova, ci si impegna, e se ogni tanto si arranca si ha il diritto di farlo. E se qualcosa non torna, si può cercare una spiegazione. E se si ha bisogno di aiuto, si ha diritto di chiederlo.

    La genitorialità è una sfida, che si vince più facilmente se lo si fa insieme.

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    Dott.ssa Giulia Schena

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    Quali diritti per i nostri bambini (in viaggio per essere gli adulti di domani)?

    Oggi, 20 novembre, si celebra la giornata mondiale per i diritti dell’infanzia.

    È una giornata importante, istituita in un’epoca in cui era davvero fondamentale che si cominciassero a prendere in considerazione i bisogni, le capacità, le necessità e le possibilità dei bambini e dei ragazzi. Oggi questa giornata continua ad essere rilevante nell’ottica di non perdere di vista i bambini nelle loro specifiche caratteristiche, all’interno dei cambiamenti, delle evoluzioni della società e del sapere sullo sviluppo e sulla crescita.

    Il rischio, a mio parere, al giorno d’oggi e specificatamente nella nostra società occidentale, è quello di un eccesso di zelo nell’applicare la tutela dei bambini, con il rischio di essere iper coinvolti nel loro processo di crescita, e di non lasciare loro lo spazio di esprimere sé stessi e di imparare ad avere fiducia in sé.

    E allora che diritti hanno i nostri bambini?

    1) Il diritto di essere felici e di essere preservati dalle “cose da grandi”.

    Ma anche, il diritto di essere infelici. Di conoscere sulla loro pelle la frustrazione, la paura, la tristezza, la noia; di imparare ad affrontarle, di sentire che non sono imbattibili, di capire che non vanno nascoste o rifuggite continuamente. Così piano piano, di difficoltà in difficoltà, potrebbero sentirsi all’altezza di tutte le loro emozioni (che non sono “belle” o “brutte”, ma tutte ugualmente necessarie… D’altronde se non fossimo mai infelici non potremmo sapere cosa sia la felicità).

    2) Il diritto di avere qualcuno che prenda in considerazione i loro bisogni e li soddisfi.

    Ma anche il diritto di trovarsi soli di fronte alle difficoltà, potendo così scoprire che se la sanno cavare anche da soli, tirando fuori le proprie risorse, imparando a conoscerle e a dosarle, e tornando trionfanti quando si accorgono che ce l’hanno fatta oppure chiedendo sostegno (senza rimproveri e “te l’avevo detto) se di tanto in tanto non ce la fanno.

    3) Il diritto di avere qualcuno di saggio e maturo che sappia riconoscere i rischi a priori e li aiuti a non sbatterci il naso troppo forte.

    Ma anche il diritto di sbagliare, di inciampare, di cadere, di sbucciarsi le ginocchia. Il diritto di tuffarsi a piè pari nei pericoli per vedere se riescono ad uscirne. E, soprattutto, il diritto di non dover fare i conti con i sensi di colpa dei genitori quando magari ne escono sanguinanti. Perché i genitori che vorrebbero vedere i figli sempre felici e soddisfatti fanno così fatica ad accettare i loro fallimenti, che impediscono loro di compierli. Ma se non si fallisce mai non si può imparare a rialzarsi, e si corre il rischio di sentirsi infallibili (che è un rischio ben peggiore di sbattere il naso ogni tanto).

    4) Il diritto di essere amati.

    E, soprattutto, il diritto di sentirsi amati in ogni caso, qualunque siano le loro caratteristiche, qualunque siano le loro capacità; il diritto di sentirsi amati sia che sbaglino, sia che riescano; il diritto di ricoscersi come amabili, anche se non sono perfetti. E, badate bene, c’è una bella differenza tra amare a priori e darla sempre vinta; c’è una bella differenza tra amare a priori e impedire che una persona sbagli; c’è una bella differenza tra amare a priori e pretendere che l’altro sia sempre felice.

