Non dire mai: “Ma è bravo: mi aiuta!”

“Ma è bravo: mi aiuta”

Quando parlo con una coppia credo che questa sia una delle frasi che più di tutte trovo fuori posto, perché pur apparendo come un complimento o comunque qualcosa di positivo, porta con sé un’idea che non giova a nessuno.

Non giova a chi sostiene che l’altro lo aiuti (tendenzialmente la parte femminile della coppia), perché lo fa apparire come un lagnoso che ha bisogno di aiuto in qualcosa che, di fatto, spetterebbe a lui, e allo stesso tempo fa apparire l’altro come il “salvatore” che gli viene in supporto, pur non essendo assolutamente tenuto a farlo (e quindi, poi, che c’è da lamentarsi se a volte non lo fa?!).

Non giova a chi se la sente dire, perché viene così relegato al ruolo di comparsa, di supporter, di figura laterale (e talvolta, collaterale). Come se vivesse una vita che, in realtà, non lo riguarda, ma in cui, quando può, aiuta.

E, in definitiva, non giova neanche alla coppia come sistema, perché crea una serie di ambiguità nei ruoli, nei compiti, nelle aspettative che ognuno ha verso l’altro.

Quando si condivide la vita i compiti sono di entrambi; ognuno ci mette del suo, ci si dividono gioie e dolori più o meno equamente e nessuno è “bravo” perché aiuta l’altro: aiutare l’altro nelle incombenze quotidiane che riguardano la coppia o la famiglia è un dovere che ci si prende entrambi quando si decide di costruire qualcosa assieme.

Tra l’altro, spesso, dire che l’altro è bravo perché aiuta è il preludio di una qualche critica o lamentela, ovvero di un malcontento che si cerca di mascherare a sé stessi o all’altro per evitare discussioni. Evitando così, però, anche la possibilità di risolvere ciò che non va.

“Siamo bravi : abbiamo costruito un nostro equilibrio!”

Non è forse meglio dire così? O almeno tentare di lavorarci per ottenerlo?

Dott.ssa Giulia Schena

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Quando il batticuore si sopisce

“Dottoressa io non lo so cosa sia successo, pare che non ci sia più niente.. boh forse stiamo insieme per abitudine.. ma così che senso ha?”

Capita più o meno così: due persone si incontrano, si piacciono, decidono di stare insieme. Ci sono tra loro occhi a cuoricino, farfalle nello stomaco, e un batticuore che sembra non fermarsi mai. È tutto un pensarsi, un chiamarsi, un mancarsi.

Poi il tempo passa, la storia evolve, i pensieri variano. Ci sono nuove preoccupazioni, nuovi impegni. E ogni tanto ci si ferma, e ci si accorge che qualcosa è cambiato. Ma si fa una gran fatica a capire il perché, e ci si aggroviglia in svariati pensieri, che altro non fanno se non aumentare il senso di frustrazione e la fatica ad accettare questa nuova relazione.

Credo che sia colpa dei film. O forse dei libri. O forse delle storie che ci raccontiamo. È colpa della fregatura che ci diamo da soli quando pensiamo che tutto possa essere per sempre allegro e scoppiettante.

L’innamoramento è una fase. E d’altronde non potrebbe essere altrimenti: pensate anche solo fisicamente come sarebbe faticoso sostenere tutta l’eccitazione, tutto il turbinio di emozioni, tutte le fantasticherie del periodo in cui tutto è sbriluccicoso.

Passato l’innamoramento subentra l’amore. Subentra se lo si lascia entrare. Se non si ha paura di accettare anche la fatica di stare insieme conoscendo pregi e difetti invece dell’attesa di scoprirsi ancora un po’; se si accetta la pacatezza di un momento di pace sul divano invece della frenesia del fare cose e costruire ricordi; se si accetta la dolcezza di un bacio dato di fretta prima di uscire la mattina invece della passione dei baci al chiaro di luna quando non ci si vuole salutare e si strappa un altro minuto al tempo.

Stare insieme nel tempo significa passare dal sentirsi sulle montagne russe, al sentirsi a casa. Semplicemente, a casa.

“L’amore non è un falò nell’anima, ma piuttosto un focolare che ci tiene caldi e al sicuro, coccolandoci mentre ci addormentiamo.”

A volte è molto difficile accettarlo. A volte c’è bisogno di una mano, per capire come ritrovare un equilibrio in questo luogo calmo dove prima c’era la tempesta. A volte non è nemmeno possibile, perché magari davvero tutto si è esaurito (e allora, continuare a stare insieme sperando che così faccia meno male, scava nell’anima creando una voragine).

Ma quando ci si riesce. Beh, allora la fatica fatta è valsa la pena.

Dott.ssa Giulia Schena

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Esiste. – Comprendere il lutto perinatale

Per la maggior parte delle persone, anche amici e parenti a volte, è difficile comprendere il lutto per la perdita di un bambino in gravidanza o nel periodo perinatale. Non comprendono come sia possibile provare un dolore così profondo per l’assenza di un bambino che è stato presente per così poco tempo e non realizzano come si possa sentire così forte la mancanza di una persona quasi sconosciuta, con la quale non si è condiviso più di qualche istante.

Quel bambino, quella bambina, anche se non è più tra le braccia dei suoi genitori, è esistito, è esistita.

Quando si scopre di attendere un bambino, si comincia a sognare. Si immagina la propria vita con lui, si ascolta ogni singolo segnale della sua presenza, ci si prepara ad accoglierlo, si fantastica su come sarà, su chi gli somiglierà, ci si chiede come sarà il suo primo compleanno, come sarà vederlo crescere. Ecco. Fin da quel momento, lui esiste.

Poi, quando quel figlio muore, quando il suo cuore smette di battere, lasciando il vuoto nelle braccia dei loro genitori, i sogni vanno in frantumi. Ma lui non smette di esistere. Anche se non c’è più, esiste. Ha vissuto nelle vite dei suoi genitori e di chi l’ha amato, e continua a viverci pur non essendoci più fisicamente.

Ora, se non l’avete vissuto, se non riuscite a capire come possa essere così doloroso, provate per un momento ad immaginare come sarebbe non avere con voi i vostri figli. Immaginate come sarebbe non poter aprire con loro i regali al compleanno o a Natale. Immaginate di non vederli crescere, mentre intorno a voi i figli degli altri crescono. Immaginate le notti che vi hanno fatto trascorrere in bianco, trascorse in bianco non per il loro pianto, ma per la loro assenza. È difficile anche solo immaginarlo, lo so. Provateci, solo per un istante.

E ancora, se riuscite, immaginate se le persone intorno a voi fingessero che vostro figlio non esistesse. Immaginate se dimostrassero di pensare che parlare di lui fosse superfluo e fuori luogo. Immaginate se preferissero non ricordare il giorno del suo compleanno. Immaginate se cercassero di far passare l’idea che non faccia parte della vostra famiglia. Non sarebbe piacevole, vero?

Pensateci quando chiederete a chi ha perso un figlio di andare avanti, di non pensarci più. Pensateci quando vi verrà da dire che non è importante, e che si deve guardare al futuro.

È vero: guardare al futuro è importante. Ma in quel futuro, anche se non si vedrà fisicamente, quel figlio ci sarà. Perché esiste. E solo ammettendo che esiste, si possono aiutare i suoi genitori a trovargli un posto nella loro quotidianità, a parlare di lui con serenità e, quindi, ad andare avanti davvero. Con lui nel cuore anche se non è tra le braccia.

Dott.ssa Giulia Schena

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Decalogo anti-bullismo

La scuola è ricominciata da un po’, sono ricominciate le attività extra-scolastiche, sono ricominciati i vari corsi e percorsi e puntualissimi sono ricominciati anche i piccoli e grandi atti di bullismo tra bambini e ragazzi e le piccole e grandi preoccupazioni dei genitori su come gestirli.

Gestire le relazioni tra pari e comprendere quando davvero sia necessario l’intervento di un adulto, non è cosa da poco. E soprattutto non è cosa che ha un metodo fisso e sicuro alle spalle, poiché ogni caso è differente dagli altri, ogni bambino ha i suoi punti deboli, ogni situazione può deragliare in seguito a evenienze diverse.

Nonostante ciò, ci sono alcuni piccoli accorgimenti che si possono tenere in considerazione dapprima per evitare di far sì che il proprio figlio si comporti da bullo e che diventi una vittima, oppure quando si ha il sentore che a scuola (o nello sport) stia avvenendo tra i nostri figli e i loro compagni qualcosa che crea un clima negativo.