    Amare a priori significa proprio accettare tutte le possibilità, sguazzare anche nella frustrazione di vedere l’altro soffrire ogni tanto. Amare a priori significa non pretendere e non chiedere di essere il centro del mondo, ma lasciar andare: guardare da dietro il bambino che va per la sua strada, con lo sguardo benevolo di chi ama, la capacità di non intervenire quando non è richiesto. Amare a priori, insomma, significa essere una ruota di scorta, che sta lì, spesso inutilizzata e quasi dimenticata, ma pronta all’uso nei casi critici in cui c’è proprio bisogno; per poi tornare senza lamentarsi nel proprio vano.

    Dott.ssa Giulia Schena

    Ciao Dolore, (non) mi fai (più) paura.

    Il dolore fa paura.
    È naturale che lo faccia, essendo una reazione che ci serve per far fronte a qualcosa di brutto, di inaspettato.

    Per questo motivo, spesso, si cerca di rifuggirlo, di disconoscerlo, di allontanarlo.
    imageCulturalmente fin da bambini ci insegnano a nascondere il dolore, a non pensarci, a non mostrarlo.
    Si è sempre tutti pronti a condividere con chi ci è vicino i momenti di gioia, le conquiste e le belle notizie: sappiamo tutti quali siano le reazioni migliori alla felicità. Una festa, un regalo, un messaggio di congratulazioni, la condivisione.
    Diverso è di fronte ad una situazione difficile, che provoca tristezza, e che ci mette di fronte all’ineluttabilità della vita. Non si sa più cosa dire, si sfugge lo sguardo, si cerca di razionalizzare, di minimizzare. Il dolore spaventa a tal punto, che l’unica cosa che si chiede in questi casi è di non metterlo troppo in mostra, di farlo passare in fretta, di non pensarci: una pacca sulla spalla e via.

    Quando si prova dolore si cerca di andare oltre, di distogliere il pensiero, di trovarsi altri impegni che possano tenere la mente impegnata in qualcosa di più utile (o che almeno così appaia).
    E se proprio non si riesce a far sparire questa brutta sensazione dalle proprie viscere, si cerca almeno di nasconderla dentro di sé. All’apparenza (e per quello che ci insegnano o che ci fanno capire fin dalla più tenera età) l’importante è che gli altri non debbano sapere che stiamo male, un po’ perché, poveri loro, non vengano contagiati dal dolore, e un po’ perché, poveri noi, non siamo costretti a macchiarci della vergogna di stare male e di non essere in grado di buttarci tutto alle spalle.

    Ora vi dirò una cosa che forse non vi aspettate, che forse andrà in contrasto con tutte le vostre credenze, o che, forse, vi farà ripensare a tutte le volte che avete detto ad un amico “ma sì, non ci pensare” oppure “dai, bisogna andare avanti”.

    L’ unico modo per superare il dolore, per trasformarlo in qualcosa di più costruttivo e di più sopportabile, è viverlo.
    imageCertamente è difficile, certamente spaventa, certamente in certi momenti sembra impossibile e infattibile, perché si ha la percezione di poterne finire sopraffatti.
    Per imparare a gestire il dolore, bisogna attraversarlo passo dopo passo, accettarlo, concedersi di provare ogni singolo sentimento che si sente di voler provare, senza timore e senza vergogna. Ci vorrà tempo, ci saranno momenti in cui sembrerà di non poterne uscire mai, ma piano piano ci sarà una luce in fondo al tunnel. E il dolore sarà qualcosa di un po’ più leggero.
    E quando si è accanto a qualcuno in difficoltà, è importante favorire questo passaggio nella “selva oscura”, tendendo una mano, offrendo una spalla su cui piangere, offrendo un orecchio attento, ascoltando senza commenti e senza giudizi. Semplicemente, esserci. Essere aperti a tutto ciò che l’altro vuole e può sfogare. Senza consigli, né pareri: d’altronde ognuno vive il dolore a modo suo, coi suoi tempi, coi suoi spazi.
    Semplicemente, accogliere.
    imageE insegnamolo ai nostri bambini che il dolore non deve far paura, che se si impara a viverlo e a lasciarlo scorrere non potrà chiuderci nella sua morsa, insegnamo loro che possono (e devono) esprimere le loro emozioni, anche quelle “brutte”, senza remore e senza paura. Così potranno essere adulti più sereni, più consapevoli e… Più felici, al di là del dolore.