PRIMA: PER EVITARE CHE IL PROPRIO FIGLIO DIVENTI UN BULLO O UNA VITTIMA

  1. Dare ai propri figli strumenti per comprendere, gestire e comunicare ciò che avviene e ciò che provano : l’educazione emotiva e affettiva è uno dei più potenti mezzi di protezione dei nostri bambini.. Se sono in grado di riconoscere le loro emozioni, non hanno bisogno di esternarle in maniera inadeguata (vale sia per i bulli, che magari hanno rabbia o senso di inadeguatezza inespressi e li manifestano con dispetti o menando le mani, che per le vittime, che magari provano vergogna o solitudine e si chiudono in sé stessi o mettono in atto modalità regressive).
  2. Favorire i momenti di confronto e di rispecchiamento emotivo tra bambini/ragazzi : l’empatia e la comprensione dell’altro sono in certa misura innate (basti pensare all’esistenza dei neuroni specchio…), ma è necessario potenziarle per dare loro la giusta rilevanza e per aiutare i bambini a comprenderne l’importanza e le modalità di utilizzo. Proporre ai bambini momenti di ascolto reciproco o giochi di rispecchiamento permette loro di mettersi nei panni dell’altro e di avere un “vocabolario emotivo” sufficiente per gestire momenti difficili. Si possono proporre alle insegnanti laboratori sulle emozioni o coinvolgere i bambini in giochi che riguardino la consapevolezza emotiva nei pomeriggi che trascorrono insieme.. Parlare di emozioni può essere molto divertente!
  3. Evitare di etichettare il proprio bambino o i suoi compagni : se un bambino è “quello timido” o “quello aggressivo” o “quello che ne combina sempre una”, non potrà fare altro che adeguarsi a ciò che tutti gli dicono che sia. Vi sembra che il vostro bambino sia un pochino introverso? Cominciate a focalizzarvi su tutte le volte che lo è un po’ meno (anche solo poco poco poco) e fateglielo notare. Allo stesso modo fate per i suoi compagni: vi racconta spesso di quel compagnetto dispettoso? Cercate insieme a lui qualche dettaglio che dimostra il contrario, così che la prospettiva possa allargarsi ed essere più realistica.

DURANTE: QUANDO SI HA IL DUBBIO CHE SI STIANO INSTAURANDO DINAMICHE RELAZIONALI INADEGUATE O DISFUNZIONALI

  1. Non intervenire “a gamba tesa” nelle relazioni tra pari : evitare di dare al 100% ragione o torto a ciascun bambino, aiuterà ognuno a prendersi la sua parte di colpa o a riflettere sul fatto di avere anche lati positivi (e poterli implementare!). Invece di risolvere le situazioni spiacevoli al posto loro, è importante lasciare che i bambini le sbrighino in autonomia, sentendo di avere fiducia da parte degli adulti e sentendo di poter contare su di loro per consigli o suggerimenti sulle modalità da mettere in atto.
  2. Evitare di sminuire le situazioni o le emozioni : dire a un bambino affranto o impaurito “non piangere”, “non ci pensare”,  o “non serve a niente lamentarsi” non fa altro che peggiorare la situazione perché oltre al resto si sentirà incompreso o inadeguato o incapace di gestire qualcosa che agli altri sembra banale. Dire ad un bambino arrabbiato o frustrato “non puoi essere sempre tu che combini disastri”, “spero che la maestra non abbia qualcosa da dirmi anche oggi” o “vedi di finirla o nessuno ti vorrà più bene” non può essergli d’aiuto a gestire meglio la sua rabbia. Ascoltare, accogliere, cercare di comprendere (senza commentare/denigrare) aiuta i bambini a sentire di avere gli strumenti per far fronte alla situazione difficile.
  3. Non fomentare i litigi : a volte ci sembra proprio impossibile non dire ai nostri bambini “beh se ti picchia, picchialo pure tu”, ma questo non è una soluzione per niente. Infatti non solo non si risolverà il litigio, che anzi aumenterà di proporzione, ma metterà anche i bambini in confusione su cosa sia lecito fare e cosa no. Se io sono triste perché un bambino mi ha fatto un dispetto e i miei genitori mi dicono di fare altrettanto, non mi sento capito nella mia tristezza, non mi sento adeguato nel mio istinto di non rispondere a tono, e non riesco a capire quando sia giusto questo atteggiamento e quando no (d’altronde “non si picchia” e “non ci si prende in giro” sono regole base.. Ma se sono così derogabili, che sicurezza mi danno?)

DOPO: QUANDO SI SA CHE È AVVENUTO UN EPISODIO DI BULLISMO

  1. Denigrare apertamente e completamente il gesto, ma non farlo con la persona che l’ha compiuto : se si collega in maniera indissolubile quello che è stato fatto a quello che è la persona che l’ha fatto, sarà molto difficile aiutare quel bambino a cambiare.. E questo non va solo a discapito del “bullo”, ma anche di tutti quelli che gli stanno intorno: se lui rimane “il bullo” di riflesso ci saranno sempre delle “vittime”.
  2. Allearsi tra adulti di riferimento e non creare fazioni : come genitori può essere molto difficile non puntare il dito contro il bambino che ha fatto un dispetto a nostro figlio e, ancora di più, contro i suoi genitori. Ma quando si sta per farlo sarebbe bene fermarsi un secondo e mettersi nei panni di quei genitori: “cosa farei io se fosse stato mio figlio a combinare questa cosa e tutti dicessero che è colpa mia?”.  Di fronte ad atti di bullismo la buona prassi non dovrebbe essere trovare di chi sia la colpa (anche perché in genere non c’è mai una sola colpa o un solo fattore causale), quanto piuttosto scardinare la dinamica negativa che si è creata. Se anche tra adulti cominciamo a litigare o a incolparci, l’esempio che diamo non è esattamente quello che vorremmo che arrivasse ai nostri figli.
  3. Creare le condizioni affinché il “bullo” ripari al proprio errore, piuttosto che venga punito : togliere giocattoli o privilegi, mettere in disparte, estromettere dalle attività comunitarie non insegnerà al bambino ad essere più empatico e non gli insegnerà a relazionarsi con gli altri; inoltre non farà sentire meglio il bambino “vittima”. Piuttosto farà sentire il “bullo” arrabbiato, incompreso e giudicato e la “vittima” vendicativa, ma pur sempre offesa. Si può invece trovare il modo affinché chi ha provocato una sofferenza cerchi di comprenderla, si metta al livello del bambino che ha offeso, si trovi a dover riflettere sulle emozioni altrui.
  4. Se il bullo e/o la vittima dimostrano di è provare disagio o di vivere male questa situazione, meglio non sorvolare ma farsene carico : verbalizzare ciò che si percepisce, cercare un dialogo o cercare il supporto di un esperto o una persona esterna alla situazione che possa essere d’aiuto a rivedere i significati implicati nella situazione e le emozioni che ne sono derivate.. Anche la situazione peggiore ha la potenzialità di far imparare qualcosa o di far sentire all’altezza delle cose, aumentando il senso di adeguatezza e l’autostima, ma per farlo occorre che non venga dato per scontato che si debba superare in quattro e quattr’otto e darle l’importanza che merita (e che ha agli occhi dei bambini)

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Il bullismo rovina la vita di tutti quelli che vi si trovano coinvolti: i bulli e le vittime sono tutti sulla stessa barca da questo punti di vista. Non lasciargli spazio è importante: non si deve aspettare di esservi immersi fino al collo per fare qualcosa… L’educazione emotiva inizia dal primo giorno di vita.

Dott.ssa Giulia Schena

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“Ho ragione io!!” 

“Ma come cavolo è possibile che tu non lo capisca? È così evidente! Se solo mi stessi ad ascoltare… Ti sto dando la possibilità di capire il modo giusto di vedere questa cosa!”.

Avere ragione è spesso vissuto come un bisogno irrinunciabile, come se fosse l’unica via per far andare qualcosa per il verso giusto. In effetti, avere ragione e dimostrare di averla, fa provare una sensazione di appagamento, di soddisfazione. Inoltre consente innegabilmente di mantenere alta la propria autostima, di sentirsi adeguati. 
Nonostante ciò, razionalmente sappiamo bene che è molto più costruttivo ascoltare gli altri, cercare di comprenderli, apprezzarne e rispettarne il punto di vista, seppur diverso dal nostro.