    Dott.ssa Giulia Schena

    Essere genitori (non) è una passeggiata!

    Una coppietta che passeggia con una carrozzina, ogni tanto abbassano lo sguardo a controllare il loro angioletto infagottato nel lenzuolino e poi si guardano con amore: che tenerezza.
    Viene da pensare che essere genitori sia proprio come quella passeggiata primaverile: allegro, frizzante, dolce, emozionante.

    Ma è davvero così semplice? È davvero tutto così bello?
    È questo il mondo meraviglioso che si scopre quando si diventa mamme e papà?

    Ecco un breve viaggio all’interno delle scoperte che si fanno quando un frugoletto capita dentro le nostre case.

    1) Ci sono cose, che voi umani…. 
    Ad esempio l’odore che quel minuscolo esserino può emanare. Viene da chiedersi come sia possibile, chessimangerannostiregazzini?!?
    Il cambio pannolino è un momento catartico, anche perché il momento in cui si decide di cambiarlo va più o meno così: ti stendo sul fasciatoio, ti giri, ti rotoli, rischi di precipitare, riesco a spogliarti tra urla disumane, prendo calci a non finire, ti apro il pannolino, ti giri, ti rotoli, sporchi ovunque, riesco a darti una pulita tra i conati di vomito causati dalla puzza che ciò che hai prodotto emana, cerco di metterti un nuovo pannolino, ti giri, ti rotoli, calci a non finire, riesco a vestirti. Fai la cacca di nuovo.

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    2.  Il cibo è un gioco meraviglioso. E il piatto è un’ottima tavolozza di colori. E il pavimento è una splendida tela intonsa da dipingere e abbellire. Per non parlare della parete.
    In pratica ad ogni pasto poi servirebbe un idrante. Oppure si dovrebbe preventivamente incartare e proteggere tutto come quando vengono i muratori a fare qualche lavoro di restauro. Anche il bambino andrebbe incartato, naturalmente. E i genitori.
    È impossibile.
    Quindi ogni pasto è necessario dichiarare la calamità naturale.

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    3. Dormire è una cosa meravigliosa. Bisogna farlo ogni volta che si rende possibile, ossia molto raramente.
    I bambini sembrano avere le batterie, ma non batterie qualsiasi: qualcosa tipo Duracell; inesauribili. Non si riesce a calmarli, a fermarli, a spegnerli. Non si stancano mai.
    Sono come i rotoloni Regina: non finiscono mai! Non finiscono mai di stupire, di sfiancare, di mettere alla prova le nostre energie.
    Quindi quando si riesce a riposare ogni occasione è quella buona, ogni posto è quello perfetto.

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    4. La privacy è un concetto decisamente sopravvalutato. Che bisogno c’è di essere liberi di fare qualcosa senza avere dei nanetti al seguito che chiedono continuamente e logorroicamente: “cos’è?” “cosa fai?” “perché” “come mai?”. Che bisogno c’è di avere dei momenti di pace e di silenzio?
    Che bisogno c’è di essere liberi di avere dei bisogni primari da espletare? Meglio fare tutto in compagnia…. O no?!?

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    5. Anche essere una coppia è decisamente sopravvalutato. Quando si diventa mamme e papà si devono spendere talmente tante energie nell’essere genitori, si deve essere talmente tanto orientati verso quelle adorabili piccole pesti, che quando si ha un secondo per fermarsi ci si accascia senza forze l’uno sull’altro.
    Si rischia di dimenticare cosa significhi parlare tra adulti di cose da adulti.
    Si rischia di essere sempre talmente al limite da non avere spazio mentale nemmeno per un saluto o per chiedersi chi sia quell’uomo/quella donna che si trova al nostro fianco.

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    Insomma essere genitori non è decisamente una passeggiata primaverile. Anzi assomiglia di più ad una maratona.
    Ma volete mettere la soddisfazione di arrivare in fondo ad una maratona??!?!
    Nonostante tutte le fatiche, tutte le responsabilità, tutti i momenti di crisi, alla fine quando si arriva a traguardo e si guarda indietro alla strada percorsa non si può fare altro che sorridere e, con un sospiro di sollievo, constatare che non si corre da soli.

    Dott.ssa Giulia Schena