Ma a livello relazionale ed emotivo, non è esattamente così semplice…

Tutti noi abbiamo un numero sproporzionato di convinzioni e sono proprio esse a dare una forma più o meno definita alla nostra identità. Le nostre idee sul mondo, sulle cose da fare e su come farle, sulle relazioni hanno per noi una grande importanza: ci permettono di muoverci nella realtà senza doverci fermare a valutare in maniera minuziosa tutto quello che ci accade. In pratica le nostre convinzioni sono il nostro “pilota automatico”. Per questo motivo cerchiamo di mantenerle il più possibile invariate, anche quando ci fanno stare male o quando il difendere a spada tratta le nostre opinioni senza fermarci ad ascoltare quelle altrui mette a repentaglio le nostre relazioni.

Il rischio, di fatto, è quello di trovarsi ingabbiati nelle proprie convinzioni, finendo per essere loro ostaggi e prigionieri.

Per essere, invece, liberi (e più felici) è importante entrare in connessione con gli altri e con i loro punti di vista: è all’interno del confronto e dell’espressione delle diversità che si può crescere e trovare modi sempre più funzionali di vivere. 

La cosa più importante da non dimenticare è che il mondo non è bianco o nero, non per forza se io ho ragione, tu hai torto, ci sono sempre diverse sfumature della realtà.

Immaginiamo così la nostra vita: un fiume che scorre, sul quale ognuno di noi naviga con la sua barca. Possiamo remare nella direzione corretta verso la nostra meta, ma se non alziamo lo sguardo potremmo non vedere gli altri naviganti che, al pari nostro, seguono la loro traiettoria, e potremmo trovarci a scontrarci l’uno con l’altro, rischiando di farci male. Se invece poniamo sempre attenzione anche al navigare altrui non solo eviteremo incidenti, ma potremmo anche trovare compagni di viaggio, o scoprire vie migliori della nostra, o semplicemente scambiarci un sorriso da un’imbarcazione all’altra.

“Preoccupati di essere felice, non di avere ragione” (Buddha)

Dott.ssa Giulia Schena

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Cercare di piacere a tutti? Inutile (e dannoso)

Le relazioni sono quello che ci riempie la vita: l’uomo, si sa, è un animale sociale, e senza interagire con gli altri non potrebbe sopravvivere (almeno da un punto di vista psicologico). Dare e ricevere affetto, sentirsi visti e compresi, vedersi riconosciuti nei propri sforzi e nelle proprie conquiste, sapere di contare per gli altri.. Questo è quello che ci dà linfa vitale, che ci dà un’identità, che fa sì che siamo qualcuno.

Per questo motivo, spesso, si tende a fare di tutto per essere apprezzati e per essere sicuri di andare bene alle persone che si hanno intorno. Questo è uno sforzo comprensibile e apprezzabile, a meno che non si trasformi in un diktat che ci autoimponiamo, divenendo di fatto schiavi dell’opinione degli altri e della speranza di risultare quelli giusti, nel posto giusto, al momento giusto.

Tutto questo rischia di rendere la vita un inferno, perché vada come vada ci sarà sempre qualcuno che pensa che tu abbia fatto qualcosa di sbagliato.

Stai sempre a casa? Non fai serate, viaggi, nuove conoscenze? Sei depresso, poco socievole.

Esci? Fai festa? Ma pensi solo a divertirti, non hai altre aspirazioni!!

Ci tieni all’apparenza? Ti vesti bene? Segui la moda? Te la tiri, sei poco profondo.

Esci con addosso una tuta qualsiasi? Sei sciatto e trasandato.

Ti piace mangiare e non badi eccessivamente alla forma? Non ti vuoi bene, non ti curi.

Stai a dieta e stai attento a quello che mangi? Sei un po’ fissato o sei schiavo della bilancia.

Vai bene a scuola o ti impegni nel tuo lavoro? Sei un secchione o uno stacanovista e vuoi essere il cocco dell’insegnante/capo.

Fai giusto il minimo indispensabile, senza importi di essere il migliore a scuola/nel lavoro? Sei un lavativo, pigro e senza aspirazioni.

Ti fai i fatti tuoi e non ti impicci degli affari altrui? Sei un menefreghista, non ti curi degli altri.

Ti informi, sai sempre tutto di tutti? Sei un pettegolo, dovresti pensare per te!

Eccetera.

Eccetera.

Eccetera….

Nella realtà quotidiana ognuno di noi è portato a guardare gli altri attraverso le lenti offerte dal proprio sguardo, dalle proprie credenze, dalla propria storia.

È davvero difficile riuscire a non giudicare, a guardare le vite degli altri con la consapevolezza che non vivendole non si può pretendere di capirne appieno le decisioni, con l’umiltà di non pensare che solo le proprie scelte e le proprie modalità siano quelle giuste.

È davvero difficile cogliere quanto un commento o un appunto su un certo comportamento possa creare disagio o dispiacere.

Quando poi si va al di là delle piccole scelte quotidiane, al di là delle abitudini, e si arriva a toccare ciò che una persona è, ciò che sente, ciò che forma la sua identità, i giudizi possono essere davvero pesanti come macigni, creare un senso di inadeguatezza.

In quest’ottica è chiaro quanto il tentativo di piacere a tutti possa mettere in difficoltà, facendo sentire sempre sbagliati e mai all’altezza.

Ma è possibile evitarlo? È possibile andarsi bene senza pretendere troppo da sé stessi? Certo. Ma a volte è molto difficile. A volte ci si aspetta di essere visti e capiti e quando non succede ci si chiede che cosa si possa essere sbagliato. Ma spesso è solo l’incastro a non funzionare.

Tocca accettarlo. O cercare di capire come mai sia così difficile farlo, dandosi il beneficio del dubbio e qualche risorsa in più per venirne fuori.

Dott.ssa Giulia Schena

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Il potere terapeutico di un abbraccio

Un amico che ha perso il lavoro; un parente che ha avuto un lutto; un collega che sta vedendo la propria relazione tramontare; un nostro caro che ha fatto un incidente. Ci sono milioni di situazioni che ci obbligano a trovarci accanto a qualcuno che soffre, milioni di situazioni in cui sentiamo che vorremmo essere d’aiuto, ma ci troviamo ad essere congelati, non sapendo cosa fare, non sapendo cosa dire. E sul più bello biascichiamo una frase qualsiasi, la più banale che riusciamo a tirare fuori, e poi fuggiamo via, in preda al terrore di dire o fare qualcosa di sbagliato. 

E il nostro caro rimane lì, solo. Rimane lì a chiedersi perché nessuno lo capisca, perché nessuno riesca a dargli un po’ di conforto.

Capitano cose più grandi di noi, cose inaspettate, cose assurde, cose che mettono in difficoltà. Capitano di continuo. Anche adesso, in questo istante, c’è qualcuno nel mondo che sta male perché si trova a vivere una situazione dolorosa. E capita fin troppo spesso, ahimè, che quel qualcuno sia una persona a noi vicina.

Non serve che siano esperienze di grande profondità o di grande spessore: basta una giornata storta, un periodo difficile, un momento di malessere.

Ma perché è così difficile trovare la cosa giusta da dire?! Perché è così complicato trovare il modo di far arrivare al nostro caro la nostra voglia di stargli vicini?

Semplice: perché in certi momenti non c’è nulla di giusto da dire. Non ci sono parole che possano alleviare la sofferenza, o che possano porre fine ai dubbi. Non ci sono parole che possano davvero cambiare lo stato d’animo di chi vive una situazione che lo mette in crisi.

C’è, però, una cosa magica, che non costa nulla e che ha un infinito potere: l’abbraccio. Tendere le braccia ad un amico, avvolgerlo in una stretta. Un abbraccio è una terapia d’urto che funziona sempre, senza bisogno di altre parole, senza bisogno di discorsi arzigogolati, senza bisogno di rifletterci troppo su.

Un abbraccio sincero fa arrivare il calore e la vicinanza a chi è in difficoltà. Fa sentire che non si è soli. Fa sentire che non ci sono giudizi, né paternali. Fa sentire accolti e protetti.

Un gesto apparentemente semplice come un abbraccio può da solo cambiare le sorti di una giornata o di un periodo storto. Un abbraccio, infatti, ha il potere di:

  • Far avvertire sicurezza e protezione;
  • Trasmettere forza ed energia;
  • Far percepire una sensazione di tranquillità;
  • Migliorare l’autostima;
  • Diminuire lo stress;
  • Migliorare le relazioni

È magico, non credete?

Ma la cosa migliore degli abbracci, è che non serve un buon motivo per darne uno: ogni momento può essere il momento giusto per un abbraccio e se ci si abitua a non lesinare con questo gesto d’affetto nella quotidianità, sarà più semplice anche essere d’aiuto nei momenti di crisi.

“Esiste un vestito che si adatta a tutti i corpi.. Un abbraccio”

Dott.ssa Giulia Schena

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